Sono nata traduttrice

Alberto Sagna



Le nostre braccia hanno origine dalla schiena perché un tempo erano ali.

Martha Graham

L’originale è infedele alla traduzione.

Jorge Luis Borges

Arrivò il 23 dicembre del 1980, dentro una busta bianca lasciata lì, in cucina, accanto al cestino delle mele. Un assegno circolare con la data di qualche giorno prima, un timbro, e l’importo di venticinque mila lire scritto a macchina. Io ero la creditrice. Solo io avrei potuto alzarmi dal letto e portare questo piccolo pezzo di carta rettangolare fuori casa, in autobus, consegnarlo a un cassiere di banca con gli occhiali poggiati sul naso.

Anna Maria Lenzi Scotti, il mio nome era per intero, in corsivo, con carattere diverso rispetto alle altre righe. Sotto la vestaglia avevo i piedi nudi. Il mio primo Natale da sola, libera, per rispondere al citofono e aprire la porta a un vecchio postino imbronciato con la sua divisa grigia e la sciarpa blu al collo. Tossiva. Non avevo la penna con me, e firmai con la sua, una bic che teneva tra le dita, senza cappuccio, tolta dalla tasca interna della borsa di cuoio, erosa nella parte inferiore come se fossa stata presa a morsi, tra denti aguzzi. Il suo sguardò si era posato sui miei capelli, per due volte. Non m’importava nulla. Erano lisci più del solito, adagiati sulle spalle alla rinfusa, con una treccia fatta a mano un secondo prima di aprire la porta.

Incollato a quell’assegno, c’era un foglio giallastro, la comunicazione. La causale, di poche righe. La forma lessicale era un gergo impastato. Dovevo guardarlo bene, fissarlo, era il giorno del ringraziamento. Per la mia traduzione. Il mio ultimo libro tradotto dal francese, consegnato in anticipo. Nella seconda di copertina c’era impresso il mio nome. Daniel Pennac mi aveva inserito anche tra i ringraziamenti, a fine libro. Io e lui c’eravamo sentiti al telefono, quasi ogni giorno, per tre mesi. Alcuni glissavano, altri minimizzavano sulla traduzione parlottando in privato con l’editor di narrativa straniera, lui, invece, aveva scritto il mio nome alla fine del libro, solo quello davanti a tutti, davanti a sua moglie.

Era il curatore del fallimento della casa editrice che ora mi scriveva. Mattia. Un nome e un cognome, sotto la dicitura formale “piano di riparto”. Erano due anni che non venivo pagata come traduttrice. Un anno fa questo tavolo era ricoperto di appunti, una pagina scritta in francese, la ricerca dell’ordine sintagmatico corretto, la transitività del verbo, parole, “assez”, “fermer”, “pourtant”, seguite da glosse segnate in rosso con frecce arcuate, e note a piè di pagina. Sul tavolo di legno della cucina ora c’era il nome di Mattia Geraci. Il mio regalo di Natale era un uomo.

Il mio primo fidanzato a Bologna si chiamava come lui. Lo avevo conosciuto al secondo anno d’università. Non prendeva mai gli appunti sul banco. Doveva sedersi a terra, toccare il muro con la schiena. Aveva un lobo d’orecchio rotondo, gentile. Mattia stava tornando. Accesi la radio e il fuoco sotto il fornello, per una tazza di tè ai frutti rossi. Dallo scaffale in alto tirai giù l’elenco telefonico. Mattia Geraci, voglio vedere come sei. La voce. Anche quella, e la via.

Una volta incontrai Calvino nei corridoi dell’Einaudi e mi disse che dovevo imparare a modulare di più la voce, a non nasconderla. Ogni autore vuole riconoscere la propria voce dentro la traduzione. È questione di architettura sonora. Poi, da lì, si crea il ritmo. Il suo dito seguiva l’orma delle righe di un libro che teneva in mano, e io i tratti del suo volto, il naso, il mento, gli occhi che guizzavano. E mi raccontò che un famoso autore americano aveva telefonato due settimane prima in casa editrice, dicendo di buttare nel cestino la bozza del romanzo, strillando. Il libro non sarebbe uscito quell’anno. Il traduttore, Ennio, stava per essere allontanato quello stesso giorno. Il sabato, a Torino, andavo al cinema con Ennio, seduti all’ultima fila, sulla sinistra vicino la tenda rossa. Il grafico della copertina era impazzito per trovare l’immagine giusta.

