Il temporale

Honoré de Balzac



In omaggio alla recente conversazione fra Antonio Moresco e Susi Petri sull’arte narrativa di Balzac, ecco un brano eccezionale da Ferragus, la prima delle tre novelle della Storia dei tredici. Ho riveduto la traduzione, modificando e ritoccando vecchie edizioni del dopoguerra. In coda troverete tre brani di Francis Ponge, Raymond Queneau e Jean-Philippe Toussaint, con i loro modi di guardare la pioggia o una scopa che spazza il pavimento: ognuno con la sua attitudine diversa, ma che forse ha ricevuto da Balzac una comune eredità di osservazione del mondo. [T. S.]


Nei primi giorni di marzo, tutto preso dai piani che meditava per sferrare un colpo decisivo, lasciando il suo posto d’osservazione dopo uno di quegli assidui appostamenti che non gli avevano ancora fatto scoprire niente, stava tornando a casa verso le quattro, richiamato da un impegno richiesto dal suo servizio, quando fu colto, in rue Coquillière, da uno di quei belli acquazzoni che gonfiano d’un tratto i rigagnoli facendo risuonare i rintocchi delle gocce che cadono sulle pozzanghere della strada. A Parigi, in questi casi, un militare è costretto a fermarsi subito, a rifugiarsi in una bottega o in un caffè, se è abbastanza danaroso per pagare il prezzo dell’ospitalità forzata; oppure secondo l’urgenza, sotto un portone, asilo di poveri e malmessi. Come mai neanche uno dei nostri pittori ha cercato di riprodurre la fisionomia di uno sciame di parigini raggruppati da un temporale sotto l’umido portico di una casa? Dove trovare quadro più ricco? Prima di tutto, manca forse il passante sognatore o filosofo, che osserva con piacere ora le righe che fa la pioggia sullo sfondo grigiastro dell’atmosfera – una specie di cesello simile ai getti capricciosi della filigrana di vetro –, ora i vortici di acqua chiara che il vento avvoltola in polvere luminosa sui tetti; ora il capriccioso sgorgare dalle grondaie scintillanti, schiumose; infine mille altri notevoli nonnulla, assaporati studiosamente dai bighelloni, malgrado i colpi di scopa che si prendono dal portinaio? Poi c’è il passante chiacchierone che si lamenta e discorre con la portinaia, mentre lei se ne sta appoggiata alla scopa come un granatiere al fucile; il passante straccione, svagatamente appiccicato al muro, che non bada ai suoi cenci abituati al contatto delle strade; il passante istruito che studia, compita o legge i manifesti senza finirli; il passante scherzoso che se la ride di chi va incontro a qualche guaio per la strada, che sbeffeggia le donne inzaccherate e fa le boccacce a quelli o quelle che stanno alla finestra; il passante silenzioso che esamina tutti gli infissi di tutti i piani; il passante imprenditore, armato di borsone o munito di pacco, che traduce la pioggia in profitti e perdite; il passante simpatico che arriva come una scarica dicendo: «Ah! che tempo, signori!» e saluta tutti; e infine il vero borghese di Parigi, l’uomo con l’ombrello, esperto di acquazzoni, che l’aveva previsto, che è uscito nonostante il parere della moglie e si è seduto sulla seggiola del portinaio. Ciascuno secondo il proprio carattere, ogni membro di questa società fortuita contempla il cielo, se ne va saltellando per non inzaccherarsi, o perché ha fretta, o perché vede dei cittadini che camminano sfidando le intemperie, o perché, se il cortile della casa è umido e catarrosamente micidiale, il rimedio – come dice il proverbio – è peggiore del male. Ognuno ha i suoi buoni motivi. Non rimane che il passante prudente, l’uomo che, per rimettersi in strada aspetta di intravedere qualche porzione di azzurro tra le nuvole squarciate.

