Di là dal Muro. Una conversazione con Vanni Santoni [2]

Roberto Gerace



La prima parte di questa conversazione si trova qui.


V.S. – Se vogliamo, si potrebbe dire che rispetto ai tanti caratteri avanguardistici del movimento rave, quello del ‘trasporto su gomma’ – o ‘etica del camion’, per usare le tue stesse parole – era un aspetto per certi versi retrogrado; dall’altro lato però è noto a chiunque abbia visto Mad Max o una puntata di Ken il Guerriero che in alcuni futuri – quelli frutto di una qualche crisi e in virtù di ciò privi di società se non in forme microscopiche e nuovamente tribali – l’unico mezzo di trasporto possibile resta quello a quattro ruote. La free tekno nasce anche come cultura della crisi: i new age traveller inglesi, per anni considerati un cascame degli anni ’70, conobbero un nuovo vigore già negli anni ’80 della Thatcher, quindi ben prima prima di venir innervati dal movimento rave e originare così la free tekno, perché in un contesto di disoccupazione diffusa e repressione di qualsiasi forma di aggregazione giovanile, la vita nomade tornò a costituire per molti, anche non legati in origine a quel mondo, un’alternativa migliore rispetto a ciò che offrivano le città.
I furgoni, i camion camperizzati, i bus, venivano dunque già da allora a caratterizzarsi come una risposta a un’Europa che si polarizzava in un sistema di ‘hub’ – fossero quelli aeroportuali o le stazioni dell’alta velocità – e nodi al di fuori dei quali tutto diventa periferia. Il mezzo tradizionale permette allora di effettuare una rimappatura e una ricentralizzazione, e l’arbitrarietà che ha in sé il viaggio in auto o furgone – per chi prende l’aereo o il treno, la destinazione è necessariamente certa – combinata con la possibilità che la festa si spostasse o non fosse nel luogo in cui era originariamente programmata, dava alla partecipazione al movimento rave quel carattere di pellegrinaggio che è uno degli aspetti che hanno portato gli antropologi a considerarlo da subito un fatto legato alla spiritualità umana prima ancora che al tempo libero.



R.G. – E tuttavia tu stesso parli di un “contesto di disincanto e sconfitta” e di quella che era effettivamente, più che una rivoluzione, una forma di “resistenza”. La logica della sollevazione, di quel “picco” di libertà che è la festa improvvisa, non è molto diversa dalla logica della guerriglia o del terrorismo: si tratta sempre di condurre una lotta impari contro un avversario la cui superiorità economica e militare è schiacciante; e lo si fa teatralmente, mettendo in scena degli eventi esemplari: un attentato, una festa. Tu stesso sottolinei più volte l’importanza “scenografica” del muro di casse. Il teatro stesso, in fin dei conti, nasce con le feste dedicate a Dioniso: anche lì si trattava più che mai di ricercare dimensioni e relazioni “altre”.



V.S. – È importante ricordare ancora una volta che – al di là della succitata nota di nichilismo che alla tekno viene dal punk – gli Spiral Tribe si sentivano rivoluzionari: in un contesto di desolazione urbana, di riflusso generalizzato, di abuso di sostanze assolutamente antipsichedeliche come eroina e crack, di discoteche che offrivano poco e al prezzo dell’adesione a una serie di logiche ignobili, il rave, liberando, con una forza che non si vedeva dagli anni ’60, energie giovanili nuove e di massa – perché la free tekno da subcultura si faceva immediatamente controcultura in virtù della sua potenza di mobilitazione e messa in discussione dell’industria del divertimento – dava l’idea di essere, anzi era, rivoluzionario. Prova ne è, come detto sopra, la repressione sempre subita dal movimento, sia con metodi polizieschi d’emergenza che con specifiche leggi.
A ciò va aggiunto un dato ulteriore, esso pure rivoluzionario da un punto di vista concettuale: l’annullamento della differenza tra performer e pubblico. You are the party è un motto che oggi pare ridotto a un monito circa l’uso del buonsenso – non lasciare rifiuti, non portare alla festa atteggiamenti negativi, non fare del male a se stessi o agli altri – ma che nasconde un significato più profondo: la prima cosa che anche un profano nota a un rave è l’invisibilità del dj. L’idea di star, e con essa la separazione netta tra performer e fruitore (magari pagante) della performance, a cui eravamo abituati da sempre, salta. L’interfaccia per la fruizione dell’arte è solo il muro di casse, un’entità impersonale e tecnologica, che rende uguale, e sempre potenzialmente interscambiabile, chi sta davanti e chi sta dietro.
È chiaro però che neanche l’idea più rivoluzionaria al mondo può mantenere il proprio carico sovversivo per venticinque anni. Oggi il rave non stupisce più nessuno, se non qualche moralista particolarmente ostinato, e se esistendo continua a opporsi, nella sua gratuità e apertura, a determinate logiche di mercificazione del tempo libero, appare senz’altro più come una forma di resistenza interstiziale, quando non si è trasformato direttamente in una subcultura tanto codificata da risultare pressoché immobile.



