Che cos’è un miracolo

Maurizio Finotto e Tiziano Scarpa



Qui sotto trovate un dialogo registrato nello studio di Maurizio Finotto, mentre l’artista mostrava a Tiziano Scarpa le opere della sua ultima mostra, prima di allestirla. La scorsa estate, infatti, Maurizio Finotto ha esposto al MAMbo, il Museo d’are Moderna di Bologna, circa duecento tavolette votive da lui dipinte negli ultimi tre anni, in una mostra intitolata Vita, morte e miracoli. Sono opere ispirate alla tradizione italiana dei «P.G.R.» [Per Grazia Ricevuta] e a quella messicana dei «retablos». A questi oggetti, nella mostra era affiancato un video in cui la madre e la nonna dell’artista commentano alcune di quelle immagini, ricordando i fatti della vita di Finotto.

Ecco come viene descritta la mostra nel comunicato stampa del museo MAMbo:

«Le singole tavolette, secondo le parole dello stesso Maurizio Finotto realizzate in maniera “mistica e ossessiva”, in gran parte con frammenti di legno recuperati dal mare e lavorate con materiali poveri in diverse tecniche, riprendono iconografie e modalità testuali tipiche delle tradizioni popolari della fede cristiana, disvelando eventi drammatici o imbarazzanti che hanno fortemente condizionato l’esistenza dell’autore. Allestite con la densità espositiva tipica delle usanze tradizionali nei luoghi di culto, le opere narrano per immagini l’infanzia dell’artista, l’abbandono del paese natale nella provincia veneta e di un lavoro sicuro per intraprendere gli studi artistici a Bologna, le alterne fortune di una carriera tortuosa, gli incidenti, gli insuccessi e i traguardi raggiunti nella professione e nella vita privata. Il video La lingua dei miracoli, della durata di 24 minuti, documenta le reazioni e i commenti della madre e della nonna di Finotto di fronte ad alcune tavolette che lui stesso mostra loro.»


TIZIANO SCARPA: C’è l’evento catastrofico; e per la sensibilità popolare il divino non si limita a guardare ma interviene; così, se sei caduto da cavallo e non ti sei spezzato la spina dorsale è perché era presente la Madonna, non perché ti sei protetto mettendo avanti le mani…
La differenza fondamentale, forse, non è tanto tra ateismo e fede, ma fra il cosiddetto teismo, cioè credere che ci sia un Dio, e credere che questo Dio intervenga nelle faccende umane. Ci sono molti filosofi del passato con posizioni teiste: ammettevano sì l’esistenza di Dio – forse anche per quieto vivere, per non finire bruciati sul rogo – mentre erano più dubbiosi sulla sua attività provvidenziale: “Io non nego che ci sia un Dio, ma anche se c’è, se ne sta in disparte, senza immischiarsi”. L’Inquisizione invece pretendeva che venisse accettata tutt’altra concezione di Dio: “Niente affatto, non se ne sta lì senza fare nulla: Dio interviene, salva!” C’è la Provvidenza, c’è la Grazia, l’effusione divina effettiva che si sporca le mani; se finisci nella melma non ti lascia affogare ma ti tira su. Anche gli dèi antichi intervenivano a salvare eroi, addirittura si buttavano nella mischia, a combattere al loro fianco, o perlomeno mandavano messaggeri per dare consigli e avvertimenti decisivi; ma a volte se ne stavano a guardare come degli spettatori che si godono le disgrazie altrui, magari facendosi pure una risata: “Ma guarda quegli stronzi che gridano aiuto”; “Gli tiriamo un salvagente?”; “Anche no, dài…”

MAURIZIO FINOTTO: Nel mio caso quel salvagente me lo ha tirato la Madonna e dico grazie dipingendolo su una tavoletta di legno. Ringrazio chi mi ha aiutato in quel momento evocando la storia del salvataggio. Mi piace l’idea di dare un volto, una fisicità a una serie di circostanze che mi hanno impedito di affogare.

