Note su Dante Arfelli (1921-1995)

Lorenzo Mercatanti



Il mio primo incontro con Dante Arfelli scrittore risale a qualche anno fa, quando lessi "I superflui".
Me lo consigliò la stessa persona che, a suo tempo, mi aveva iniziato alla lettura di Cicognani, Pea, Tobino, Cancogni… Delfini, Mastronardi, Bianciardi…
Più recente è una visita a Busseto, alle Roncole, per la mia tesi di laurea su Giovannino Guareschi.
Lì Alberto Guareschi, figlio di Giovannino e senza baffi, probabilmente in memoria dell’Albertino che fu, mi guidò, con grande disponibilità, nello sterminato mare di materiale riguardante Giovannino che si compone di articoli, libri e filmati a cui continuamente se ne aggiungono di nuovi prontamente catalogati da lui stesso e dalla sorella Carlotta.
"Lo conosci Arfelli?" mi chiese Alberto Guareschi.
Gli avevo appena detto che suo padre era da sempre uno dei miei scrittori, e negli anni mi era sempre rimasto a fianco, man mano che le letture si andavano allargando e aumentavano gli autori frequentati, sempre narrativa e sempre Guareschi a fianco.
Gli risposi che di Arfelli avevo letto "I superflui" e "La quinta generazione", che sapevo essere gli unici suoi libri. Sapevo poco altro, che aveva smesso di scrivere, soffriva di depressione, che era entrato presto in una casa di riposo. Mi sembrava una vicenda simile a quella di un altro scrittore: Lucio Mastronardi. Anche’egli tre libri pubblicati in pochi anni, il successo e subito dopo il silenzio scandito da pochi sporadici titoli, l’attaccamento necessario alla propria realtà provinciale tanto nell’opera quanto nel progressivo ritirasi ed annullarsi in essa, entrambi mai pienamente addentro alla società letteraria e subito esclusi una volta passato il clamore del successo.
Ecco, Arfelli rientrava nella categoria degli scrittori che avevano smesso di scrivere, che si erano messi a parte, lui addirittura aveva "chiesto asilo" nel "mondo a parte" della casa di riposo.

Parlando con Alberto Guareschi, venni a sapere che, in realtà, l’ingresso di Arfelli nella casa di riposo era avvenuto nel 1985, In seguito alla morte della moglie, da molti anni l’autore soffriva di una grave forma di nevrosi e da quasi 40 anni aveva abbandonato la scrittura. Nell’Agosto 1988 avrebbe ripreso a scrivere su consiglio della figlia e di Walter della Monica, "Dopo tante peripezie, malattie, disavventure capitate lungo un arco di oltre trent’anni oggi, dopo tante insistenze (Walter dice che mi fa bene, che è una buona terapia per me) ho ripreso la penna, la biro (si scrive così?) per provare di scrivere, se ci riuscirò, ogni giorno qualcosa, qualche riga, una paginetta, un piccolo diario." Inizia così "Ahimè povero me", il libro che nel 1993 segna il ritorno di Arfelli alla scrittura.

"I superflui" è del 1949. "Superflui," si legge nella prefazione all’edizione Vallecchi, "sono tutti coloro che, per una ragione o per l’altra, attendono dagli altri di ottenere una sicurezza purchessia dall’esistenza."
"The unwanted" è il titolo dell’edizione americana (800.000 copie vendute), l’editore è Scribner, "lo stesso di Hemingway," sottolinea l’autore in una lettera a Mario Picchi.
"La quinta generazione", romanzo corale ambientato in uno scorcio di tempo che va dai primi anni del fascismo fino al dopoguerra, è del 1951. "Ho avuto un brutto 1951," scrive l’autore a Mario Picchi, "ma spero che quest’anno sia migliore, mi sento più ottimista, più in forze (sempre relativamente, però). Mi hanno sollevato le buone notizie che ho avuto dall’estero. In America procede la traduzione della Quinta generazione e mi hanno chiesto racconti per riviste […] anche in Francia usciranno ambedue i miei romanzi […]. Ti dico sinceramente che sono stato fortunato. Sento però un peso di responsabilità non leggero. E guardare avanti mi fa un po’ paura." (Febbraio 1952).
Dopo i due romanzi il lungo silenzio, solo in parte interrotto nel ’75 dalla pubblicazione del volume di racconti "Quando c’era la pineta", racconti apparsi in origine su riviste e scritti dall’autore nello stesso periodo di tempo dei due romanzi. Due romanzi e svariati racconti, scritti in pochi anni, in modo quasi fulmineo i due romanzi, "I superflui" nell’estate del ’48 in soli due mesi, nell’inverno del ’51 la stesura de "La quinta generazione".
"Scriveva in modo scorrevole, senza grandi interventi correttivi," ricorda Enea Casagrande, "per lui lo scrittore vero entrava in una specie di pathos che lo faceva scivolare senza sobbalzi in una dimensione di disposizione e di adesione alle situazioni e, dopo, tutto si svolgeva secondo le misteriose leggi naturali dell’ispirazione. Umile, ma anche superbo, consapevole di essere tra i chiamati, con un appello a cui non si può corrispondere."