Free party in Val d'Orcia (con Nameless-Slackers-Inrealtek-Elektrorganizm-Neumatix-Tarace-Desystematik-Irritant), 2015
Free party in Val d’Orcia (con Nameless-Slackers-Inrealtek-Elektrorganizm-Neumatix-Tarace-Desystematik-Irritant), 2015



R.G. – Ma quando dico che forse si trattava di una libertà troppo piccola intendo dire proprio questo: che, anche prescindendo dall’attitudine progettuale, mi pare che lo scopo delle Grandi Utopie sia stato in vario modo quello di instaurare una società in cui, per usare una semplificazione, il confine tra “momento del lavoro” e “momento della festa” fosse difficilmente distinguibile. In questo senso la libertà delle utopie classiche voleva essere, almeno nelle intenzioni, una libertà più radicale e più grande: non festeggiare per una notte come in discoteca, ma nemmeno per tre giorni come facevate voi; piuttosto festeggiare sempre, ossia assumere la vita quotidiana (educare i figli, costruire un cimitero, ma anche fare la fila alla posta) nella dimensione della grazia.
“Ad andare a giro con i camion per tre quarti dell’anno, la gente tipo una Viridiana, per dire, alla fine erano in pochi: il grosso dopo la festa se ne torna a casa, e quando torna a casa guarda la tv, ascolta la radio, legge i giornali, e s’incazza”, dice ancora Cleo. Ecco, per dirlo in una battuta, non è anche questo un ritorno nei ranghi? Non è che, una volta finita la catarsi, ci togliamo la maschera della tragedia e riviviamo ogni giorno la farsa?



V.S. – La storia ci insegna che le utopie fanno presto a trasformarsi in distopie. È accaduto, in piccolo, anche alla stessa free tekno: l’occupazione della Fintech, che doveva diventare un paradiso delle tribe, si trasformò rapidamente in un inferno. Fatti di cronaca nera, un continuo spaccio a cielo aperto, conseguenti infiltrazioni criminali del tutto aliene al mondo dei tekno traveller; inoltre la festa, diventando reiterata, ‘certa’ da trovare sempre nello stesso posto e ogni settimana, si banalizzava e perdeva alcuni dei suoi tratti tornando a essere una forma, per quanto sotterranea, di ‘consumo’. Non credo sia un caso che l’unica rivoluzione ad aver funzionato nel Novecento – tant’è che godiamo ancora dei suoi effetti nella nostra attuale concezione di pacifismo ed ecologismo, nel relativismo con cui guardiamo al mondo, oltre ovviamente ai salti in avanti che ha permesso nelle scienze e nelle arti – sia stata quella psichedelica, perché agiva a livello delle coscienze e generava il cambiamento da dentro, senza imporlo e senza la necessità di appoggiarsi a ideologie precostituite (e dunque il rischio di trovare il proprio limite nella Storia): una rivoluzione postmoderna, adatta a un’epoca di disincanto e individualismo, e non suscettibile di alcun ‘Contrordine, compagni’.
Circa il passo che citi: è evidente che il rave aveva due livelli, quello della punteggiatura nomade vera e propria e quello dei semplici frequentatori – sebbene, di nuovo, i due livelli frequentemente si ibridassero e scambiassero di posizione. A seconda del punto in cui ci si posiziona, i significati cambiano: c’era chi viveva la cultura free tekno come rifiuto integrale della società e creazione di una comunità utopica, sia pur temporanea, e chi invece ne sfruttava le manifestazioni per cercare un momento di catarsi psichico/spirituale e trasformazione prima di ‘rientrare’ nel mondo grande e terribile. E naturalmente c’era pure chi andava al rave solo perché era più divertente della discoteca.