TIZIANO SCARPA: Qui ci sarebbe un discorso enorme da fare, che riguarda il motivo per cui le persone decidono di entrare in quelli che io chiamo “rettangoli di intensità” (i dipinti, in questo caso); cioè qual è la pulsione, la motivazione, la spinta che porta qualcuno, che non ha mai preso in mano un pennello, a dire: “Questa volta bisogna che mi metta a dipingere anch’io: non perché improvvisamente voglio fare l’artista, ma perché in questo caso è necessario che io metta questo fatto dentro il recinto speciale del rettangolo di intensità”.

MAURIZIO FINOTTO: Cosa intendi per intensità?

TIZIANO SCARPA: Perché tutto quello che riesce a entrare in questi spazi rettangolari (in questo caso i dipinti) diventa più intenso, più significativo, acquista peso, spessore. Gli artisti popolari ed estemporanei che hanno dipinto gli ex voto hanno colto l’eccezionalità di un’esperienza che hanno vissuto: ma quello che è interessante è che abbiano deciso di oggettivare questa eccezionalità con l’atto di metterla dentro il posto dove vanno a finire le cose eccezionali, cioè il rettangolo d’intensità dei dipinti. Faccio notare che ancora oggi i rettangoli d’intensità godono di ottima salute, nonostante l’arte concettuale, le performance, l’arte relazionale, insomma, tutti quei tipi d’arte che fanno a meno di loro, dissolvendone i recinti: ma nel mondo si producono ancora un sacco di rettangoli: schermi, foto, tabelloni pubblicitari, tabelloni degli orari, pagine, vignette – che proprio per l’intensità comunicativa e simbolica di cui sono portatori creano anche un po’ di problemi, vedi Charlie Hebdo.
Allora, ci sono dei momenti della vita in cui qualcuno, magari in maniera naïf, sente il bisogno di entrare nel rettangolo, a volte addirittura improvvisandosi pittore; questo mi dà molto da pensare: il rettangolo d’intensità, per così dire, sboccia irresistibilmente, anche presso chi non ha confidenza con la pittura, in seguito a un momento decisivo: è il corrispettivo di una svolta, un momento drammatico. Nei tuoi dipinti hai ripreso la struttura della classica “grazia ricevuta”, e cioè il momento drammatico, il punto di svolta.

MAURIZIO FINOTTO: Sì, prendo un accadimento che ritengo significativo e che ha del miracoloso e lo rappresento per dire: grazie, alla fine è andata bene malgrado tutto.

TIZIANO SCARPA: Tu offri un dipinto al dio delle immagini, che forse in questo caso coincide con il Rettangolo d’Intensità stesso. È come dire: “Mi hai sanato il cuore; tienilo, adesso il mio cuore è tuo”. Questo gesto è un atto artistico in senso moderno, perché è un’iniziativa personale: sono io che decido che qualcosa che mi riguarda merita l’ingresso nel rettangolo d’intensità. In chiesa, con gli ex voto non funzionava esattamente così. Se volevi condividere i fatti tuoi, dovevi passare attraverso il Dio di tutti. Gli ex voto, se ci pensi, sono una specie di pubblicazione della tua storia personale: hai diritto a renderla collettiva, sì, ma solo se passi attraverso la divinità riconosciuta da tutti (la Madonna, Cristo, o un suo rappresentante, un Santo): la tua autobiografia deve pagare un pedaggio religioso, che fa da lasciapassare per la pubblicazione, facendolo diventare un fatto che sia condivisibile in società.
Ma da un altro punto di vista, come accennavo prima, si può dire che tutta l’arte è un ex voto perché parte da una convinzione di questo tipo: “Questo fatto deve entrare nel rettangolo d’intensità, nello spazio sacro della condivisione collettiva, non può rimanere confinato nella mia memoria, dove si dissolverebbe: morirò e nessuno saprà che mi è accaduto questo, che ho pensato questo, che ho avuto questa visione – anche astratta, né narrativa né autobiografica –, la devo far entrare nel rettangolo, o nello spazio sacro, nello spazio istituzionale dell’arte, nel museo, nella galleria”. Ma l’interessante è che nasca da un’iniziativa mia, non perché me l’ha commissionato il vescovo che mi ha chiesto di dipingere una Crocefissione, una Trinità, eccetera: io racconto quello che voglio, mettendolo in rapporto con la divinità. E anche se il divino non c’è, tu non lo stai forse mettendo in rapporto con Sua Divinità l’Arte? Con Sua Divinità la Tradizione? Come artista, decidi tu, senza che te l’abbia chiesto il prete, il vescovo, il papa. Dici: “Guardate, ero con mio zio e mio nonno che facevamo il bagno, e ho rischiato di morire”, e questo fatto va detto, va raccontato, va mostrato, va offerto a qualcuno, che ci sia stata presente la Madonna o no. Questa è forse la nascita del gesto artistico moderno, come lo intendiamo ancora oggi, senza committente, motu proprio, cioè per mozione personale, individuale, dell’artista che si auto-fonda come tale, magari senza avere mai dipinto prima.

