Gli improduttivi disagiati di Raffaele Alberto Ventura

Tiziano Scarpa



Se non avete ancora letto Teoria della classe disagiata di Raffaele Alberto Ventura vi consiglio di farlo. Secondo me è uno dei saggi più importanti usciti in questi anni, uno di quelli che riescono a captare un’epoca e a nominarla.

Leggendolo ho imparato tante cose, e molte le ho viste sotto una luce innovativa. È stato bello anche ritrovare, come vecchi amici o scorci di paesaggio conosciuti, brani e pagine che Ventura era andato sgranando nel suo sito personale, Eschaton. Quello di Ventura è un pensiero in movimento, che nel libro ha trovato una sua forma coerente e compatta. A proposito di questo, prima di descrivere il libro in sé, vorrei fare una considerazione esistenziale: fa piacere vedere come un lavoro decennale di formica, accumulando briciola su briciola e scheggia su scheggia abbia portato alla costruzione di un edificio. I blog, di solito, per la loro configurazione informatica, sono una catena diaristica, un’addizione di contributi nel tempo; quello di Ventura no: invece dell’archivio temporale sovraesponeva quello spaziale, per argomenti; infatti evidenziava una costellazione di etichette, di tag, ai lati di ogni articolo.

Più che una pulsione diaristica, nella sua ricerca c’è sempre stata una vocazione enciclopedica; che in questo libro ha fatto un altro passo in avanti, diventando una specie di saggio trattatistico. Dal diario all’enciclopedia al trattato, sono le tre mosse di Ventura che danno il buon esempio a chi studia e scrive, in quest’epoca dispersiva, in cui è così difficile legare le singole giornate a un progetto a lungo termine, i momenti in balia della frammentazione alla continuità orientata verso uno scopo.

In qualche caso, certe punte acuminate del blog sono state smussate. Per esempio, quando l’avevo letta su Eschaton, mi era rimasta impressa come un’ustione la sentenza “Forse perché nulla è”, che non è finita nel libro. La riassumo in breve: Ventura constatava che l’editoria mercantile pubblica tranquillamente anche il filone più radicale e rivoluzionario della cultura politica, filosofica, letteraria. Evidentemente perché lo considera innocuo. Lo pubblica come se niente fosse: «forse perché nulla è», scriveva sarcasticamente Ventura. Il libro invece ha toni più sobri, ma, nel fondo, altrettanto disperati. E mostra come persino alcuni placidi classici letterari non siano affatto un “nulla”.

Di che cosa parla, Teoria della classe disagiata? Di questo:

«Voglio descrivere la condizione di quella larga parte del ceto medio che nell’arco di una generazione è passata da classe agiata, secondo la definizione di Thorstein Veblen, a classe disagiata: ovvero troppo ricca per rinunciare alle proprie aspirazioni, ma troppo povera per poterle realizzare. Mentre va in scena questa tragedia esistenziale, in tutto e per tutto simile al dramma borghese che abbiamo imparato a conoscere a teatro, dietro alle quinte si intravede il lavoro delle maestranze da cui dipende il nostro benessere fragile e paradossale – quel pezzo di generazione di cui nessuno parla mai».

