L’infinito e i post-it. Su “Promemoria” di Andrea Bajani

Tiziano Scarpa



Non sono un lettore sistematico di poesia, ma quando incontro un libro abissale mi tolgo lo zaino dalle spalle, lascio a terra il paracadute e mi tuffo. L’anno scorso mi è successo con Telepatia di Gian Mario Villalta.
Quest’anno con Promemoria di Andrea Bajani.

I buoni propositi e l’infinito

Sono contento di scrivere questa breve nota adesso, sull’orlo dell’anno, perché le poesie di Andrea Bajani possono ricordare un genere letterario-esistenziale preciso: i buoni propositi che si fanno a ogni stagione nuova, a ogni cambiamento di data. Prima ancora di una coerenza stilistica, infatti, le sue poesie hanno un’uniformità grammaticale: quasi tutti i loro verbi sono all’infinito. Non è un infinito verbale qualsiasi: è l’infinito iussivo, cioè quell’infinito che dà ordini, istruzioni per l’uso, indicazioni, e che si usa normalmente per le ricette, gli avvisi pubblici, gli ammonimenti, le annotazioni sulle lavagnette della spesa, sui post-it.

Al di qua e al di là dell’azione

C’è un modo del verbo che viene usato come etichetta basilare, come paradigma astratto dell’azione. La grammatica lo nomina con una parola enfatica: infinito.

Infinito: azione senza limiti, senza confini, dilagante nel pensiero che la concettualizza, che la immagina senza figura, senza oggettivazione, senza determinazioni; azione pensata nella sua astrazione potenziale, al di qua della sua messa in atto (della sua coniugazione), e, allo stesso tempo, pensata al di là di ogni singola messa in atto, nella somma complessiva delle sue messe in atto, nella sua potenzialità attuata – e inesauribilmente compiuta – da tutte le sue verificazioni, alla fine di tutte le coniugazioni: l’infinito, quel punto grammaticale oltre l’orizzonte in cui tutte le azioni sono state eseguite, totalizzate; luogo inattingibile, termine e terminazione apocalittica della grammatica, meta irraggiungibile ma orientante, intangibile ma tendenziale, polare.
Questa azione che sta prima e dopo tutte le azioni, nella nostra lingua si offre enigmaticamente anche come comando.

Tirare e spingere

Così, quando troviamo “tirare” e “spingere” sulla maniglia di una porta, tramite due infiniti verbali facciamo esperienza di questo enigma. È oracolare – come solo le situazioni ordinarie sanno esserlo – la collocazione di questi due infiniti, spingere e tirare, che, fra tutti i luoghi del mondo, prediligono le soglie; cioè gli abissi più sottili che ci siano, le zone di passaggio assolute fra un al di qua e un al di là. È in questo diaframma che, saggiamente, la nostra lingua colloca due infiniti: non due parole qualsiasi, ma due azioni nella loro forma inestinguibile: indefinita, infinita, perché quel tirare o quello spingere non potranno mai essere definiti né esauriti dalla nostra singola presa; allo stesso tempo la nostra singola azione entra a far parte (o esce a far parte) degli sconfinati oceani del tirare e dello spingere. Lo fa in forma di obbedienza a un infinito verbale. La nostra lingua sostiene che ogni azione singolarizza un infinito, lo coniuga: gli obbedisce. L’infinito verbale è un ordine, un comando, un’incitazione, un suggerimento, un consiglio, un supporto, un’istruzione, un’istigazione. Un promemoria. In esso, stato indefinito dell’atto e intimazione all’atto coincidono. Nella placida pausa da ogni attività riposa la matrice della mobilitazione pronta a balzare fuori di sé e ad attuarsi.

Chiamare lo sgombero cantine

Andrea Bajani ha ascoltato la nostra lingua, non soltanto nella sua sapidità lessicale, ma nella sua muscolatura grammaticale; ha assecondato questa potenzialità, questa potenza; le ha obbedito. Fra le pieghe della grammatica ha trovato questa energia e l’ha fatta sprigionare. Nelle sue poesie mette in evidenza anche l’uso quotidiano dell’infinito iussivo: quello, per l’appunto, dei promemoria: parte inizialmente dai suoi compiti consueti, poi gli fa svolgere mansioni più impegnative; a poco a poco, evidenzia la dismisura tra l’effimero e l’intemporale, tra l’appunto su lavagnetta scritto con il pennarello cancellabile e ciò che perdura in noi, nel fondo delle nostre parole. Ecco uno fra i tanti esempi possibili:

Chiamare lo sgombero cantine.
Comunicare all’omino il civico
e la scala. Ci sono due parole
da svuotare. Due nomi in cui
non si riesce più ad entrare.
C’è acqua anche per le scale.

