Eros e metodo. La critica come organizzazione dei piaceri

Roberto Gerace






Approfittando del dibattito suscitato dal libro di Raffaele Alberto Ventura sulla "teoria della classe disagiata", ripubblico qui un mio articolo uscito l’anno scorso sul numero 11-12 della rivista «Il Ponte», che gentilmente mi concede di riutilizzarlo. La riflessione nasceva in occasione di un convegno organizzato a Siena dalla Fondazione Il Ponte e dal Centro Studi Franco Fortini nell’aprile 2016. Tema centrale del dibattito era la crisi della critica letteraria nell’epoca di internet. Il taglio particolare che avevo dato al mio discorso, però, mi aveva portato ad affrontare, anche se in maniera parecchio diversa, alcuni nodi problematici che sono centrali anche nel libro di Ventura. A distanza di così poco tempo, mi sembra di aver già cambiato idea su certe cose che dico nell’articolo (forse perché intanto ho avuto modo di approfondire un altro po’ questi argomenti) e persino la forma mi pare a volte inutilmente presuntuosa, se non addirittura comica senza volerlo. E tuttavia, se non tutte le risposte, almeno le domande poste da questo scritto continuano a suonarmi fondamentali.
Roberto Gerace






«Si è mai letto Proust, Balzac, Guerra e pace, parola per parola?», andava chiedendosi Roland Barthes in una delle prime pagine del Piacere del testo, a chiusura epigrammatica di un paragrafo degno di nota in cui distillava al lettore le sue più pruriginose confessioni sul suo personale modo di condurre l’atto della lettura, iscrivendole però sotto il segno della strizzatina d’occhio, della cattolica fratellanza nel peccato: «saltiamo impunemente (non ci vede nessuno) le descrizioni, le spiegazioni, le considerazioni, le conversazioni; diventiamo simili a uno spettatore di cabaret che salga sulla scena e acceleri lo strip-tease della ballerina togliendole destramente gli indumenti, ma nell’ordine, cioè: rispettando da un lato e precipitando dall’altro gli episodi del rito (come un sacerdote che divori la sua messa). La tmesi, fonte o figura del piacere, mette qui di fronte due bordi prosaici; contrappone ciò che è utile alla conoscenza del segreto a ciò che le è inutile; è una crepa derivata da un semplice principio di funzionalità; non si produce al livello della struttura linguistica ma solo al momento del suo consumo; l’autore non può prevederla: non può voler scrivere ciò che non si leggerà


Tutto il suo breve libro tende alla definizione di quella sorta di estetica edonistica dell’interstizio i cui fondamenti erano stati gettati nella pratica artistica già dai tempi di Flaubert. Passi su Proust (che richiederebbe ben altra esitazione), stupisce che la consuetudine cursoria, extravagante dell’occhio di Barthes si applichi a testi, quali furono quelli di Balzac e Tolstoj all’epoca della loro apparizione, pubblicati a puntate: opere che ebbero la loro prima vita sulla Terra non, dunque, in un volume di cui si possa violare l’ordine delle pagine; ma nell’accumularsi periodico dei fogli di giornale. Difficile ipotizzare per il grande romanzo dell’Ottocento che il «momento del suo consumo» si scardinasse dalla droga dell’assaggio scandito: il quale richiede, e dunque postula, l’abitudine a farsi la gioia con quel che c’è, rileggendo le puntate disponibili e meditando quei dettagli, porgendo loro quelle domande – come capita oggi tra un episodio e l’altro, tra una stagione e l’altra ai più accaniti utenti di una serie tv – cui solo l’uscita del nuovo numero potrà dare la soddisfazione di una risposta.


Barthes dunque aggancia mistificatoriamente a un’era lontana il suo peculiare, storicamente determinato ritmo di lettura, facendo passare per canonico ciò che è invece il frutto di un mutamento sismico della sensibilità degli uomini colti europei che si protrae da più di un secolo. Che cosa avrebbe detto Barthes di quei capolavori del tempo andato che furono concepiti in epoche in cui non esisteva ancora la lettura silenziosa? Sappiamo dai diari di Tolstoj ch’egli leggeva sempre a voce alta e con calma: come sarebbe altrimenti pensabile quel senso di epica pienezza che rende ogni sua pagina così luminosa, così pulsante e necessaria, da escludere recisamente che il lettore possa desiderare di saltare? Eppure Roland Barthes è stato uno dei regoli del gusto europeo più “avanzato” per decenni.


