L’Apocalisse di Pier Paolo

Giovanni Giovannetti



12 dicembre 1969. Il giorno della strage alla Banca dell’Agricoltura di Milano, Pasolini è nella Grecia dei “Colonnelli”, a casa di Maria Callas:

Sono sotto shoc / è giunto fino a Patmos sentore /di ciò che annusano i cappellani / i morti sono tutti dai cinquanta ai settanta, / la mia età fra pochi anni, rivelazione di Gesù Cristo / che Dio, per istruire i suoi servi / – sulle cose che devono ben presto accadere – / ha fatto conoscere per mezzo del suo Angelo / al proprio servo Giovanni.

Sono i primi versi di Patmos, poesia scritta “a caldo” nel dicembre 1969, prefigurando l’Apocalisse «in questo Paese / che se ne va per le strade nuove della storia» senza più fiducia in uno Stato complice di una tale deriva antidemocratica. Eh, la Grecia. Pasolini in Petrolio (Appunto 103): «...lunga storia che comincia in America – omicidio di Kennedy – arrivo in Grecia – fascisti italiani ecc.» Sappiamo che gli assassini del presidente americano sono stati addestrati in Grecia; trovano poi rifugio a Roma, coperti da fascisti italiani. Ma più verosimilmente, Pasolini qui allude alla viaggio in Grecia, nell’aprile 1968 sul traghetto Egnatia, di una selezionata schiera di giovani fascisti italiani che, nel primo anniversario della presa del potere da parte dei Colonnelli, sono in Grecia per un corso sull’infiltrazione nei gruppi anarchici.
Questo viaggio è organizzato da Stefano Delle Chiaie e dal referente italiano dei Servizi segreti greci Giuseppe Rauti detto Pino (l’onorevole era anche sovvenzionato dall’ambasciata degli Stati Uniti). E con loro c’è Mario Merlino di Avanguardia nazionale, l’infiltrato tra gli anarchici del circolo “22 marzo” (quello di Pietro Valpreda), indagato per le trame connesse allo scoppio della bomba di piazza Fontana e in particolare per la contemporanea esplosione di altri tre ordigni a Roma: in un sottopasso della Banca nazionale del lavoro in via San Basilio (14 feriti), all’ingresso del Museo del Risorgimento e sotto il pennone della bandiera all’Altare della Patria in piazza Venezia (4 feriti).
Ma soffermiamoci sull’Appunto 103.
L’Epochè: Storia delle Stragi, là dove l’autore, nella finzione romanzesca, dà voce a un anonimo quarantenne dalla bocca insanguinata e moribondo: un mafioso americano di origine italiana incontrato a Bhagdalon in Nepal ad una povera festa contadina. Anzi sarebbero stati loro, i contadini, a ridurlo in fin di vita prendendolo a bastonate: «capii che si disponeva a lasciarmi, in fretta, le sue ultime volontà» scrive Pasolini «Ma non si trattava precisamente di ultime volontà, bensì di una specie di confessione, che egli fece a me in quanto io ero italiano». Costui era venuto a conoscenza di tremende verità sulla «storia di un colpo di Stato fallito» e dal suo racconto l’autore vorrebbe ricavarne «una sinossi di non più di due o tre cartelle dattiloscritte». Il condizionale è d’obbligo, poiché in fondo a questo Appunto non rimane che una nota di lavoro; insomma, un promemoria.
Riportiamolo allora per intero:

Il racconto del morente è in prima persona: lunga storia che comincia in America – omicidio di Kennedy – arrivo in Grecia – fascisti italiani ecc. Il morente racconta ciò che sa: ma anche ciò che è venuto a sapere da altri morenti (tre o quattro)* i quali a loro volta, prima di morire, raccontano a lui ciò che sanno. Il morente del Nepal è dunque l’ultimo in ordine di tempo. Sospetto che non sia stato ammazzato dai buoni nepalesi. Comunque egli (metalinguisticamente) insiste a dire che due sono le fasi delle stragi, due, e il narratore lo ripete ai suoi ascoltatori: Due sono le fasi, due.