Si comincia con un appunto da lavagnetta, da post-it: “Chiamare lo sgombero cantine”. Poi si prosegue con qualcosa che è già leggermente sfasato rispetto all’uso quotidiano dell’infinito verbale iussivo: “Comunicare all’omino il civico e la scala”: di solito non si è così scrupolosi, non ci si mette a spiegare così dettagliatamente, in questa forma, il fatto che ci si debba rivolgere all’“omino”, e che cosa gli si debba far sapere: vale a dire che, dal genere promemoria, queste parole sono sconfinate nel genere istruzioni per l’uso. Si è insomma passati a una stilizzazione sistematica, a un’applicazione fin troppo ostinata, quasi pedante dell’infinito iussivo. Poi compare un verbo all’indicativo: “Ci sono”: indica il problema, l’ostacolo, l’ingombro nelle cantine da rimuovere. Ma l’ingombro dov’è? In due parole. Si è passati da un problema fisico a uno spirituale, da affrontare con lo stesso senso di emergenza, con la stessa urgenza di mobilitazione. A queste due parole va somministrata un’azione all’infinito: sono “da svuotare”. Che tipo di parole sono? Due nomi. “Due nomi in cui non si riesce [altro indicativo] più ad entrare”. E il finale riporta la situazione a un’immagine umile, quotidiana: “C’è [di nuovo l’indicativo] acqua anche per le scale”: rimette in evidenza che si tratta di un problema concreto. Non si riesce più a entrare dentro due nomi: che nomi saranno? Due nomi di persone? Due etichette della mente? Due ricordi a cui non si pensa più? Due memorie in cui si sono depositati pensieri poco frequentati? Due ricordi che fino a oggi non si volevano buttare via, si volevano comunque conservare, anche se in un posto fuori dalla vista? O, più genericamente, due luoghi capienti della mente, fatti apposta per i pensieri da mettere in disparte, che però adesso tolgono spazio a cose più importanti e per di più creano danni? Qualunque interpretazione è riduttiva. Ma in ogni caso mostra che qui si sta svolgendo una guerra tra forme verbali, tra categorie linguistiche: il verbo all’infinito è chiamato in causa a risolvere i problemi dei nomi che si esprimono nell’indicativo.

Una guerra civile fra verbi e nomi, e fra infinito e indicativo

Attenzione: «guerra tra forme verbali, tra categorie linguistiche» non deve suonare come un giudizio sminuente; molte di queste poesie danno indicazioni su come trattare le parole: neutralizzarle sciogliendole nell’acido dello stomaco; urlare loro addosso rompendo il senso della frase; lasciarne una scorta a chi resta a casa; sbriciolarle come tabacco e fumarle; lasciarle aperte come porte socchiuse; arredarle come case; chiamarle a gran voce; gettarle a terra come uova che si spaccano; chiuderci dentro la madre come in un’urna cineraria; riceverle come oggetti rotti che una donna ha riparato; sguinzagliarle nella notte come cani da caccia; passare con una di loro una notte d’amore e al risveglio restare a letto per farci colazione insieme; medicarne una malata; offrirne una a un quindicenne come fosse la sua prima sigaretta che lo fa tossire…: quelle che ho appena elencato sono immagini che non ho inventato io, sono parafrasi di alcune delle poesie di Andrea Bajani che parlano delle parole, di come usarle, di come affrontarle, soccorrerle o non lasciarsene intossicare, devastare, distruggere.

Chiamare in causa l’infinito

Contro l’indicativo è chiamato in causa l’infinito: dentro e contro l’azione si chiama in causa la pre-azione e la post-azione, la doppia natura dell’azione, il suo al di qua e al di là che sono inscritti nel modo infinito; la sua natura potenziale e quella toti-compiuta; la profetica e l’apocalittica: cioè, da un lato, la promessa d’azione, prima che essa venga attuata; e, al capolinea opposto, il suo inveramento esaustivo, quando tutto è stato compiuto (no, non è esattamente un “quando”; è un laddove, là dove tutto è stato compiuto; una specie di spazio del tempo, fuori del tempo...). L’indeterminazione del gesto libera il tempo dei verbi coniugati: è un altro modo di stare al mondo, il modo infinito, che affronta la Storia, la cronaca, i giorni dell’esistenza: ma questo non consiste in una contemplazione inerte; anzi, in questa modalità dell’azione sta il suo vero intervento, le condizioni del suo agire e la possibilità di una soluzione.

Per non perdere la priorità acquisita

Un’altra poesia coglie un’esperienza quotidiana, tipica di questi anni (rimanere in attesa al telefono per parlare con l’operatore di qualche servizio, numero verde, call center), e la trasporta su un piano etico, ne ricava una inaspettata morale, che è contemporaneamente un invito e un comando:

Restare in attesa per non perdere
la priorità acquisita. Stare chini
a sentire il messaggio registrato.
Godere del vantaggio di parlare
solo quando e se invitato. Essere
felici di arrivare ultimi per primi.