Io appartengo alla generazione precedente; a me sembra di essere passato da una classe disagiatissma, figlia di proletari precari, a una classe anch’essa disillusa: la scuola ha dato anche a me, figlio di genitori con la quinta elementare, la possibilità di partecipare all’economia politica degli scambi simbolici: detto in altri termini, nel mio caso: la possibilità di scrivere libri e articoli e di pubblicarli, cioè di far circolare le mie fantasie e le mie opinioni. Io mi sento come un Don Chisciotte straccione che da adolescente, alla fine degli anni Settanta, è venuto a contatto con romanzi e poesie, e a causa di quel contagio ha perso la testa proprio come è successo all’hidalgo della Mancha leggendo i poemi cavallereschi. La mia epoca mi ha dato l’illusione di essere un cavaliere errante della letteratura, pur essendo figlio di una casalinga e un precario. Ma non si trattava soltanto di migliorare la condizione dei figli: c’era qualcosa che trascendeva il puro innalzamento di classe in tutto questo, e cioè una opportunità politica; magari non dichiarata, ma praticata con i fatti: finalmente, grazie alla scolarizzazione di massa, anche le classi povere potevano esprimere qualche voce in più che entrasse in circolazione nell’editoria e nei giornali accanto ai figli dei ricchi e della borghesia culturalizzata. L’ho riscontrato anche in molti miei amici, autori e autrici della mia generazione con origini simili alla mia, cresciuti in famiglie molto modeste. Mi rendo conto che forse si tratta di un autoconferimento di rappresentanza, come se mi sentissi parte di una schiera di paladini civili dell’alfabeto (lo ripeto: c’è molto di donchisciottesco, in tutto questo), ma quel che voglio sottolineare è che non era solo autopromozione e successo personale. Sono stato fortunato, ma anche adesso non ho alcuna garanzia e non so che ne sarà di me e del mio lavoro nei prossimi anni.

Ventura non si occupa delle eccezioni: al contrario, mostra che, per l’appunto, di eccezioni si tratta. Che “uno su mille ce la fa” è la regola di questo gioco al massacro reciproco, all’interno della classe di individualisti in competizione fra loro, in cerca di riconoscimento sociale e di prestigio; ma il prestigio, se è tale, «ha valore soltanto perché distribuito in questo modo, in maniera diseguale». Insomma, troppi titoli di studio, troppa educazione, e dunque troppe aspirazioni a trovare un proprio posto nell’“economia posizionale” dei ruoli di rilievo, con una concorrenza di tutti contro tutti nel ceto medio, «una crescente quantità di bisogni sociali “di lusso” che entra nella sfera del necessario». Ventura cita Fred Hirsch: «il liberalismo economico è vittima della sua stessa propaganda: generalizzato all’intera società, ha finito per generare delle domande che non è in grado di soddisfare». Il risultato è il “Mutuo Declassamento Assicurato”, una enorme quantità di ambizioni deluse, e di risentimento, con la sensazione di essere stati ingannati: «ci accorgiamo di avere sprecato un’enorme quantità di risorse per partecipare a una competizione che non potevamo vincere» . Perciò

«la classe disagiata è l’avanguardia di un capitalismo in crisi permanente che ci parla con la retorica dell’emancipazione per venderci stili di vita che non possiamo permetterci. Il debito che ci schiaccia non è altro che l’immagine rovesciata delle nostre aspirazioni deluse, l’altissimo costo che paghiamo per continuare a ostentare una ricchezza che non abbiamo».

Questo è l’esito di una

«contraddizione fondamentale del sistema capitalista evidenziata dagli economisti classici e poi da Sismondi e Marx, quella tra un’offerta sempre più abbondante e una domanda incapace di assorbirla interamente».

Oltre ad avvalersi delle analisi di economisti e sociologi, Ventura costruisce un’appassionante genealogia di precedenti e tappe dell’immaginario letterario e teatrale (quel “nulla” che ho menzionato sopra): tra gli altri, Lucien de Rubempré nelle Illusioni perdute di Balzac, Emma Bovary, Octave Mouret nel Paradiso delle signore di Zola, Des Esseintes di Huysmans, Il mercante di Venezia shakespeariano, Il giardino dei ciliegi di Čechov, la scissione fra impiegato e scrittore in Kafka, e molti altri; e una lettura particolarmente fine delle commedie di Goldoni:

«nelle sue commedie Goldoni non descrive banalmente lo scontro tra padri spilorci e figli dissipatori, ma le contraddizioni di un’economia malata nella quale l’eccesso di spesa è contemporaneamente una necessità vitale e un rischio mortale».