MAURIZIO FINOTTO: Anche per elevare la banalità del quotidiano, per dire che tutte le vite sono importanti. Ci sono dei momenti più importanti di altri, quando le cose divergono, cambiano traiettoria, possono essere piccole cose, ma diventano grandi per te se ti fanno uscire di strada e scontrarti con qualcosa che fino ad allora non avevi considerato. È l’imprevisto che vale la pena fissare per dire: è successo questo, grazie per il miracolo.

TIZIANO SCARPA: Stiamo parlando di una specie di auto-certificazione dei miracoli. Ma, a rigore, un miracolo è un evento per cui la Chiesa, a seguito di un’inchiesta e una sorta di processo, certifica che non ha avuto altre cause e spiegazioni se non quella divina o trascendente; quando usiamo il termine “miracolo”, stiamo parlando di un evento fisico che ha la sua spiegazione-causa effettiva in una mozione divina-trascendente certificata dalla Chiesa; a rigore, tu non puoi presentarti e dire “mia figlia è guarita dal raffreddore: miracolo!”, non puoi deciderlo tu che sia stato un miracolo. Tra l’altro, saresti come minimo superbo, anche perché non puoi pensare che Dio si faccia carico di tutti i tuoi raffreddori e piccole malattie. Questi, tra l’altro, sono i paradossi del divino: quando tu postuli che il divino non se ne sta lì, inattivo, in un empireo contemplativo, ma credi che agisca in forma di Grazia, allora non sai più quali sono i suoi limiti, le sue soglie minime di intervento. Che cos’è la Provvidenza? Una signora? In italiano è femminile… È una brava donna che va in giro ad aiutare le persone? Però, per l’appunto, se aiuta a sventare gli incidenti automobilistici, a quel punto perché non dovrebbe evitare che mio figlio scivoli per le scale e si rompa una gamba? E perché non dovrebbe fare in modo che non si tagli un dito mentre sbuccia una mela? E così via. Capisci che in questo modo postuli una divinità che dovrebbe occuparsi delle minuzie. De minimis non curat praetor… E Dio? Dio si occupa delle cosette? Forse anche per questo, per non chiamare in causa direttamente Dio, sono state postulate queste figure mediatrici, la Grazia, la Provvidenza, i santi specializzati in singoli settori della sfiga: raffreddori compresi. Così però rischi il caos, la religione fai-da-te…

MAURIZIO FINOTTO: Allo Stato, con l’auto-certificazione, dichiaro che sono io, che abito in via tal dei tali, al numero tot, eccetera. Lo Stato mi crede sulla fiducia.
Ma da quello che dici tu negli ex voto non ci può essere la certificazione della Chiesa.