Il signor de Maulincour, con tutta una tribù di passanti, si rifugiò sotto il porticato di una vecchia casa il cui cortile assomigliava alla grande cappa di un camino. Lungo quei muri impiastrati, coperti di salnitro, verdastri, c’erano così tanti tubi e condutture e così tanti piani sui quattro corpi dell’edificio da far pensare alle cascatelle di Saint Clou. L’acqua sgorgava da tutte le parti; ribolliva, saltellava, mormorava; era nera, bianca, blu, verde; strideva, a profusione, sotto la scopa della portinaia, una vecchia sdentata, abituata ai temporali, che sembrava benedirli e spingeva in strada mille rifiuti: a volerne fare un inventario, rivelavano la vita e le abitudini di ogni inquilino della casa. C’erano ritagli di tela indiana, foglie di tè, petali di fiori finti sbiaditi, grossolani; bucce di legumi, carte, frammenti di metallo. A ogni colpo di scopa la vecchia metteva a nudo l’anima del rigagnolo, quella fessura nera, incisa a scacchi, su cui si accaniscono i portinai. Il povero innamorato osservava quella scena, una delle migliaia che l’animata Parigi offre ogni giorno; ma la osservava meccanicamente, assorto nei suoi pensieri, quando, alzando gli occhi, si trovò faccia a faccia con un uomo che stava entrando in quel momento.


La pioggia, nel cortile dove la guardo cadere, scende con andature assai diverse.

Al centro è un sipario sottile (o reticolato) discontinuo, una caduta implacabile ma relativamente lenta di gocce probabilmente molto lievi, un precipitare sempiterno senza vigore, una frazione intensa della meteora pura. A poca distanza dai muri di destra e di sinistra cadono con maggior rumore gocce più pesanti, individuate. Qui sembrano della grandezza di un chicco di grano, lì di un pisello, altrove quasi di una biglia.

Sui listelli di ferro, sui davanzali delle finestre, la pioggia corre orizzontalmente, mentre sulla faccia inferiore degli stessi ostacoli si sospende in rombi convessi. Seguendo l’intera superficie di una tettoia di zinco che lo sguardo sovrasta, cola in strato sottilissimo, marezzato dalle correnti variate a seconda delle impercettibili ondulazioni e sporgenze della copertura. Dalla grondaia attigua dove scorre con la contenzione di un ruscello infossato senza forte pendio, cade di colpo in un filo perfettamente verticale, grossolanamente intrecciato, fino al suolo dove si rompe e rimbalza in aghetti brillanti.

Ogni sua forma ha un andamento particolare; a ognuna corrisponde un rumore particolare. Il tutto vive con intensità come un meccanismo complicato, preciso quanto arrischiato, come un movimento a orologeria la cui molla è il peso di una data massa di vapore in precipitazione. La suoneria a terra delle reti verticali, il gluglu delle grondaie, i minuscoli colpi di gong, si moltiplicano e risuonano assieme in un concerto senza monotonia, non senza delicatezza.

Quando la molla si è allentata, alcuni ingranaggi continuano a funzionare per un po’, sempre più rallentati, poi tutto il meccanismo si ferma. Allora, se il sole riappare tutto si cancella rapidamente, evapora il brillante apparecchio: è piovuto.

Francis Ponge, Le parti pris des choses, 1942 (Il partito preso delle cose, trad. di Jacqueline Risset, Einaudi, Collezione di Poesia, 1979).