Sono moltissimi gli affondi e le intuizioni di questo libro. L’unica obiezione che mi sento di fare è che tra i suoi fuochi teorici c’è un nodo che forse è un po’ troppo elastico: mi riferisco alla distinzione fra lavoro produttivo e lavoro improduttivo. Mi sembra che si presti a troppe ambiguità, a proiezioni personali, a convenienze argomentative, a punti di vista variabili. Non sto dicendo che le compia Ventura, queste mosse ambigue; è quel nodo teorico stesso che si presta in generale e in sé a una certa elasticità interpretativa. Insomma, a me pare che sia un nucleo ideologico, che a tratti può diventare moralistico.

Chi sono i lavoratori del ceto improduttivo? Secondo alcuni economisti citati da Ventura, come Paul Mattick, ne fanno parte «insegnanti, medici, ricercatori scientifici, attori, artisti, eccetera».

Capisco e seguo Ventura quando questa distinzione la usa con intuitivo buonsenso: non possiamo tutti fare i registi, gli attori, i designer, gli artisti, i giornalisti, gli stilisti, i copywriter, eccetera. Ma ho qualche difficoltà a considerare la distinzione lavoro produttivo/improduttivo come fondamento solido per una teoria.

Davvero, nella situazione di oggi possiamo considerare “improduttivi” molti di questi lavori? Sull’argomento sono stati scritti scaffali di analisi, e sarebbe patetico tentare di risolverlo in poche righe. Mi limito a un esempio.

Un giornalista sarebbe un perfetto rappresentante di lavoratore improduttivo. Ma il supporto su cui circolano i suoi scritti – cartacei o no che siano – è frutto di un lavoro produttivo: nel caso del quotidiano in edicola, è cellulosa lavorata industrialmente, che prima diventa carta, e poi giornale. Ebbene, è ovvio che il plusvalore dell’oggetto-giornale, o comunque il suo valore differenziale, il valore aggiunto, non è costituito di certo solo dalla qualità della carta. Immaginate se la Gazzetta dello Sport, da domani, si mettesse a parlare esclusivamente di tornei di bocce. Un giornale simile chiuderebbe nel giro di una settimana, e la carta rosa prodotta dalla cartiera non avrebbe più alcun valore. Dunque, la parte classicamente considerata “lavoro produttivo” (la produzione del supporto cartaceo rosa) è indissolubilmente legata alla parte di “lavoro improduttivo” (la scrittura di articoli).

Il lavoratore delle cartiere è salariato dall’imprenditore capitalista; allo stesso modo, il giornalista (quando non è precario…) è salariato dall’editore del giornale. Nessuno dei due è proprietario dei mezzi di produzione (non mi riferisco tanto al computer del giornalista, che può scrivere quei testi sul suo portatile, quanto all’apparato di diffusione capillare nelle edicole, e anche alla valorizzazione conferita a quei testi dal trovarsi sotto una testata storica, in rete), né è proprietario del suo lavoro: se il giornalista pubblicasse gli stessi articoli sul suo sito personale non guadagnerebbe un centesimo. In che senso, allora, uno è un lavoratore produttivo e l’altro no? Ho scelto volutamente questo esempio perché questi due lavori concorrono insieme a sostanziare lo stesso quotidiano, un unico oggetto, la medesima merce, costituita da queste due componenti – per non parlare della pubblicità contenuta nel giornale stesso, cioè la vera sostanza che garantisce la sopravvivenza del giornale, insieme ai finanziamenti pubblici… (Mi fermo qui, anche se evidentemente potremmo addentrarci in molti distinguo in questo stesso esempio. E, ci tengo a ripeterlo, non è certo mia intenzione sciogliere in poche righe un nodo che non hanno risolto decenni di analisi e controversie).