Muro Epsylonn soundsystem al teknival Pratomagno 2004
Muro Epsylonn soundsystem al teknival Pratomagno 2004


R.G. – In effetti tu rendi benissimo questo poliprospettivismo innanzitutto coi mezzi dello stile, che è molto diverso a seconda dei personaggi ma conserva anche lungo tutto l’arco del libro una sorta di pendolarità programmatica tra un avvicinamento al parlato e al gergo che sa di Irvine Welsh e certe improvvise accensioni liriche e mistiche che sembrano pescare addirittura da D’Annunzio. È sempre e solo una scelta mimetica o si tratta di un altro aspetto di quello sforzo di legittimazione del discorso rave alla cultura alta per eccellenza, quella accademica, di cui si fa portatrice Cleo?



V.S. – Non credo che il discorso rave abbia bisogno di legittimazioni presso la cultura accademica: antropologi, sociologi, etnomusicologi, etnobotanici, storici del costume, storici della religione, quando il fenomeno è entrato nel loro spettro, non hanno avuto problemi nel riconoscergli lo status di avanguardia culturale. Questo per il semplice fatto che a differenza di giornali e TV, il loro giudizio non è vincolato a considerazioni di ordine politico o moralistico, e tantomeno alla necessità di polarizzare o dividere tra buoni e cattivi, tra integrati e devianti, per generare interesse o notiziabilità.
Lo stigma nei confronti della cultura rave deriva però anche da quello esistente nei confronti anche delle sue singole componenti. La sospensione della proprietà privata costituita da un’occupazione, ancorché temporanea; il posizionamento di una produzione artistica e della sua fruizione fuori dai circuiti commerciali ufficiali; le subculture e controculture giovanili in generale; il nomadismo come stile di vita; l’edonismo portato all’estremo, inviso ai moralisti di qualunque colore; le sostanze psichedeliche, per quasi cinquant’anni indebitamente etichettate come ‘droghe’ e accostate a quelle pesanti... Tutte queste cose non possono che risultare invise ai custodi della morale comune perché mettono implicitamente in discussione i limiti di tale morale. Figuriamoci quindi un fenomeno che le racchiude tutte, per di più facendone qualcosa di improvvisamente appetibile per milioni di persone.
Le scelte stilistiche che citi sono dunque ascrivibili ad altre ragioni. Le frasi lunghe, a volte di più pagine, possono essere lette come un rimando a Proust e altri virtuosi dello stile, per cui ho ovvia e sconfinata ammirazione, ma servono anzitutto a riprendere il flusso sonoro e concettuale costante che si esperisce nell’arco di un free party, dove lo scorrere della tekno, o di altra musica elettronica ugualmente ossessiva, non conosce sosta, essendo le tracce mixate una dentro l’altra, senza soluzione di continuità. L’alternanza tra descrizioni liriche, utilizzanti parole e strutture periodali ricercate, e un dialogare gergale, icastico, a volte a sua volta mixato col pensiero dei personaggi prima di diventare nuovamente descrizione, vuole invece essere un rimando all’alternanza, anzi direi quasi il dialogo, tra squallido e meraviglioso che ha luogo nel corso di un rave party. Il ballatoio militare, l’industria abbandonata, il cavalcavia autostradale, la diga lasciata a mezzo, sono luoghi del brutto, spazi interstiziali quando non proprio rifiuti di metallo e cemento della società industriale, che in uno sprazzo di spaziotempo distorto, allucinato e raggiante vengono resi alla bellezza. Allo stesso modo, nell’arco dell’esperienza dionisiaca radicale propria di un free party, il partecipante ha modo di vivere sia l’orrido – che sia lo svegliarsi nel fango, in mezzo ai cani, o l’assistere a coscienza amplificata al vomitare di uno sconosciuto – che il sublime, quando i soundsystem cominciano a sparare al massimo e la folla si trasforma in un unico organismo in sfolgorante deliquio.



