“Blade Runner 2049”: sulla traccia del ricordo

Andreina Di Sanzo



"Blade Runner 2049" (2017) di Denis Villenueve

Circa due mesi fa mi trovavo nel foyer del Gloria, in corso Vercelli, un cinema frequentato dalla buona borghesia milanese, quella che sceglie accuratamente il film, magari dietro il suggerimento delle autorità della critica cinematografica sui giornali presi in mattinata. Avevo scoperto, dall’infinita fonte di informazioni che è il web, che il cinema Gloria nel maggio del 1990 ospitò il Dylan Dog Horror Fest, presente tra gli invitati Clive Barker, il padre di Hellraiser, horror di sadismo e piacere. E io invece aspettavo seduta sul comodo divano dell’atrio l’apertura della sala dove avrei visto il film che attendevo da mesi: Blade Runner 2049. Davanti a me sessantenni incravattati e signore molto curate sfilavano per il corridoio affrettandosi a farsi strappare il biglietto. Tutti in coppia, l’eleganza è stata la prima cosa che ho notato. Eppure eravamo soltanto al cinema, mi sentivo quasi in difetto, per non parlare di quel gruppetto di ragazzi seduti vicino a me, decisamente fuori posto. Continuavo a pensare all’uomo dalla testa chiodata creato da Barker, avrei voluto vederlo in fila dietro quelle coppie così precise e impeccabili nel suo lungo abito nero in latex.
Ma dopo due ore e mezza circa di film esco imbambolata dalla sala, scrivo subito un messaggino, ancora alterata e riempita dalla visione e comunico il mio entusiasmo, per fortuna ho già dimenticato i signori del cinema e il loro invidiabile aplomb.
Tornando verso la metro sento che il film scorre, si muove e ripenso a lei, Rachel, la donna mancante, il replicante che ritorna, assente eppure cuore pulsante di tutto il film di Denis Villeneuve.

"Blade Runner 2049" (2017) di Denis Villenueve

Sappiamo da subito che l’agente K (perfetto Ryan Gosling privo di espressioni) è un replicante e ha l’ordine di uccidere i superstiti Nexus 8, gli androidi più sensibili che circolavano nel 2019, tendenti alla ribellione, votati all’umanizzazione. Quando K elimina uno degli ultimi esemplari. Sapper Morton, nel corpo-modello del campione di lotta spettacolare Dave Bautista, scopre lo scheletro di una donna androide morta forse per complicazioni da parto. Da qui il viaggio di K: la ricerca della donna scomparsa e la sua ossessione per il ricordo.
Mentre ripercorrevo la strada verso casa, tra le mille suggestioni e malìe da cui mi sentivo assalita ho ripensato a un romanzo letto lo scorso anno, Bruges la morta di Georges Rodenbach. Il protagonista Hughes Viane dopo la perdita della sua amata si trasferisce a Bruges, città che aveva visitato e tanto adorato con la sua donna, per ritrovare nello spazio di quel luogo il suo amore mai placato.

“Bruges era la sua morta e la sua morta era Bruges.”

E così l’Agente K avvolto nel suo impermeabile-scudo come a difendersi quel mondo repellente e nocivo che lo vuole schiavo e senza anima, si mette alla ricerca di Rick Deckard e trova un uomo rinchiuso nella prigione del ricordo. Mentre il protagonista di del romanzo di Rodenbach cerca nei luoghi fisici della città la tomba del suo amore perduto, Deckard scappa e si nasconde nella non-città, luogo rarefatto e fantasma, un tempo teatro di peccato e godimento (quindi una Las Vegas post-apocalittica) per smaterializzare completamente il ricordo della sua amata-morta, continuando inesorabilmente ad accarezzare il vuoto.