Ma che cos’è in fondo la critica, intesa come tribunale del gusto, se non una branca dell’amministrazione dei piaceri? E che cos’è la sua controparte accademica, se non la disciplinata applicazione di una qualche teoria di questi piaceri della lettura? A questo si riducono, infatti, in sostanza, tutte le disquisizioni sulla “metodologia della ricerca”, sui “presupposti teorici” della ricerca letteraria che insegniamo a premettere a ogni tesi di laurea dei nostri studenti, a ogni articolo del più illuminato studioso. La “critica in atto” non è mai pura applicazione di una ragione naturale, illuministica; funziona invece a molla: e questa molla è una spinta al fondo erotica, cui il metodo dà forma. Adottare un certo “orizzonte metodologico”, poi, è anche allo stesso tempo delimitarne assiologicamente (il che equivale a dire eroticamente) il campo di applicabilità: è per questo che Francesco Orlando non si segnala per aver provato i suoi schemi freudiani sui testi, per dire, delle neoavanguardie; così come la Stilkritik lavorerà difficilmente su un giallo di Agatha Christie, se non forse per dimostrare che non è letteratura. In quest’ottica spesso implicita, insomma, non è solo prerogativa del crocianesimo l’additare “poesia o non poesia”. La scelta epistemologica è già un giudizio di valore in nuce, sia che vada nel senso della restrizione più o meno elitista sia che faccia ombrello a una filosofia del “tutto è permesso” (come nel caso del ventre pingue del semiologo che ogni testo divora). All’ombra di questo valzer strisciano però le metamorfosi dell’ideologia.


In attesa che si scriva una storia della critica come teoria dei piaceri, infatti, ciò che conta è saper riconoscere, ogni volta che si scrive una recensione, uno studio su un tema letterario, il discrimine materialistico che li rende funzionali a una consuetudine di fruizione: tanto del lettore, quanto del critico, come dello scrittore. Affrontare l’ennesimo discorso sulla crisi della critica, intesa astrattamente, risulta allora quanto meno sospetto: profondersi in simili ragionamenti prescindendo dalla domanda su quale critica assume il solito senso di discorso nostalgico, astioso, parasindacale – per non dire apotropaico e propiziatorio. Quale ruolo è riservato agli innumerevoli dibattiti sulla fine della critica, del romanzo, della poesia, degli intellettuali, della letteratura “di una volta”, che si svolgono periodicamente sulle terze pagine di quei giornali per il resto asservite alla logica del mercato editoriale, se non quello funzionale di legittimazione, di giustificazione del contorno, di vero e proprio capro espiatorio? Sempre meno oggi il critico, e in special modo quello “militante”, si definisce mettendosi sotto l’albero di tale corrente, giocando nell’oratorio di tal altra parrocchia: compito del critico è invece semplicemente produrre discorsi apocalittici, magari generici, oppure specifici solo dove si tratti di mostrarsi velenosi nei confronti di questo o quell’altro personaggio, questa o quella istituzione o azienda, i quali sono poi chiamati a rispondere per le rime. Lo scopo di questi dibattiti è duplice: dimostrare che nonostante tutte le loro lamentele un posto sui giornali i critici continuano ad averlo (almeno nominalmente); dimostrare con la vacuità dei loro argomenti, con l’infantilismo del loro carattere, o anche solo con la stonatura che immettono rispetto all’atmosfera di entusiasta pacificazione delle recensioni che hanno intorno, che la crisi se la meritano. Si istituzionalizza così una nuova figura professionale: quella del polemista, l’isterico mestierante di un’ars gladiatoria in cui non conta l’intelligenza delle tesi sostenute, ma il loro tasso di provocatorietà, usato come indicatore della vivacità del dibattito come l’applausometro in un talk-show. Come suggeriva Adorno, i bigliettai dell’industria culturale sono ancora gli stessi del circo; la critica viene fatta coincidere con la propria parodia.