R.G. – Questo accostamento di prosaico e sublime, infine, se non sbaglio, è assunto nella struttura del libro in forma di progressione: i sensi (Iacopo), l’intelletto (Cleo), lo spirito (Viridiana). Quando presentammo il tuo libro alla festa di Nazione indiana io dissi che questo trittico mi ricordava quelli tipici dei vecchi trattati di gnoseologia, come il Trattato sull’emendazione dell’intelletto di Spinoza; tu citasti più che altro i Veda. Certo è che c’è un fondo genuinamente idealistico, neoplatonico quasi, nel succedersi di queste tappe, che solo in parte possono considerarsi alternative. È come se tu presupponessi dei gradi di igiene esistenziale, da un minimo a un massimo di non compromissione con la vita cosiddetta “normale”, fino a una sorta di vocazione elettiva e catartica come quella di Viridiana. Sono storie di irriducibilità al senso comune e di accidentati cammini iniziatici che serbano un nocciolo picaresco da romanzo ellenistico.



V.S. – È corretto. Come accennato all’inizio di questo dialogo, i tre personaggi di Muro di casse, rappresentano, oltre che un crescendo di approcci al mondo della free tekno (il semplice frequentatore, l’organizzatrice che vi arriva attraverso un percorso legato alla politica di movimento, la raver che ne ha fatto uno stile di vita), anche tre diversi e progressivi stati di coscienza.
Il tema dell’iniziazione, e di quella sapienziale in particolare, mi interessa da sempre, infatti lo affrontavo, in modo diverso, nel mio romanzo del 2008 Gli interessi in comune: come ebbe a notare Jacopo Nacci in una recensione apparsa a suo tempo sull’Indice, dietro alle disavventure allucinatorie di quei ragazzotti valdarnesi si celava un continuo, furioso tentativo di autosomministrarsi riti d’iniziazione, quasi che avessero inconscio sentore del fatto che la vita adulta – tanto la sua possibilità materiale quanto il suo riconoscimento da parte della società – sarebbe stata loro progressivamente negata.
Un dato interessante e ulteriore è quindi il fatto che l’universo della free tekno, arrivando improvvisamente a riproporre un efficace, ancorché improvvisato, ‘format’ rituale di catarsi ai giovani delle periferie e della provincia europea, restituiva ad alcuni dei propri singoli elementi costitutivi – le sostanze psichedeliche, il raduno clandestino di massa, l’organizzazione dei tempi intorno alla cuspide salita/picco/discesa, e al suo negativo crepuscolo/cuore della notte/alba(albedo) – l’originario potenziale gnostico, soddisfacendo bisogni di ordine spirituale di generazioni cresciute in una società interamente secolarizzata, nella quale peraltro le istituzioni religiose residue sono ormai inadeguate a rispondere a reali esigenze in tale ambito.
Questo ‘ritorno dello spirito’, come già avvenne negli anni ’60, ha ovviamente in sé anche l’arrivo o il ritorno, in occidente, di elementi di dottrine spirituali ed esoteriche spesso estrapolati dal loro contesto o ibridati con tradizioni altre. Nel circuito free tekno, e ancor più in quello più prettamente psichedelico dei festival psytrance, è frequente vedere teli, graffiti o striscioni raffiguranti i sette chakra, l’albero della vita della qabbalah, l’AUM e quant’altro. Lo stesso disegno sui Super Hofmann riprende un sigillo alchemico rinascimentale di derivazione neoplatonica. Dato però che questi elementi tornano in modo spurio, quello che accade è la formazione di ‘paradottrine’ individuali, che attingono, sincreticamente, di qua e di là secondo il gusto personale o i ‘pezzetti’ a cui il singolo si è trovato esposto. Volevo quindi anche riprendere e omaggiare (ma anche satireggiare, giacché era importante non cadere nella trappola del prendersi troppo sul serio – la linea punk nel DNA della free tekno serve anche a questo) un simile fatto con una struttura ‘di ascensione’ come questa.