TIZIANO SCARPA: Sono delle spontanee manifestazioni individuali, prima ancora che popolari; se diciamo “popolari”, infatti, intendiamo già una certa quota di ritualità collettiva: “L’ha fatto lui, lo faccio anch’io”. L’ex voto è un’azione individuale, personale, idiosincratica, che rischia la blasfemia (chiami in causa Dio con superbia, quasi rischiando la bestemmia: ritieni presuntuosamente che sia intervenuto nei fatti tuoi); ma è un atto ricorrente nella collettività (è “popolare”, appunto), accettato, bonariamente tollerato, perché denota comunque un atteggiamento devoto. Ma tornando alla “certificazione”, non direi che gli ex voto siano un atto liturgico, che è tutt’altra cosa: la liturgia è una procedura ben precisa di gesti e parole che mettono concretamente in contatto con il divino (nella fattispecie, secondo i cattolici la liturgia mette in contatto con il corpo di Cristo e la comunità mistica dei credenti; in altri termini, tu non puoi “toccare” Dio, non puoi farne esperienza reale se non passi attraverso la liturgia, non puoi incontrarlo fuori dalla comunità dei credenti: da cui il detto “Extra Ecclesiam nulla salus”, non c’è salvezza fuori dalla Chiesa).

MAURIZIO FINOTTO: Io mi presento nei panni del devoto anche se in maniera un po’ storta, sghemba, forse divertita. Però sono anche un artista che espone il suo lavoro all’interno di un museo, in una istituzione che non è una chiesa.
Mi confronto con quella che comunemente chiamiamo arte contemporanea.

TIZIANO SCARPA: Toccando la questione dell’arte contemporanea, mi fai pensare a quello che è stato messo in mostra qualche anno fa, e che metterei sotto l’insegna del titolo del bel libro di Mario Perniola: L’arte espansa. Sto parlando della Biennale di Venezia curata da Massimiliano Gioni nel 2013; lì venivano presentati molti outsider, gente che dipingeva, disegnava, scolpiva, fotografava senza alcun intento estetico, ma per problemi personali, per calmare l’ansia, perché gliel’avevano ordinato gli angeli, perché doveva illustrare alla lavagna le cose che diceva durante una conferenza, o perché per tradizione locale doveva confezionare immagini che agevolassero la meditazione… Insomma, motivazioni individuali, o utilitaristiche, o casuali, in cui l’intenzione di “fare arte” non era per forza consapevole.

MAURIZIO FINOTTO: Lo sai che per dipingere i miei ex voto ho usato i colori e i pennelli trovati dentro una valigetta di legno, in un mercatino, e appartenenti a un pittore anonimo della domenica?

TIZIANO SCARPA: La sensazione è che tu ti sia immedesimato nell’atteggiamento di quei non-artisti, di quegli outsider estranei alla categoria di “arte contemporanea” – peraltro, come mi ha fatto notare Marco Senaldi, da un po’ di anni anche questi outsider sono stati acquisiti nelle collezioni d’arte più prestigiose. In loro c’era un ventaglio di motivazioni personali che non coincidono esattamente con l’Art Brut promossa da Dubuffet, che valorizzò le immagini di psicotici e sofferenti psichici… Nella Biennale curata da Gioni c’erano vicende e percorsi di persone che inaspettatamente, da un giorno all’altro, si erano messe a dipingere o scolpire; tra l’altro, a volte con risultati eccelsi: ricordo il caso di Morton Bartlett, un fotografo e designer che aveva una passione segreta; dopo la sua morte, si è scoperto che sotto il letto nascondeva dei pupazzi di ragazzine fatti da lui, con tecniche miste e materiali vari; tutto ciò nel dopoguerra, prima dell’Iperrealismo: le sue bambolotte non avevano niente da invidiare alle figure di Duane Hanson o di Ron Mueck; erano di una perizia, di una bellezza, di una persuasività estetica… Ma lui le faceva per sé, forse soddisfacendo una sua perversione, perché in qualche modo era attratto dalle ragazzine e, invece di molestarle, confezionava questi simulacri da adorare.

MAURIZIO FINOTTO: C’è sotto un’ossessione.