Prima di morire, Franco Fortini scrisse nel suo ultimo articolo (datato 29 novembre 1994): «Spero di non dover mai stringere la mano né a Sgarbi né a Ferrara né ai loro equivalenti oggi esistenti anche nelle file dei “progressisti”. […] Ripuliamo la sintassi e le meningi. Non scriviamo un articolo al giorno ma impariamo a ripeterci, contro la audience e i contratti pubblicitari. Diamo esempi di “cattiveria” anche a quei lavoratori che dai loro capi vengono illusi di battersi attraverso le strade con antichi striscioni e poi, nel buio della TV, ridono alle battute dei pagliaccetti di Berlusconi.» Le radici di quanto raccontiamo affondano ben più addietro di quello che potrebbe sembrare: né è scontato, come oggi pare, che l’esempio di quel Pasolini, tanto grande come scrittore, quanto appassionato allo scandalo come critico del costume, sia da tenere a modello indiscutibile qualora si provi nostalgia per un’età dell’oro più presunta che perduta. Certo, è indubitabile che negli ultimi decenni le cose siano andate marcendo sempre più. E in questo contesto internet era sembrata per un certo periodo una possibilità, un luogo altro dove fosse pensabile, per l’intellettuale, riguadagnare non tanto voce in capitolo, quanto un rapporto più libero e radicale col proprio tempo e coi lettori, un legame transitivo tra discorso sulla letteratura e discorso sul mondo. Nazione indiana fu innanzitutto questo, come dice il nome: un’isola; un luogo in cui ricominciare a esercitare la critica fuori dalle rovine dei suoi templi, dove reimparare a edificarne di nuovi dalle fondamenta, come coloni esuli dalla madrepatria. Fu questo per un po’, finché non divenne a suo modo “istituzionale”, e da molti cominciò a essere considerata una vetrina: da Saviano a Santoni, non pochi dei nostri scrittori (per non parlare dei poeti) sono passati di lì con un inedito prima di esordire. Ciò che emanava dalla prima Nazione indiana era il senso di una grande libertà, quale le riviste cartacee non conoscevano più da tanto tempo. Sembrava che stesse cambiando qualcosa nei dispositivi del discorso, nella forma argomentativa, nei fini sottesi. Dagli articoli e dai commenti si sentiva emergere, ancor prima che un contenuto, la preoccupazione di costruire una comunità.


E tuttavia i blog letterari sono divenuti col tempo, e invero piuttosto velocemente, una nuova opportunità di colonizzazione da parte del mercato. Si fa fatica a percepire tutto questo, probabilmente per via dei piccoli numeri e del confronto con l’orrore assoluto dei “grandi” mezzi di massa, ma non c’è alcuna differenza sostanziale, che è come dire di forma del ragionamento, tra un blog letterario, per poco seguito che sia, e la pagina culturale di un giornale, salvo eccezioni rarissime. Quello che non funziona in tanti esperimenti di blog letterari (e se ne vedono davvero in numero soverchiante), non è affatto, come comunemente si dice e pensa, il difetto di qualità accademica o giornalistica nei contributi, ma al contrario l’eccesso di adesione a quei vecchi modelli. Sarebbe anzi di grande interesse condurre uno studio materialistico sul redattore di blog letterari: rispetto al suo fortunatissimo superiore (il ricercatore o articolista sottopagato), egli pertiene a un grado persino più basso della scala sociale; svolge esattamente gli stessi compiti, ma più in fretta (e dunque peggio), perché di solito fa un altro lavoro (quasi sempre precario), e soprattutto gratis, nella speranza che un giorno qualcuno si accorga abbastanza della sua bravura da scegliere di dargli un posto come ricercatore o articolista sottopagato, promuovendolo dunque di rango; laddove la condizione del ricercatore o articolista sottopagato è quella del lavoratore in regime di sfruttamento, il redattore di blog letterari somiglia molto a quel “paria” che nelle teorie marxiste classiche veniva classificato come un tipo tendenzialmente reazionario, perché troppo disperato non solo per fare la rivoluzione, ma persino per pensare. Lungi dal rappresentare una possibilità di salvezza, dunque, i redattori di blog letterari, gli intellettuali “da tastiera”, i critici dell’ordine costituito 2.0, sono in definitiva il più efficace puntello contro il cambiamento della loro propria condizione. Più che il tempio, tengono in piedi la baracca più e meglio degli altri. Che cosa farebbero se non avessero internet, astuzia sublime, immane sfogatoio di quelle ambizioni a una “carriera” letteraria che sono per loro continuamente frustrate dalla crisi economica, dal clientelismo imperante, dalla stupidità pianificata dell’industria culturale?


