Notturno buffo

Sergio La Chiusa



Come sono cambiate le nostre vite, le nostre aspirazioni, i nostri progetti, i nostri rapporti, le nostre libertà individuali nel tempo della crisi e del dominio dell’ideologia neoliberista? Questa domanda sembra risuonare a monte di tutti i racconti di Notturno buffo. Per risposta, Mascitelli mette in scena un vasto campionario di personaggi disadattati, pronipoti degli inetti della letteratura del primo Novecento che s’affacciano disorientati sullo scenario del nuovo millennio, anch’essi in qualche modo in conflitto con se stessi e con la propria epoca, ma sempre più simili a semplici prodotti di scarto di una macchina sociale che seleziona i vincenti e i collaboratori e mette da parte le risorse in esubero, i meno competitivi, i ritardatari: «perché tutti nasciamo ormai con stampigliata in un angolino della pelle l’avvertenza “non rigonfiabile in caso d’insuccesso”».

Si tratta in genere di uomini ancora relativamente giovani, ma che, superato quel limite d’età entro cui i sogni di realizzazione personale sono ancora considerati ragionevoli, sono alle prese con i propri dilemmi esistenziali e i propri fallimenti. Nati in un’epoca nella quale vige «una rigida etica individualistica di successo personale» e nella quale non si può più «dare un senso alla propria esistenza aderendo a una di quelle grandi cause collettive all’ombra delle quali si possono sopportare con indifferenza tutte o quasi le frustrazioni private», alcuni hanno raggiunto uno stato prossimo alla totale rassegnazione: superati dai sentimenti, rimasti soltanto con «il guscio vuoto delle emozioni, dalla piccola indignazione all’improvvisa e transitoria euforia per l’andamento delle cose, all’ansia soprattutto», conservano tuttavia un rimasuglio d’orgoglio, che, come il Bartleby di Melville, li porta a pronunciare il loro personale «preferirei di no», una mitissima forma di resistenza, un atto che si rivela inutile, ma che resta l’unica via praticabile per preservare un residuo d’autenticità in una società che cerca di trasformarci in semplici strumenti del Capitale.

Nel primo racconto, per esempio, Dalle memorie di un insonne, l’insonne, interrogandosi sulle ragioni della propria insonnia e sui modi per risolverla pone la sua personale ansia in stretta relazione con il contesto storico in cui è costretto a vivere, un mondo instancabilmente connesso in cui ci si sente sotto costante minaccia d’esclusione e in cui le imprese multinazionali lavorano per creare nuovi bisogni: «essi si insinuano nei meandri dei loro oppositori e dei loro detrattori proponendo tramite falsi amici dei prodotti che creano dipendenza», ma l’insonne non cede alle tranquillanti lusinghe dei farmaci, e anzi è proprio nei suoi tentativi di combattere l’insonnia con metodi rigorosamente naturali che rivela la sua dignità di uomo: la decisione di non diventare «uno zombi di Big Pharma» resta insomma l’unico modo per resistere e non rinunciare a essere se stesso.

In Una app per tutte le stagioni, il protagonista, Edmondo Scanfognati, è un laureato che a dispetto delle sue innumerevoli qualifiche e specializzazioni lavora in portineria con un contratto d’apprendistato. Un giorno i superiori lo convocano a colloquio e gli propongono eufemisticamente di diventare «un loro informatore aggregato aggiuntivo in cambio di una certa comprensione aziendale delle sue aspirazioni di rinnovo del contratto». Ferito nell’orgoglio, Scanfognati rifiuta con un «tono da salvatore della causa», senza pensare però che «via uno Scanfognati se ne sarebbe fatto un altro», perché «c’era la fila di coloro che si offrivano volontariamente di fare la spia».

Altri, messi sotto pressione, arrivano a compiere atti più estremi, e più ridicoli. Il postino di Cane e postino, trasferito in una sede decentrata e via via costretto dai superiori a subire sempre maggiori e divertentissime (per il lettore) umiliazioni, pedalando sotto la pioggia su una vecchia Atala sgangherata, tra cascine e villette pretenziose, terrorizzato tutte le mattine dai cani da guardia, raggiunto il limite della sopportazione decide infine di reagire, e l’unica idea che gli viene in soccorso è di liberarsi dei cani con l’ausilio di polpette avvelenate che bellamente distribuisce insieme alla posta. E solo in quest’atto insensato ritrova per un momento un’illusoria giovinezza e una provvisoria gioia di vivere.