Muro Nonem-HazardUnitz al teknival di Pinerolo del 2007
Muro Nonem-HazardUnitz al teknival di Pinerolo del 2007



R.G. – Eppure, a fronte di un tale amore per la peripezia anche sintattica, di tanta sfida al multiverso, questa tradizione esige una tensione parallela e opposta all’unità ossessiva, e coerentissima, di una certa visione del mondo sostanzialmente monoteistica (per quanto riguarda i romanzi antichi lo dimostra molto bene Thomas Pavel): in questo caso è quel convergere martellante verso il battito – è questa la quête originaria, che tu stesso nel “manifesto” che metti in appendice fai risalire a un archetipo inequivocabilmente materno. Solo grazie a questa unità tematica e ideologica di fondo (Pavel avrebbe detto addirittura ontologica), correggimi se sbaglio, riesci a conferire armonia a un assemblaggio tanto vasto di materiali testuali. In generale, affrontare il problema dell’unità nella molteplicità è forse il principio cardinale di molto se non tutto il tuo lavoro di narratore: penso, in questo momento, oltre ai già citati Personaggi precari, a un progetto ambizioso e interessantissimo come quello della Scrittura Industriale Collettiva; in cui, se interpreto bene, progettando un romanzo a 230 mani come In territorio nemico hai provato a sperimentare nel campo della creazione letteraria quell’invisibilità del dj di cui mi parlavi prima (“L’idea di star, e con essa la separazione netta tra performer e fruitore [...] della performance, a cui eravamo abituati da sempre, saltava.”). Un progetto che ci parla molto delle potenzialità del discorso letterario nell’era di Internet. E tuttavia Muro di casse è un libro smisuratamente più bello di In territorio nemico. Perciò la mia domanda non può che essere: compiono un miracolo più grande centinaia di persone che scrivono un libro come se fosse scritto da una persona sola o chi, come Shakespeare o Dostoevskij, riesce a scrivere da solo libri che sembrano scritti da centinaia di persone?