Ast comincia dall’angolo in cui sta una vecchia scatola da scarpe sfondata, ed ecco che la scatola avanza, scivola seguita da alcuni fiocchi di neve grigiastra. Dietro si forma una piccola onda di polvere che progredisce metodicamente da destra a sinistra e poi da sinistra a destra e via di seguito fino a congiungersi alla scatola. Così si raggiunge il centro della stanza. Ast interrompe allora il lavoro e guarda soddisfatto il risultato. Ora un quarto del pavimento è pulito e verso il centro un piccolo monticello fioccoso poggia verso una parete del rustico. Bisogna abbandonarlo così e riprendere il lavoro in un altro angolo dove giacciono un vecchio campanello di bicicletta, due bottiglie con l’etichetta rossa, tre fiammiferi completamente carbonizzati, testimoni di qualche visita notturna, e uno stuzzicadenti, prova convinzionale di qualche visita diurna dopo il pasto di mezzogiorno. La scopa raccoglie tale insieme e come dadi gettati gli oggetti rotolano; le due bottiglie galoppano e raggiungono col primo colpo, e uno solo, la soglia della porta contro cui si fermano. Il campanello segue da lontano e tintinnando debolmente e lamentevolmente, asmaticamente per così dire, con un debole affanno metallico, una sorta di enfisema ferroso, stannoso e plumbaginaceo, un lontano ricordo di uscite e passeggiate, uno starrugginimento. Molto lontano dietro il campanello camminano con passo gottoso i fiammiferi, presto raggiunti dalle prime ondate di polvere. Ma lo stuzzicadenti, lui non cammina. Si rifiuta di camminare. Rotola ma si rifugia in una anfrattuosità e là si felicita perchè non lo si potrà far sloggiare.

È allora che l’operatore deve dimostrare la sua abilità. La scopa non lavorerà più longitudinalmente in lunghi movimenti iper o parabolici e paralleli, molto simili ai gesti pendolari del seminatore. Dal momento che un soggetto manifesta una volontà contraria a quella dello spazzino inboscandosi in qualche fessura, bisogna usare lo strumento in senso perpendicolare rispetto al precedente, di conseguenza lateralmente; in seguito, manovrare per piccoli colpi secchi, non necessariamente nervosi, più esattamente per impulsi discontinui. Il soggetto costeggia la faglia fino a quando un ostacolo non ne interrompe la fuga sicchè si vede costretto a venire fuori dal riparo. Un colpo di scopa, questa volta longitudinale, adesso lo cattura nell’ondina polverosa estratta dalla trincea; e il tutto va a raggiungere il grosso della truppa in attesa.

Raymond Queneau, Les enfants du limon, 1938 (Figli del limo, trad. di Bruno Pedretti, Einaudi, 1991).


Ci sono due modi di guardar cadere la pioggia a casa, dietro i vetri. Il primo: mantenere lo sguardo fisso in un qualunque punto dello spazio e vedere le gocce succedersi in quel punto; di gran riposo per la mente, non dà nessuna idea della finalità del movimento. Il secondo, che richiede dalla vista maggiore elasticità, consiste nel seguire con gli occhi la caduta di una goccia alla volta, da quando entra nel campo visivo fino a quando la sua acqua si disperde al suolo. Così è possibile immaginarci come movimento, per fulmineo che sia in apparenza, tende essenzialmente verso l’immobilità, e che di conseguenza, per quanto lento a volte possa sembrare, trascina senza posa i corpi verso la morte che è immobilità. Olè.

Adesso pioveva a dirotto, come se cadesse già tutta la pioggia, tutta. Le macchine rallentavano sull’asfalto allagato, sollevando con i pneumatici schizzi di acqua sporca; a parte uno o due ombrelli che fuggivano orizzontalmente, la strada sembrava immobile. Tutti si erano rifugiati davanti all’ufficio postale e aspettavano una schiarita, accalcati sugli stretti scalini. Mi girai e andai ad aprire l’armadio: frugai nei cassetti. Magliette, camice, pigiama. Cercavo un maglione. Possibile che non ci fosse un maglione da nessuna parte? Uscii dalla camera e scostando con i piedi barattoli di tinta che ingombravano il passaggio, aprii la porta del ripostiglio. Nello sgabuzzino, chinato in avanti, mi misi a spostar casse, ad aprir valigie in cerca di un capo pesante.

Jean-Philippe Toussaint, La salle de bain, 1985 (La stanza da bagno, trad. di Leonella Prato Caruso, Guanda, 1986).








pubblicato da t.scarpa nella rubrica dal vivo il 19 dicembre 2017