Io ero l’unica donna con i capelli rossi dentro la casa editrice, quel giorno.

E adesso ero libera di ballare. Salii sula sedia, con l’acqua del bricco da tè che bolliva. Chiusi gli occhi, inseguendo la melodia. Avevo abbandonato al terzo anno l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica per diventare traduttrice. Tradurre era un po’ continuare a compiacere altri, l’uomo. Lo scrittore del momento. Tutti maschi. Io traducevo uomini, cercavo i loro libri, li proponevo all’editore, giravo tra le loro virgole, la sintassi, la punteggiatura, il soggetto, il predicato, i refusi. Dietro loro promesse, qualche pagamento, sempre in ritardo.

Le mie braccia salirono verso l’alto, creando una sorta di onda, l’eco della canzone che usciva dalla radio, con piedi sulle punte, in bilico sulla sedia, in quel mattino, dentro la mia cucina, e il polso della mano che ruotava, mentre la spalla si alzava, prima del collo, del bacino. Sentivo il muscolo del polpaccio contratto, la gamba, il vortice della vestaglia, le braccia tese, una dietro il corpo, l’altra davanti, con il busto prima chinato in giù e poi flesso all’indietro. Giro, stop, gamba che si alza in avanti di trenta gradi, braccio sinistro in alto, quello destro che arcua lentamente, si apre, accoglie, con il palmo della mano riverso. Io sono una farfalla.

Nessun ordine, nessuna scadenza, nessun uomo che mi comandava più, o guardava le mie gambe mentre scrivevo. Tre ore prima di tornare a teatro, dove tutto era cominciato. Dopo dieci anni.

Volevo fare all’amore, ora, sulla sedia. Ballando. Prima di uscire di casa, sempre in punta di piedi, sempre con lui. Sempre con Mattia. “Fare” e il “complemento di modo o indiretto”, “fare a tempo” “fare a nascondino”, “fare a chi più corre”. La testa era ancora tutta lì, la traduzione, la perfezione, l’ideogramma, il film di George Cukor con Yves Montand. Facciamo l’amore.

Con una mano afferrai l’elenco telefonico e alzai la cornetta, seduta, ferma, e le gambe incrociate sulla sedia, arrivando a scorrere con gli occhi fino alla lettera “G”. Il suo cognome era preceduto da “dott.”, e poi il numero di telefono.

“Ciao”. Avrei potuto cominciare così. Dovevo parlare. Riattaccai dopo qualche secondo. Dopo gli squilli, dopo la voce. Stupida. Era la voce di una donna, una segretaria gracchiante.

La sedia era ancora lì, al centro della cucina. Di nuovo arrivò alle mie orecchie la musica. L’assegno era accanto alla tovaglia, al timbro postale, e la busta bianca era sempre sul tavolo, di lato alla tazzina, vicino alle tre mele rosse riposte in una cesta d’argento.

Tornai a letto. La piccola casa editrice nata tre anni prima era ormai chiusa. Nella camera non c’era il telefono, la presa era rotta, il filo grigio della prolunga non era mai arrivato fino al comodino.

Il Natale del 1980 lo passai lì dentro, con la testa riversa sul cuscino, senza sonno, quasi immobile. Per tre giorni, sentendo solo squilli di telefono, continui. Per tre giorni, tra le lenzuola. Senza guardare lo specchio, alzare un dito, o mangiare una brioche. Aprivo ogni tanto gli occhi. Sul comodino c’erano le ultime bollette della luce. Era l’anno in cui decisi di non incassare quell’assegno.

Era l’anno in cui mi salvai con le mele.








pubblicato da nella rubrica racconti il 21 dicembre 2017