"Blade Runner 2049" (2017) di Denis Villenueve

In una delle scene più penetranti del film, Rick dopo essere stato rapito dal fabbricante di androidi Wallace, viene messo di fronte a Rachel, un ologramma della replicante, la copia della copia. La finzione, la rappresentazione del ricordo, la nostalgia fatta materia, il cinema. Ma Deckard, come lo spettatore che sospende la sua incredulità, per un momento è tramortito, quasi crede alla visione, poi si sveglia e nota che il colore degli occhi non è quello della donna che amava. Rachel è la Hari di Solaris, forse il film più prossimo a quello di Villeneuve, che torna dalla morte generando il turbamento dell’uomo che amava, un atto innaturale, persino per un robot.

Un grande regista, amante dei gatti, si chiedeva: “Come si fa a ricordare la sete?”.
Dopo quella scena mi sono chiesta “Come si può ricordare l’amore?”. Una domanda a cui sicuramente non potrò rispondere ma che mi fa riflettere sulla natura del film. Blade Runner 2049 è senza dubbio un film sulla funzione della memoria e sulla smaterializzazione di questa.
K incontra la creatrice di ricordi, un androide superiore alla media capace di materializzare e rendere visibile flussi di ricordi. Ossessionato da quella che sembrerebbe la traccia del suo passato, l’agente si autoconvince di essere il figlio del miracolo, non accetta la sua natura artificiale, meccanica, vuota. K desidera un’anima. E mentre il film di Ridley Scott raccontava di uno uomo che voleva essere un androide per uniformarsi al suo amore (i dubbi se Rick Deckard sia un replicante o meno restano ancora), il sequel di Villeneuve ci mostra un replicante che morirebbe pur di sentirsi per un attimo umano.
La neve, che vediamo alla fine del film, è il manto che copre la memoria, come in Citizen Kane la nevicata copriva lo slittino Rosebud, mistero intorno al quale ruota l’imprescindibile film di Welles. La neve copre i ricordi, le lacrime li portano via, perduti nel tempo. L’agente K è bloccato nella spirale del non ricordo, (e lo scrittore di Praga non smette di comparire con il suo lascito) che lo porta a confondere la sua vera natura.
Kane, K, Josef K… tutti uomini intrappolati nell’assenza del ricordo.

"Under the Skin" (2013) di Jonathan Glazer

Molto è già stato scritto su Blade Runner 2049: sui diversi riferimenti cinematografici, le eredità, le influenze, il fatto di non calcare la mano sul capolavoro di Ridley Scott ma di creare un oggetto a sé stante, piuttosto una costola tardiva che si rifà più alla contemporaneità che all’universo di Philip K. Dick. Ma le figure femminili di 2049 sono il respiro del film: ologrammi, puttane, spietate assassine, corpi sventrati, figure immortali, androidi perfetti, rivoluzionarie. Villeneuve è stato persino accusato di aver realizzato un film tendenzialmente sessista, fortunatamente il regista canadese ha saputo controbattere il colpo. Polemiche sterili. Sono le donne la fiamma del film: tra le sequenze memorabili il threesome tra K, Joi e la prostituta ribelle. Joi, l’ologramma innamorato dell’agente K conosce l’atto sessuale attraverso e mediante un’altra donna, fondendosi con il suo corpo. E ripenso a un film di qualche anno fa, passato in sordina alla Mostra di Venezia 2013, Under the Skin di Jonathan Glazer, in particolare l’intensa e commovente sequenza in cui l’alieno scopre il (suo) sesso nella pelle/corpo che indossava, quello di una (altra) donna.

“Il sottile fascio di luce bianca rimaneva fisso nell’occhio sinistro di Rachel Rosen, mentre la piastra con il fascio di fili le aderiva alla guancia per mezzo di una ventosa. La ragazza pareva calma”, scrive Philip K. Dick quando introduce Rachel nel suo romanzo. Vestita di nero, algida e con il portamento da femme fatale mentre esce dall’ombra ce la mostra Ridley Scott.
Villeneuve, invece, con un gesto di profonda devozione ripropone la scena dell’originale, ne fa una replicante rendendo immortale l’immagine della signora che scompare.








pubblicato da j.costantino nella rubrica cinema il 1 dicembre 2017