TIZIANO SCARPA: Ma mentre lì c’è un ossessivo compulsivo, che non riesce a trattenersi e fa questi oggetti di nascosto, per sé, tu hai una quota molto alta di autoriflessività, di consapevolezza. Quel che segnalava Perniola, utilizzando una categoria della critica cinematografia (“expanded cinema”) è che esiste anche un’arte “espansa”, più larga di quello che si vede nelle gallerie, nei musei o nelle mostre di arte contemporanea e nelle fiere. Le persone che la fanno, che cosa sono? Artigiani? Dilettanti? Certo. Amatoriali? Non del tutto, perché raggiungono livelli altissimi, a volte superiori a quelli degli artisti professionisti; e per di più lo fanno per una necessità incontenibile; dunque mettono in gioco una categoria di “autenticità”, che può rivelarsi anche un po’ ricattatoria: le loro opere sono più credibili di quelle fatte dagli artisti professionisti, che fanno arte per motivi di carriera…
Quindi, se vogliamo usare la dicitura di Perniola (“arte espansa”), è come se tu ti fossi “espanso” nel territorio dei non-artisti, degli outsider, dei necessitati, dei compulsivi, di quelli che pensano “lo devo fare perché devo ringraziare Gesù, anche se non so dipingere”. Che è tutt’altra cosa rispetto alle motivazioni dell’artista, che con le sue opere vuole cambiare la storia dell’arte occidentale, oppure, più banalmente, deve produrre un certo numero di opere entro una certa data altrimenti il gallerista non gli fa la mostra. La nostra idea di arte è contraddittoria: da un lato l’opera è un atto di libertà, è un dispositivo accettato dalla comunità attraverso il quale all’individuo è concesso di esprimersi, e anche di trascendersi, cioè di dire qualcos’altro rispetto alla pura rappresentazione di sé stesso. Dall’altro lato però sottintende sempre un sospetto di cinismo, di strategia, di gratuità: “Ah, quell’artista fa queste cose per la sua carriera, per fumose ragioni di teoria dell’arte, è cervellotico; guarda invece quest’altro come soffre, le sue opere sono il sintomo di un dolore vero…”. E così c’è chi preferisce gli ex voto di uno che ha avuto salva la vita, anche se sono dipinti male… Il contadino che prende il pennello, mosso da un incontenibile necessità interiore devozionale diventa più credibile di un artista che fa le sue opere perché ha l’ambizione di diventare il nuovo Picasso, il nuovo Duchamp. Allora buttiamo a mare tutta l’estetica occidentale e guardiamo solo ai sofferenti psichici, agli ex voto dei sopravvissuti a catastrofi personali…! Tu, nella piena consapevolezza di artista professionista, hai sentito la necessità di legare la tua opera a questa materia più “autentica”, non solo formalmente, ma anche nella scelta del medium: ciò che è sopravvissuto alla catastrofe, al naufragio, non è solo l’individuo miracolato, ma anche il supporto, lo sfondo: la tela, il medium della pittura…

MAURIZIO FINOTTO: Poi c’è l’aspetto autobiografico, che può essere epico ma anche patetico oppure tutte e due insieme. Nel mio caso c’è il patetismo che appartiene a chi si sente martirizzato e forse un po’ incompreso.
“Vedi? Stava male, e ha fatto questo, aveva una sofferenza psichica e ha fatto quest’altro”, cioè lego l’opera allo stato d’animo e alle sofferenze. È la leggenda dell’artista che ogni volta viene raccontata.