In generale, mi sembra che qualsiasi sistema economico, dal più elementare al più sofisticato, capitalistico o no che sia, non può separare con nettezza il lavoro produttivo da quello improduttivo; e che il lavoro improduttivo di per sé non sia riducibile a quello di una classe borghese parassitaria, o che pretende di fare mestieri prestigiosi. Sono “improduttivi”, a rigore, anche coloro che spostano mezzi e merci: gli autisti di autobus, o i magazzinieri di Amazon che in questi giorni intraprendono azioni sindacali per le condizioni pesanti di lavoro. O meglio: senza “l’improduttivo” lavoro degli insegnanti che li hanno alfabetizzati, gli autisti di autobus non potrebbero leggere i cartelli stradali né i magazzinieri gli ordini dei clienti da evadere…

Ma a giudicare dai tipi di professioni che Ventura enumera quando parla di lavori improduttivi, e dagli esempi che fa più distesamente, mi è sembrato che la sua sia una critica neanche troppo dissimulata a chi ha ambizioni “creative”, a chi cova l’illusione di avere qualcosa di speciale, il tocco magico, il potere alchemico di trasformare le proprie chiacchiere in poesia, i propri sgorbi in opere d’arte, le proprie trovatine in spettacoli teatrali, ecc.: insomma, la pretesa di trasformare ciò che non ha valore – nemmeno come materia prima – in feticcio culturale, se non in merce.

Trovo che al cuore del suo libro ci sia questa ambivalenza: da un lato Ventura mostra con lucidità che non c’è spazio per tutti quelli che, in seguito a una contingenza storica vantaggiosa, si possono permettere il lusso di ambire a una professione prestigiosa (fra loro ci sono anche i medici, gli ingegneri, gli avvocati, i ricercatori); dall’altro irride chi si crede un genio del teatro, della musica, dell’arte e pretende di ricavarne soldi e prestigio sociale.

Il lavoro non è mai produttivo o improduttivo in sé; dipende da come lo si considera ideologicamente. Giustamente Ventura cita il caso dell’Unione Sovietica che processa l’“improduttivo” Josif Brodskij:

«Nel momento in cui il giudice chiede a Brodskij: “Chi ti ha riconosciuto come poeta? Chi ti ha arruolato nei ranghi dei poeti?”, si capisce che più di un semplice processo abbiamo a che fare con un conflitto sullo statuto sognato di ogni membro della classe disagiata».

Forse sto dando troppo rilievo a quest’ultimo aspetto, ma mi è sembrato che nel suo libro risuoni anche questa nota satirica, che l’autore ha agganciato a una base teorico-economica per renderla meno soggettiva, più solida.

Forse in futuro bisognerebbe usare un attrezzo concettuale più preciso della distinzione fra lavoro produttivo e improduttivo; meno ideologico: meno moralistico. In ogni caso, le categorizzazioni sono sempre parziali e semplificatorie, e altrettanto ideologiche e moralistiche, soggette alla mentalità mutevole (mi viene in mente il titolo del libro di Jacques Séguéla: Non dite a mia madre che faccio il pubblicitario... Lei mi crede pianista in un bordello). Per esempio, “professioni prestigiose” e “mestieri umili”. O lavori che si collocano ai livelli astratti dell’ideazione e della produzione, e quelli che hanno a che fare con la materia organica, il contatto con lo sporco, il peso dei corpi, il disgusto per i liquami e le mucose. Che però è una distinzione che coglie una realtà concreta della situazione attuale. Come ha focalizzato di recente in Homo comfort Stefano Boni:

«Spesso faticano i migranti, privati di tutte le opportunità, a cui vengono affidati i residuali compiti gravosi in contesti scomodi: la vendita itinerante; la pulizia degli ambienti pubblici; la cura degli anziani e dei disabili; il lavoro agricolo non meccanizzabile (ad esempio, quello di alcune raccolte); il taglio del bosco, la pastorizia; alcuni compiti nell’edilizia; lavori industriali faticosi e tossici» [a questa lista aggiungerei la prostituzione, nota di T. S.].