*Uno di questi cade davanti ai suoi piedi di notte dal quarto piano di una clinica (D’Ambrosio). Uno muore cadendo nella tromba dell’ascensore.

Alcuni passi di questa nota paiono scritti a ricalco del suo celeberrimo e coevo Cos’è questo golpe, uscito sul “Corriere della Sera” il 14 novembre 1974: in questo articolo Pasolini rimarca le due differenti fasi della strategia della tensione: «Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974)». Così come in Petrolio «due sono le fasi delle stragi, due, e il narratore lo ripete ai suoi ascoltatori: Due sono le fasi, due».
All’Appunto 103a che segue, Un incerto punto fermo, lo stesso incompiuto romanzo è immaginato dall’autore diviso

nettamente in due parti (in senso strutturale, perché, lo ribadisco, io non sto scrivendo una storia reale, ma sto facendo una forma): la prima parte è un ’blocco politico’ imperniato sulla lotta del potere contro l’opposizione comunista; lotta reale, con una tensione reale; la seconda parte è un ’blocco politico’ imperniato sulla lotta del potere contro l’eversione fascista: lotta, viceversa, pretestuale, con una tensione pretestuale.

Pasolini sembra anche sapere che il giudice milanese Gerardo D’Ambrosio, indagando su piazza Fontana, ha dovuto giocoforza inciampare sulla morte non proprio accidentale di Vittorio Ambrosini, un avvocato siculo-romano in rapporti con esponenti di destra e di sinistra poiché teorico dell’incontro tra le forze del fascismo rivoluzionario e quelle del socialismo nazionalista (con evidente richiamo ai propositi della Repubblica sociale). Ebbene, librandosi tenacemente in ambienti neofascisti, l’avvocato apprende alcune verità scottanti sugli esecutori materiali della strage di piazza Fontana a Milano e le riferirà ad Achille Stuani, un ex deputato comunista. E Stuani ben conosce Pasolini, è anche tra gli intervistati nel film-documentario 12 dicembre, la contro-inchiesta di Lotta Continua sui fatti di piazza Fontana firmato da Giovanni Bonfanti a cui Pasolini contribuisce anche economicamente. Sono sue le sequenze alla tomba dell’anarchico Giuseppe Pinelli al cimitero milanese di Musocco, quelle di Carrara, di Milano, di Viareggio – poi tagliate – e di Napoli. Ambrosini verrà “suicidato” a Roma il 20 settembre 1971, precipitando dal quarto piano del policlinico Gemelli in cui è ricoverato, proprio come si legge in Petrolio.
Sappiamo nome e cognome anche di colui che in Petrolio «muore cadendo nella tromba dell’ascensore»: si tratta di Alberto Muraro, un ex carabiniere, portinaio dello stabile padovano in cui abita il terrorista nero Massimiliano Fachini: Muraro si accingeva a confermare al giudice istruttore Carmelo Ruberto la responsabilità del gruppo di Freda e Ventura in alcuni attentati compiuti a Padova poco prima della strage di Milano.
All’appuntamento col magistrato, calendarizzato per il 15 settembre 1969 (tre mesi prima della strage milanese), Muraro non potrà recarsi poiché il 13 settembre viene gettato dal terzo piano nella buca dell’ascensore. Non si avranno autopsie: per gli investigatori si è trattato di “morte accidentale”.
Desta pertanto impressione l’incredibile ricordo di Italo Zaninello, conoscente del Muraro, riportato da Giorgio Boatti nel suo libro Piazza Fontana: «Lo incontrai alle 20.30 davanti alla portineria. Il Muraro dicendomi di essere stato riconvocato dal giudice aggiunse, giacché lo esortavo a dire la verità e a non avere paura; “Hai un bel modo di dire perché tu non ci sei in mezzo. Un giorno o l’altro verrai qui in cerca di me e mi troverai con una legnata in testa in cantina oppure nella buca dell’ascensore”».








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica democrazia il 10 dicembre 2017