TIZIANO SCARPA: Alla gente piace che gli artisti abbiano una storia, a cui le loro opere possano essere riferite. È una cosa che rende molto; sto parlando di atteggiamenti interpretativi del tipo “eh, vedi, qui van Gogh ha dipinto con questi colori solari perché in quel periodo stava bene, mentre questa immagine cupa l’ha fatta dopo che si è tagliato l’orecchio”: tutto risulta così umano… Ma se io dovessi scegliere una sola delle potenze dell’arte – preferisco chiamarle così, “potenze”, non “valori” – se io dovessi dire qual è la principale potenza che l’arte occidentale ha inventato e ci ha consegnato attraverso la sua tradizione, be’, direi che è quella del trascendimento: l’opera d’arte va al di là di chi l’ha fatta, non è riducibile soltanto alla condizione del suo autore o autrice. Dichiarare la propria condizione è politicamente interessante, a volte necessario, ma anche limitante. “Questo è povero, perciò dipinge queste cose; quella è bianca e occidentale, perciò fa quelle performance; quest’altra è nera, ecco perché fa quelle installazioni; quello è omosessuale, per cui tematizza la sua omosessualità in questi video” e così via… Secondo me non c’è niente di più mortificante che appiattire le persone sulla loro condizione. Infatti, perché siamo liberi? Perché possiamo superare la nostra condizione, andare al di là di essa. Io sono libero perché adesso sono seduto qui nel tuo studio, ma posso parlare di formicai, di politica europea, di costellazioni visibili dall’emisfero australe, in cui in questo momento noi non ci troviamo… Uno dei miei libri comincia così: “Signora madre, è notte fonda, mi sono alzata e sono venuta qui a scrivervi”: ma io sono un uomo, maschio (fino a prova contraria), eppure la mia libertà letteraria, artistica, è quella di trascendermi: se voglio posso far terminare le mie parole con una desinenza in -a, che a rigore non dovrebbe appartenermi e che non avrei il diritto di usare: è evidente che non sto descrivendo la mia condizione, eppure dico “io”, scrivo “io”, e scrivo “sono stanca” “sono andata”, “mi sono alzata”, mi metto nei panni (un po’ come hai fatto tu) di un outsider, addirittura di una ragazzina del Settecento, orfana e abbandonata, che fa qualcosa di analogo a quello che hai fatto tu, scrive il suo personale ex voto… Se mi obbligassero a essere onesto, sincero, potrei raccontare solo i fatti miei, usando solo la parola “io”, un po’ come un cane che può fare solo “bau”: ma l’arte è come un cane che, se vuole, può miagolare, barrire, ruggire, garrire: un cane che può trascendersi, che può parlare. Così l’arte spesso oscilla fra questi due poli: dichiarare la propria condizione o esprimere un trascendimento di sé.

MAURIZIO FINOTTO: C’è però il compiacimento. È bello essere lì nello stesso piano con un Santo o con la Madonna. Oltre a questo mi divertiva il fatto di raffigurarmi nella divisa del quotidiano, raccontare anche le cose più miserevoli di me. In fondo è un po’ così l’esistenza, una serie di piccoli accadimenti che ora ho messo dentro a delle valigie, un mucchio di roba a cui dare una forma e che ho anche voglia di mostrare.

TIZIANO SCARPA: Mi sembra che con questi ex voto tu abbia fatto tutte e due le cose: da un lato parli delle tue condizioni (dei tuoi momenti di svolta), ma lo fai con un medium e una forma che ti trascende, perché è il medium degli outsider. La cosa peculiare, e che crea una specie di cortocircuito vertiginoso, è che essi, a loro volta, si limitavano a dichiarare la loro condizione (di sopravvissuti alla catastrofe, di miracolati); ma, allo stesso tempo, si trascendevano. Come? In due modi: il primo era quello contenutistico: nella loro vita aveva fatto irruzione la divinità. Il secondo era quello formale: all’improvviso, anche se per una volta sola, diventavano artisti, prendevano in mano il pennello e si mettevano a dipingere, trascendendo il loro mestiere, la loro condizione professionale abituale… Quindi tu ti sei trasceso rimanendo fedele alla tua condizione, e viceversa, ti sei congedato dalla tua condizione restando fedele al trascendimento artistico. Hai trovato un modo per mantenere insieme entrambe queste potenzialità, queste potenze…

Questa conversazione è stata pubblicata nel catalogo della mostra di Maurizio Finotto Vita, morte e miracoli, edito nel 2017 dal MAMbo, Museo d’Arte Moderna di Bologna, e che contiene anche scritti di Ermanno Cavazzoni, Emidio Clementi, Ugo Cornia, Marco Bertozzi e Uliana Zanetti.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 4 gennaio 2018