La classe disagiata non è fatta soltanto di aspiranti art director e registi: è composta anche da ex studenti che volevano fare il medico, l’ingegnere, l’avvocato, il ricercatore… Cioè da quelli che a diciassette anni avevano avuto la stessa lucidità di autoanalisi del giovanissimo Marx. A cosa mi riferisco? Al tema in classe del filosofo tedesco, riportato in appendice, una fra le tante pagine indimenticabili di Teoria della classe disagiata. L’adolescente Karl si chiede che professione sia più opportuno scegliere, in quel momento delicato, alla fine del liceo, in cui si imbocca una via che segnerà tutta la vita adulta:

«Chi sceglie una professione di cui ha grande stima si guarderà bene dal rendersi indegno di sé, e anche solo per questo agirà in maniera nobile, poiché nobile è la sua posizione nella società.

Ma la guida principale che ci deve soccorrere nella scelta di una professione è il bene dell’umanità, la nostra propria perfezione. Non si creda che i due interessi possano contrapporsi ostilmente l’uno all’altro, che l’uno debba distruggere l’altro: la natura dell’uomo è tale, che egli può raggiungere la sua perfezione solo agendo per il perfezionamento, per il bene del mondo in cui si trova.

Se egli crea solo per sé, potrà bensì diventare un dotto celebre, un grande sapiente, un eccellente poeta, giammai però un uomo compiuto e veramente grande.

La storia considera come gli uomini più grandi coloro che, mentre operavano per l’universale, non nobilitarono sé stessi; l’esperienza esalta come i più felice colui che ha reso felice il maggior numero di uomini; la religione stessa ci insegna che l’ideale al quale tutti aspirano si è sacrificato per l’umanità; e chi oserebbe disconoscere il valore di questi giudizi?

Quando abbiamo scelto la professione nella quale possiamo maggiormente operare per l’umanità, allora gli oneri non possono più schiacciarci, perché essi sono soltanto un sacrificio per il bene di tutti; allora non gustiamo una gioia povera, limitata ed egoistica, ma la nostra felicità appartiene a milioni, le nostre imprese vivono silenziose, ma eternamente operanti, e le nostre ceneri saranno bagnate dalle lacrime ardenti di uomini nobili».

Teoria della classe disagiata brandisce la sua verve analitica in una mano, e l’intera epoca nell’altra: a volte per rammaricarsi della crudeltà dei tempi, a volte per satireggiare gli egomaniaci, cioè quelli che, nelle parole del diciassettenne Marx, pretenderebbero una professione di prestigio per «nobilitare sé stessi», per «gustare una gioia limitata ed egoistica». Da questo punto di vista Ventura non avrebbe tutti i torti: più che di una tragedia epocale, si tratta di una commedia in cui vengono puniti i megalomani, incapaci di conoscere sé stessi nonostante tutta la cultura che hanno potuto assorbire e che avrebbe dovuto renderli capaci di farlo; oltre a essere ignari di sé stessi, Ventura nota quanto sia grave che non si considerino per quello che sono – per quello che tutti noi occidentali siamo: sfruttatori inconsapevoli (ma non per questo meno colpevoli) di quei lavoratori che in Asia, Europa dell’Est e sotto casa nostra reggono il sistema in condizioni schiavili.

I disillusi e disagiati però non sono solo quelli che miravano a un’ascesa sociale fine a sé stessa, ma anche quelli che avevano scelto di «operare per l’umanità», per «rendere felice il maggior numero di uomini» (ancora Marx). La tragedia sta in questo spreco sociale di competenze, di motivazioni, di sacrifici, di vocazioni. Per parafrasare il celebre titolo di un saggio di Roman Jakobson, questa è una generazione che ha dissipato non tanto i suoi velleitari pseudopoeti, ma soprattutto i suoi scienziati, medici, studiosi, avvocati, insegnanti, ingegneri…








pubblicato da t.scarpa nella rubrica in teoria il 23 dicembre 2017