Quell’“essere” del penultimo verso, all’interno di un libro pieno di infiniti iussivi, è anch’esso un comando? La lettura di Promemoria, retrospettivamente, mi ha fatto ripensare alle poesie del Novecento che hanno cercato di “far essere” la realtà, il mondo, la presenza. Mi è tornata in mente Al mondo, di Andrea Zanzotto, che esorta ciò che esiste con una percussione di imperativi: “sii – esisti – fa’ – cerca – tendi – su, bravo, esisti – non accartocciarti – fa’ – abbi – fa’ – su, bello, su”:

Mondo, sii, e buono;
esisti buonamente,
fa’ che, cerca di, tendi a, dimmi tutto,
ed ecco che io ribaltavo eludevo
e ogni inclusione era fattiva
non meno che ogni esclusione;
su bravo, esisti,
non accartocciarti in te stesso in me stesso.

Io pensavo che il mondo così concepito
con questo super-cadere super-morire

il mondo così fatturato
fosse soltanto un io male sbozzolato
fossi io indigesto male fantasticante
male fantasticato mal pagato
e non tu, bello, non tu «santo» e «santificato»
un po’ più in là, da lato, da lato.

Fa’ di (ex-de-ob etc.)-sistere
e oltre tutte le preposizioni note e ignote,
abbi qualche chance,
fa’ buonamente un po’;
il congegno abbia gioco.
Su, bello, su.

Su, Münchhausen

Rileggere infinitamente

Ancora più radicalmente, ho provato a rileggere una delle poesie più canoniche del nostro Novecento alla luce dell’infinito iussivo, guardandola dal punto di vista del Promemoria di Andrea Bajani, e, anche, attraverso le esortazioni plurisfaccettate, pluriposizionali, pluriprismatiche di Zanzotto (come di chi cerchi di attaccare – con l’imperativo – da tanti fronti, da tutti i fronti possibili, con “tutte le preposizioni note e ignote”). Rileggere gli infiniti di Montale così.

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Tutto acquista una diversa forza, una diversa postura metafisica, una diversa attitudine esistenziale se si rilegge questa poesia come una filza di infiniti iussivi: un’eredità di sproni ricevuti dai morti, istruzioni per l’uso del pomeriggio estivo che riguardano sia chi legge, sia l’estate stessa, il dintorno, il paesaggio, la presenza planetaria, come per istigarla a essere, a esistere indefinitamente, infinitamente, adesso, ancora, già da prima, sempre. “Mondo, esistere, e buono, fare che, cercare di, tendere a”…

Soggetto depresso o lingua traumatizzata?

Ma a chi sono rivolte queste indicazioni? Chi è che deve essere mobilitato da questa serie di istruzioni per l’uso? Se lo volessimo oggettivare in una persona, ne risulterebbe un soggetto abbacchiato, depresso, gravemente inerme, che ha bisogno di essere rieducato alla fiducia, premurosamente, in maniera soccorrevole e dettagliata, perché ha smarrito la sicurezza della sua presenza, del rapporto elementare con le cose. Da questo punto di vista le poesie di Andrea Bajani darebbero forma a un lettore post-traumatico, che ha bisogno di reimparare tutto dall’inizio, come dopo una grave lesione. Ma questa interpretazione mi sembra troppo figurale, troppo narrativa: strumentalizza lettori e lettrici quasi fossero dei personaggi. A me pare piuttosto che queste poesie siano istruzioni rivolte al linguaggio stesso, alla lingua che ha in sé i rimedi e i farmaci per curarsi. Perciò l’ultima poesia, quando parla di un’altra lingua, prefigura la propria guarigione, una degenza e convalescenza in un luogo di cura, dove la lingua stessa si prende cura di sé, portandosi da mangiare e nient’altro, e ritrovando alla fine addirittura una rima – cioè una conferma – semplice e benefica, dopo essersi nutrita di verbi all’infinito:

Traslocare dentro un’altra
lingua. Portare soltanto
piatti e bicchieri per mangiare.
Affacciarsi alla finestra
trovarsi il mare sulla destra.

Non tanto una lingua straniera, quindi, ma una lingua diversa all’interno di quella che parliamo, e che ci parla, si rivolge a noi dandoci ordini, istruzioni e consigli. Una lingua che usa i verbi in un altro modo, e attinge al modo grammaticale infinito dei verbi per attuare un’altra azione, che esiste da prima dei nostri gesti, e li illumina dalla sua destinazione, lì, oltre il fondo. Una lingua infinita, dove trabocca la nostra fine.


Andrea Bajani, Promemoria, Einaudi, 2017, pp. 66.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica poesia il 31 dicembre 2017