Ma il tentativo più radicale, più spassoso e più disperato a un tempo, di sottrarsi allo stato delle cose, è quello messo in scena dal fuggiasco di Frammenti dalla fuga di un fuggiasco. Racconto irresistibilmente comico, tematizza l’impossibilità di sottrarsi all’esistente attraverso una personalissima parodia dei film d’azione hollywoodiani. Tutti i piani ideati dal protagonista per seminare i suoi ipotetici inseguitori sono inesorabilmente destinati all’insuccesso, anche perché sono presi in prestito dallo stesso sistema da cui cerca di scappare: il fuggiasco ha infatti introiettato l’immaginario dei film di Hollywood e mette in atto la sua fuga (in verità una fuga tutta mentale, al punto da potersi anche leggere come un’allegoria dell’invenzione letteraria come fuga impossibile dal reale) ricorrendo a «piani astutissimi» ripresi dalle scene dei film, come, per esempio, il seguente:

«Adesso mi metto a dormire qui vicino, poi prima dell’alba mi immergo nello stagno fino alla testa, nascondendomi con le ninfee o addirittura immergendomi e respirando con una canna che spunterà dall’acqua come un giunco, quando essi passeranno e andranno oltre».

Tutte le ipotesi di fuga si rivelano illusorie, non solo per via del contesto storico, ma anche perché i personaggi hanno introiettato il linguaggio dell’ideologia dominante. Si è appena detto del fuggiasco, vittima di un immaginario che non permette più di separare realtà e finzione, inconscio personale e collettivo, ma lo stesso discorso vale per gli altri. Il protagonista di Pensioni & Pensieri, per esempio, ragiona in termini strategici e aziendalistici sull’opportunità di mettere su famiglia:

«Il fatto di tornare a essere un paterfamilias in una società tendenzialmente atomizzata sarebbe stato un prezioso asset nel suo portfolio di risorse aggiuntive che avrebbe potuto risultare addirittura vincente in ragione della sua controtendenzialità ed essere così premiato come il rialzista che annusa il ribasso venturo prima del gregge»;

e così, nonostante il suo spirito critico, si esprime l’insonne:

«Se ho scelto di muovermi in direzione di un’ottimizzazione dei miei disturbi, allora è perfettamente legittimo chiedersi, anche con una certa angoscia, se sia quella la migliore ottimizzazione possibile oppure possa essere implementata con un’opportuna informazione preventiva»,

e a un certo punto arriva addirittura a enunciare le contraddizioni del suo lambiccare inconcludente:

«Talvolta mi viene il sospetto che il discorso del nemico di classe si sia insinuato in me».

Nell’intontimento generale, nella nebbia sollevata dal movimento ininterrotto delle mulinanti pale dei mezzi di comunicazione di massa, non mancano varchi per momenti rivelatori, improvvisi attimi di lucidità, che tuttavia si rivelano inutili, sprazzi di coscienza che non vengono mai colti nel loro pieno significato e trasformati in prassi. Anche uno dei personaggi più simpaticamente ottusi, come Corigliato, lo studente pluriripetente di Corigliato & Cerletti vanno a donne, ha una specie di rivelazione enigmatica quando, dopo una serie di scorribande notturne con l’amico Cerletti, s’imbatte all’alba in una colonna di clandestini in attesa dei pulmini per andare in cantiere, e, turbato dalla vista dei muratori malvestiti, vagamente teme di finire come loro. L’amico però mette subito a tacere i timori del pluriripetente con un rassicurante: «Mica siamo ignoranti come quelli lì».