"Facevo fatica… io non sono uno scrittore di mestiere, di quelli che si mettono a tavolino e… fanno. Io scrivevo solo quando veniva l’ispirazione -una parola che non usa più, ma io continuo a usarla. Poi ho cominciato a star poco bene e ho smesso".
Rispondeva così Arfelli, intervistato da Giovanni Lugaresi nel ’90, alla domanda sul perché al culmine del successo aveva smesso di scrivere.
"Che tipo di disturbi?" La domanda successiva di Lugaresi.
"Nevrosi." La risposta di Arfelli.

Scriveva a macchina Arfelli, diceva, "scrivere ancora a penna è da barbogi. Bisogna scrivere a macchina, in diretta. La macchina libera da tutte le pastoie dell’accademia. Ti costringe all’immediatezza, all’essenziale, ti fa tralasciare gli inutili aggettivi o i superflui sinonimi. E’ come un’automobile che tira via svelta verso la meta e tu con essa. La penna invece ti induce, quasi ti costringe, a cincischiare, vuol sempre aggiungere qualche altra parola, non ha fretta, è una sabbia mobile, dove affondi senza accorgerti…" Vi è anche una foto che ritrae Arfelli davanti alla macchina da scrivere, "alla Hemingway," fa notare Enea Casagrande.

Da dove si ricomincia a scrivere, dopo oltre 40 anni di abbandono?
"Continuo il mio racconto," ci risponde Arfelli in "Ahimè, povero me," dove si trova il diario di questo suo ritorno alla scrittura, "mi debbo rifare da molto lontano, agli inizi della mia malattia che posso collocare dopo l’ultimo racconto che scrissi. Lo scrissi nel 1954 e da allora, tranne qualche altra cosa e qualche lettera, non ho scritto niente che valga la pena di ricordare." Quindi la decisione di aprire questo diario riproponendo quel racconto, "lo vorrei riscrivere qui per esercitarmi la mano, che è ancora incerta, pesante, e per vedere se c’è ancora qualcosa da cambiare o da correggere."
Lo ricopierà pari pari, senza cambiare né correggere niente.

Il racconto s’intitola "Il mio autore", parla di un incontro dell’autore stesso con il suo agente americano ai tempi del successo de "I superflui", "quel racconto che," annota Arfelli nel suo diario, "a pensarci oggi, era una specie di addio a quel che ero."

Sempre in "Ahimè, povero me" compaiono altre annotazioni al riguardo.
"31 agosto (mercoledì) 1988
Ho telefonato a Walter e Walter ha detto che si può certamente pubblicare il pezzo che parla del mio incontro con la mia agente americana e ci penserà lui a sistemarlo in questo diario. Ma adesso sono un po’ stanco e non mi va di scrivere ancora. Mi voglio riposare."

"Questo mio autore… mio caro autore," ripete la donna, battendo la mano sulle spalle del taxista. L’autore è Dante Arfelli, protagonista del racconto insieme alla sua agente americana. Nella hall dell’albergo dove si erano dati appuntamento, Arfelli fantasticava nell’attesa dell’incontro, si figurava una donna affascinante dai modi raffinati, invece si trova questa donna grassottella che scherza coi taxisti e i camerieri come un turista entusiasta, dai modi spicci tanto che i libri non possono essere che bad o good, da vendere s’intende, "non che ciò mi dispiacesse," pensa tra sé l’autore, "anzi mi pareva molto bello spicciarsi di un libro con un secco bad o good, questa netta distinzione in buoni e cattivi, senza tante storie."

"1° settebre (giovedì) 1988
Oggi è venuto Walter per riparlare del mio diario, e mi ha suggerito di aprirlo proprio con quel che di me viene fuori dal mio incontro con l’agente americana.
Mi sembra una buona idea.
Ma come parlava, quell’americana! Sì, sì, mi sembra un’idea buona. Voglio proprio presentarmi con quel racconto."

Il racconto si conclude con l’autore che riaccompagna la propria agente all’albergo, "-allora, arrivederci- disse. -E mi dia presto un libro nuovo. Un libro buono da vendere.-

- Certamente,- dissi, -farò un libro buono da vendere.- Poi soggiunsi: -Se non è buono da vendere che cosa è buono da fare?-
E mi accorsi che anche io lo avevo detto sul serio."

