Il dolore è una cosa privata

Silvana Farina



Le quattro poesie che seguono provengono da una raccolta inedita ancora in fieri e dal titolo provvisorio di Cassetta degli attrezzi.

Fine d’anno

Nel fulmine della tua vena
trovo la morte di ogni dubbio,
sulle montagne della tua schiena
conto le tenere ginestre
Se non è facile, almeno è dolce
scampare il dolore
nel tuo corpo di foresta

Dovunque cammini
fiorisce la terra morta
Stringo un nodo in gola
quando ti siedi accanto a me
e s’insinua un oceano
tra le nostre bocche di caffè

Dal malcerto balcone
guardiamo esplodere
fuochi di fioche speranze
nell’irreale notte di fine d’anno
mentre posi le tue mani di girandola
sul mio collo di lucertola

Il mistero buffo sei tu

***

Estate

Nel tuo caffè solitario
correggi la mia assenza:
in branco ci assalgono
le nostre solitudini

Mentre indosso la pazienza
un giglio allatta un insetto,
le formiche contano le pene
e il grano maturo cuce
sulle mani la carne scura

L’estate non è tutto:
nel costume corallo
accetto il rischio dell’abisso dove
il futuro è un cavallo cieco
il passato è il suo recinto

Cala l’infaticabile notte
sui tuoi occhi nelle mie mani
All’alba una voce meccanica
annuncia il tuo volo:
le partenze sono questi
fiori
bianchi
deliranti

***

Amore mio, il dolore è una cosa privata

Il dolore è una cosa privata
non si tocca
piccolo uomo
magro è un tonfo
di teste sui cuscini
Il dolore è una cosa privata
di camerette strette
anguste di pianti segreti
di unghie con la carne dei palmi
chiusa come una vergogna
Il dolore è una cosa privata
magro uomo che ti muovi
con spalle d’aquila su questo corpo-
fascio ridicolo e nervoso
il dolore è una pelle nascosta
è una palafitta solitaria sul lago
è indicibile violenza
quando spiri il fiato sulla girandola
della tua vita, fringuello innocente,
come nelle foto d’infanzia
è una vecchia casa di scalini ripidi
col soffitto di malva
che non si può dire, non si può condividere
sta dentro, di dentro esplode come tuffo
muto come il dubbio
è il sollievo della luce spenta
prima di dormire
Il dolore è una spia
senza carta d’identità

Ma tu, amore mio,
ricordami sempre
anche se questa luce
adesso è spenta
Se te ne vai mi perdo
fradicia nella mia valle
con le dita nello sciame
dove aspetto chi mi redime
Tu muoviti ancora
così che io possa alzarmi
dal sepolcro di malva
e seguirti nella bellissima
danza della conoscenza
veloce sarò la tua cruna
cuciremo insieme epiche
con ricami di nebbia
sarò il tuo varco nel terrore
di infiniti spaventi
dove senti un colpo di teste
sbattere contro il muro
duro come cento freddi marmi
infrangibili come l’eterno

***

Sul fianco

Qui sul fianco
spigoloso poggia pure
le tue priorità
Qui sulla spalla
magra poggia anche
il tuo dolore
come un vecchio cappotto
Vedi non resta
niente di me
se mi apri
come una bacca
scovi briciole indurite
Nella costola
una lanterna arrugginita
dal tempo
illumina ancora i «perché?»
Come suppellettile
mi mimetizzo con le pareti
di questa verde casa
che ci tiene separati,
la mia prigione
dove taglio i piccoli seni
per donarli al mito
Ma tu scaldati come lucertola
al sole dei miei silenzi
e fatti ombra sotto questi arti
rami per il tuo avido nido








pubblicato da s.baratto nella rubrica poesia il 28 dicembre 2017