V.S.In territorio nemico, o meglio il metodo SIC con cui è stato scritto, e di cui costituisce il test finale e il coronamento, nasce dalla volontà di annullare del tutto l’autore, e di portare in letteratura quei processi di scrittura collettiva fruttuosissimi nel campo della programmazione. Si voleva anche ideare un metodo di scrittura collettiva che funzionasse anche se a usarlo erano gruppi numerosi e composti da persone che non si conoscevano tra loro. L’esperimento è riuscito e il romanzo, uscito per minimum fax nel 2013, ha avuto anche un bel riscontro critico e commerciale. Tuttavia, come è naturale, il metodo SIC, pur riuscendo a far concorrere tutti gli autori a ogni parte della produzione del testo, può ottenere una unità stilistica e di lingua solo appiattendosi verso il basso. Anche per questo avevamo deciso fin dall’inizio, ben prima di scegliere di realizzare un romanzo storico ambientato durante la Resistenza, che sarebbe stato un romanzo avventuroso: si tratta di un macrogenere in cui la vicenda è molto importante e le ‘buone idee’ – a livello di trama, location e caratterizzazione dei personaggi – pesano più dello stile.
Non si può allora paragonare un romanzo storico-avventuroso come In territorio nemico a uno prettamente letterario come Muro di casse. È chiaro, per rispondere alla tua domanda, che il massimo sarebbero centinaia persone che scrivono come Shakespeare o Dostoevskij e quindi producono libri che sembrano scritti da milioni di persone. Più seriamente: il metodo SIC e In territorio nemico nascevano da una volontà di esplorazione delle possibilità della produzione testuale e dai lavori su quel libro ho imparato moltissimo – se oggi faccio anche l’editor, nella collana di narrativa che ho ideato e curo per Tunué, è anche grazie al lavoro sul testo che ho imparato a fare componendo innumerevoli schede SIC – ma la scrittura collettiva mi interessa anzitutto perché ritengo che ogni libro sia in qualche modo collettivo: l’‘autore individuale’ di romanzi per molti versi non è altro che la combinazione di un archivio di fonti (le cose che ha letto fin lì) e di un prisma che rielabora e produce in base alla propria esperienza e alla propria sensibilità, usando poi una lingua che nuovamente gli viene da ciò che ha letto fin lì e da come parlano le persone intorno a lui. Va da sé che tale funzione è ancora svolta meglio da un singolo essere umano piuttosto che da ‘filiere di produzione’. Ciò è particolarmente vero nel romanzo (nel saggio o ancor meglio nel lavoro enciclopedico, la scrittura collettiva dà risultati spesso eccellenti) e lo stesso Muro di casse è un buon esempio: avrei potuto raccogliere centinaia, migliaia di testimonianze, e tentare un saggio analitico, esaustivo, sulla storia dei free party in Europa dall’89 a oggi. Sarebbe stato comunque incompleto, anche facendolo di due o tremila pagine. Invece, in quanto romanziere, ho potuto seguire un percorso differente, e tentare così l’assalto al ‘tutto’ in sole centotrenta pagine, dato che scrivendo un romanzo si può essere deliberatamente parziali, e usare tali ‘campionature’ come raggi di luce che (auspicabilmente) aprano campi ben più grossi di loro, che poi sta al lettore completare.



R.G. – Per finire, so che tieni una bella rubrica di scrittura su Minima&Moralia, i "discorsi sul metodo", in cui attraverso le interviste indaghi sulla routine degli scrittori, sul loro modo di scandire il lavoro, sulle circostanze in cui amano scrivere, etc., con tutto un corredo molto istruttivo di stratagemmi e di piccole fissazioni che tu passi al vaglio impietoso del tuo occhio pressoché taylorista. Le leggo spesso con molto interesse, perciò finalmente sono contento di poter usare le tue armi contro di te. Perché è così importante il metodo?



V.S. – L’idea di quella rubrica è nata da una discussione avuta con alcuni amici circa l’utilità di darsi compiti rigorosi nel lavoro di scrittura. Premesso che nelle arti l’eccezione può sempre esistere, personalmente credo che sia cruciale. Quando mi capita di insegnare scrittura, la prima cosa che dico è che le tecniche non contano niente rispetto alla dieta – ovvero alle letture che si fanno – e alla disciplina – ovvero la regolarità nello scrivere.
Scrivere tutti i giorni è importante perché permette di entrare in quello stato benedetto in cui si pensa ai libri in lavorazione anche mentre si fa altro. Quando ciò avviene, scrivere diventa un po’ più simile a trascrivere, e quindi con meno rischio di piantarsi sulla pagina bianca.
Darsi dei limiti minimi quantitativi può invece apparire arbitrario – in effetti lo è – ma il fatto è che la quantità si può misurare, la qualità no. Puntare a determinate quantità di battute giornaliere permette di assegnarsi i compiti ed essere contenti se li si è fatti (o sentirsi in colpa se invece li stiamo saltando), il che, per quanto non ci sia nessuno a controllare, rende più semplice darsi un passo e con esso la suddetta disciplina. Credo che cinquemila battute al giorno, diecimila nei periodi di scrittura molto intensa, siano una quantità ideale per tenere un passo efficace.



Vanni Santoni alla presentazione di Muro di casse al Macao, Milano
Vanni Santoni alla presentazione di Muro di casse al Macao, Milano (foto di Gabriele Ferraresi)



Vanni Santoni, Muro di casse, Laterza, euro 14








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 10 dicembre 2015