Terminato di riscrivere/ricopiare questo racconto, Arfelli continua il diario/racconto del suo ritorno alla scrittura, senza avere uno studio suo dove poter lavorare, ma è lui a farci subito notare di aver sempre scritto in una camera, "di avere uno studio mio, non me ne importa niente. Non sono mai stato un mestierante (forse ne riparleremo)."
Continua dunque a scrivere in una camera, e a scrivere di giorno, "sarebbe più comodo scrivere alla sera , c’è più tempo, si può scrivere senza fretta, non ci sono altre cose che diano fastidio, ma io alla sera non sono capace di scrivere. Mai stato. Quando ho scritto i libri li scrivevo di giorno."
Per il resto è la malattia a dettare i tempi della scrittura, massimo un’ora al giorno poi due ore di riposo quindi la passeggiata serale, e a determinarne la forma, costituita dalle brevi note di un diario dove scrivere qualsiasi cosa senza pensarci troppo, un "come viene, viene."
Spesso deve interrompere per degli improvvisi attacchi di nervi,
"22 settembre (giovedì) 1988
I nervi, i nervi, i nervi, i nervi, i nervi, i nervi"
E’ sempre la malattia, non più la macchina da scrivere, a costringere lo scrittore Arfelli all’essenziale, a far da setaccio a questo Arfelli che scrive con la "biro".
Il proposito è quello di scrivere un’ora al giorno, dalle tre alle quattro del pomeriggio.
"15 settembre (giovedì) 1988
Sono le tre e un quarto. Un quarto d’ora di ritardo sul proposito di ieri di continuare alle tre."
Sono le tre e un quarto. Un quarto d’ora di ritardo sul proposito di ieri di continuare alle tre."
Terminato di scrivere la nota ("non so per il momento come altro chiamarla") alle quattro, viene il momento di riposarsi, dalle quattro alle sei.
"16 settembre (venerdì) 1988
Sono le tre e mezzo. Una mezz’ora di ritardo sul proposito di continuare alle tre. Non per colpa mia ma per altri impedimenti.
Sono le tre e mezzo. Una mezz’ora di ritardo sul proposito di continuare alle tre. Non per colpa mia ma per altri impedimenti.
Mi preme, prima di tutto, spiegare perché segno i giorni del mese. Mi fa da calendario. Non ho mai tenuto dietro ai giorni del mese, anche a Cesenatico. Così ho sempre fatto delle brutte figure specie con i compleanni. Ricordo solo i compleanni di alcuni familiari, ma quando capita il giorno di fare gli auguri, non li faccio perché non so che giorno sia. Me lo dicono loro e mi dispiace. Da qualche anno non tengo nemmeno più dietro al mio compleanno: mi ci trovo e vengo a saperlo dagli altri. Era la mia povera moglie soprattutto a ricordarmelo e a improvvisarmi un po’ di festa. Ma io a lei per il suo compleanno non facevo nessun augurio, e quando me lo ricordava lei ci rimanevo molto male. Sinceramente, mi dispiaceva. Fatta questa premessa, devo far presto. Prima di tutto perché alle quattro voglio cominciare il riposo.
A letto mi sono ricordato…"
La nota va avanti. La nota… e la scrittura, per quanto tenuta a debita distanza dalla malattia e dalle esigenze ad essa legate, e da Arfelli stesso, "per quanto queste note siano e debbano continuare a essere un -come viene, viene-, non un lavoro, ripeto, non una fatica, caro Walter, non uno stancarsi, ma uno scrivere quello che mi capita lì per lì, appeno apro il libretto e per quanto sia stato il proposito di smettere -dove si è, si è- se la nota si prolunga, niente da fare. La nota mi prende la mano e devo finirla."

Così vengono spesso sacrificate quelle due ore di riposo, essenziali per recuperare le forze in vista della passeggiata solitaria di ogni giorno, "che è la cosa più importante. Questa ci vuole, non è un -come viene, viene-." Arfelli, da dopo che ha subito un intervento alla vescica, fa molta fatica a camminare. Ogni giorno, per esercitarsi, cammina spingendosi sempre un po’ più avanti, fino al Park Hotel lì vicino, fino alla tabaccheria poco oltre, fino alla cartoleria… dove acquista i block notes su cui scrive.

Questo diario, frammentario e occasionale, come i diari che molti scrittori affiancano a lavori più articolati e costruiti, il libro minore parallelo al romanzo, al libro importante, al lavoro vero e proprio… questo diario, per Arfelli, diventa l’unico libro possibile, fatto di note che possono prender la mano, meno importanti di una passeggiata.

Pubblicato su PietraSerena n° 4/2001








pubblicato da s.nelli nella rubrica libri il 19 febbraio 2011