Il libro si chiude con il racconto più malinconico. Il giubbotto è una rilettura del capolavoro di Gogol: il motivo del cappotto nuovo che diventa simbolo di un’umanità umiliata si trasforma in Mascitelli in una specie di pietra tombale posta sulle speranze nate dalla società dei consumi. Antiquario precario e malpagato, costretto a scaricare camion, prematuramente sconfitto dalla vita, il protagonista è il personaggio più rinunciatario del libro, colui che ha superato una linea irreversibile oltre la quale tutte le minime ambizioni perdono senso, al punto che per sottrarsi alle umiliazioni del presente non gli resta che consolarsi con il pensiero nostalgico dei successi della vecchia Inter della stagione 1964-65, che peraltro non ha mai vissuto perché all’epoca non era ancora nato. Nonostante i solleciti della fidanzata, che, appassionatasi alle storie dei “cervelli in fuga”, lo esorta a partire per costruirsi una vita nuova all’estero, l’antiquario sembra avere esaurito tutti i desideri e le energie vitali: si lascia tuttavia persuadere a comprare almeno un giubbotto nuovo, che dovrebbe rappresentare il cambiamento, la svolta, se non altro un primo passo. Il giubbotto, infatti, come il cappotto di Gogol, assume la valenza di un ideale, un sogno, ma si tratta in questo caso del sogno di qualcun altro (la madre, la fidanzata, la società intera), e quindi un sogno vuoto, inconsistente. Tant’è che quando infine la fidanzata si decide davvero a partire, l’antiquario non ha la forza, non solo di seguirla, ma nemmeno di opporre una motivazione, un argomento, tanto in là si è spinta la sua inerzia, e il giubbotto nuovo, lungi dal rappresentare l’inizio di una vita nuova ne rappresenta invece l’epitaffio. L’antiquario scompare nel nulla, e il racconto si chiude con una specie di rovesciamento della prospettiva gogoliana: lì il fantasma dell’umile impiegato Akàkij Akakièvic, cui era stato rubato il cappotto, si vendicava dei soprusi subiti in vita terrorizzando i superiori e strappandogli di dosso i cappotti nelle gelide notti di Pietroburgo; qui è invece il guscio vuoto del giubbotto a vagare per le strade di Milano in cerca del suo proprietario scomparso, come a segnare la distanza incolmabile tra l’apparenza della società dei consumi e la sostanza, tra vita falsa e vita vera.

Si ride molto, e amaramente, leggendo i racconti di Mascitelli. Per le situazioni, certo, ma anche per la lingua, una parodia dei linguaggi contemporanei che mette ironicamente in luce il complicato rapporto tra il soggetto e la realtà. Materiali provenienti da vari ambiti culturali - citazioni letterarie, proverbi, luoghi comuni, stereotipi colloquiali, gerghi giovanili, canzonette, slogan pubblicitari, registri tecnici e professionali - scivolano in un unico flusso discorsivo, come se i personaggi, calati all’interno della corrente verbale ininterrotta del nostro tempo, non potessero che raccoglierne loro malgrado i detriti. Tale convivenza di lessici e registri risulta particolarmente straniante nei racconti in prima persona, in cui l’autore introduce una coscienza e una cultura supplementare nella voce dell’io narrante: un narratore in prima persona che ospita un secondo narratore, implicito e ironico, coltissimo e ingenuo a un tempo, che insinua citazioni, commenti, richiami all’attualità sociale, economica e politica che allargano l’inquadratura e il senso delle vicende.

Lo sguardo di Mascitelli risulta nel complesso spietato nei confronti della macchina sociale, ma non dei singoli personaggi, che sono sì messi in ridicolo, rivelati nelle loro contraddizioni, nei loro lati più vulnerabili, nei loro impeti più velleitari, ma nello stesso tempo presentati con simpatia, come se l’autore, burattinaio e ventriloquo posto come un’ombra dietro la trama creata dalle voci narranti, li osservasse con l’indulgenza amara di chi sa di essere parte della stessa commedia, composto della medesima fragilissima pasta: «potenzialmente uno sbandato senza arte né parte, una banderuola destinata a girare senza pietà a ogni alito di vento», come peraltro dice di sé il narratore esterno di Una app per tutte le stagioni.

Uno scrittore lucido e radicato nel presente, quindi, e godibilissimo per via soprattutto del suo notevole talento comico.








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica libri il 12 dicembre 2017