Se all’epoca di Barthes divenne concepibile leggere Guerra e pace saltando, non fu perché era ormai a disposizione in volume, ma perché in un secolo decadentismo e modernismo avevano reso normale un uso personale dei piaceri della lettura: che è come dire privato e impolitico. Il lettore postmoderno non è altro che un nipotino di Madame Bovary. Ma prima di lei e per lei, fu per primo il Romanticismo, in cui siamo immersi ora più che mai, a istituire l’idea che la cultura fosse una macchina per la produzione di identità eccezionali. Tra questo lettore e il prototipo dell’utente di internet, che sfrutta l’infinita fungibilità dell’ipertesto per crearsi continuamente percorsi individuali di fruizione, che indicizza i propri “like” per definirsi contrastivamente nel mercato delle personalità, non c’è antropologicamente alcuna differenza. In internet la disponibilità infinita di contenuti sta insieme all’infinita mancanza della loro messa in situazione. Internet è idealmente il paradiso di quel tipo di intellettuale che Gramsci chiamerebbe forse disorganico. La teoria dei piaceri sottesa a questo modello di fruizione nasce dall’impulso erotico all’accaparramento di capitale simbolico.


È un luogo comune della tradizione critica quello che considera Madame Bovary una diretta discendente di Don Chisciotte, ma la distanza è tanta. Si dice anche che Don Chisciotte sia il primo romanzo moderno; eppure il suo protagonista è un eroe evangelico, antico: come il lettore di testi sacri, tratta i libri come promesse e insieme come profezie.
Don Chisciotte è l’archetipo del lettore furioso: ogni lettera è per lui l’invito a un’incarnazione, ogni storia l’appuntamento per un’Imitatio Christi. Don Chisciotte è anche un eroe marxista ante litteram: è il lettore che dai libri sa trarre soltanto il valore d’uso, che è come dire il potenziale metamorfico, la richiesta di compimento che irradiano. Come l’eroe di una tragedia antica, la sua rivolta è spirituale, morale e ontologica, la sua sfida lo aggancia ai destini del mondo e al volere di Dio. Tutto al contrario di Madame Bovary, che altro non è, per i libri, in fin dei conti, che l’eroina del valore di scambio: la sua angoscia è relazionale e sociale, la sua voglia di rivalsa è storica; vive in quella coscienza del confronto che Don Chisciotte (non importa se ci sia o ci faccia) disconosce programmaticamente; la necessità dell’incarnazione si trasforma in pungolo individualistico alla distinzione. Don Chisciotte è il martire della lettura letterale: la sua teoria dei piaceri nasce dall’impulso erotico alla transustanziazione. Se Madame Bovary della lettera fa esperienza e destino individuale, Don Chisciotte ne fa Storia e destino collettivo. Don Chisciotte è insomma il modello assoluto di un uso politico dei piaceri della lettura.


Tornando dunque alla domanda fondamentale, prima sarà disponibile una genealogia della critica come organizzazione dei piaceri, prima potremo renderci conto che quel breve, rimpianto periodo d’oro della saggistica letteraria, se mai c’è stato, nasceva dalla capacità di almeno una parte di chi legge, di chi scrive e di chi studia d’intendere la lettura come un atto sociale, la scrittura come una tecnologia del tempo libero.










La foto in alto è presa da un annuncio su Ebay, ma il progetto grafico è mio (Paint per Windows 10).








pubblicato da r.gerace nella rubrica in teoria il 27 dicembre 2017