Il welfare è come la penicillina

Franco Osculati*



L’On. Mario Adinolfi, un cortese e simpatico supporter di Matteo Renzi, giorni fa in televisione ha spiegato una parte importante del punto di vista del sindaco di Firenze e, evidentemente, dei suoi seguaci. Dunque, Adinolfi dice: «l’Europa ha l’8 per cento della popolazione mondiale, produce il 25 per cento del Pil mondiale e consuma il 50 per cento del welfare del globo».
Adinolfi aggiunge che questa è una situazione insostenibile, ammonisce che bisogna finirla con la vecchia sinistra e con la difesa del vecchio welfare e conclude che ci vuole qualcosa di nuovo.
A parte che l’invocazione del nuovo non è esattamente la novità dell’ultimo momento, l’impostazione di Adinolfi e Renzi a me sembra da respingere sia perché corrisponde a giudizi di valore che non condivido, sia perché scaturisce da un’elaborazione fallace. In sostanza: che male c’è se in Europa abbiamo “molto” welfare? Il welfare state è un progresso dell’umanità, come il motore a scoppio o come la penicillina. Il problema (continuando, come impostato da Adinolfi, a mettere le cose in schemi molto approssimativi) è delle altre aree del mondo. Non sarebbe augurabile che, in particolare, anche in Cina ci fossero, e per tutti, la scuola dell’obbligo e l’Università, le pensioni e la sanità? Il fatto che nelle altre aree del mondo ci sia poco welfare non significa che da noi, in Europa, ce n’è troppo.
Ma, naturalmente, considerazioni complessive come quella di Adinolfi sono utilizzate a supporto della tesi della insostenibilità del nostro, italiano, sistema di sicurezza sociale. E allora si insiste con i confronti internazionali.
In quest’ambito, un tipico cavallo di battaglia della destra è il dato sulla spesa in rapporto al Pil. E, per esempio, si ricorda che in Italia le pensioni valgono il 15 per cento e in Usa il 4 per cento dei rispettivi Pil. È sconfortante vedere come la sinistra à la Renzi continui a cascarci, ritenendo illuminanti e istruttivi confronti di questo tipo.
Infatti, cosa sono le pensioni? Esse sono un trasferimento di reddito da coloro che ancora partecipano al processo produttivo a quanti sono usciti dal processo produttivo (ciò vale per i sistemi sia a ripartizione, sia a capitalizzazione). Ma, se è così, possiamo veramente pensare che in Usa i pensionati consumino soltanto il 4 per cento del Pil e in Italia, invece, ben il 15 per cento? È chiaro che le statistiche internazionali di questo tipo non sono omogenee perché esse fanno emergere soltanto la spesa pubblica e non anche la privata. Mentre In Italia quel 15 per cento rappresenta quasi tutto quanto va ad alimentare gli introiti dei pensionati, in Usa quel 4 per cento è soltanto una parte. Il resto è riferibile a sistemi pensionistici privati (la cui spesa dunque non è registrata dalle statistiche come quelle in discorso).
A proposito di pensioni, l’argomento dei renziani è che i giovani italiani avranno una pensione misera e che per porre riparo a questo sconfortante prospettiva bisogna ridurre le aspettative pensionistiche dei vecchi. In realtà tra le due proposizioni o non c’è una connessione logica o c’è un rapporto molto, ma molto, lontano. In sostanza a partire dalla riforma del 1995 le pensioni dei “giovani” saranno misurate su quanto ciascuno avrà pagato come contributi. In via di ampia massima, se una persona avrà lavorato per 40 anni riceverà una pensione attorno al 66 per cento degli ultimi stipendi. Se questa è la regola (che ha il vantaggio di tenere il sistema in equilibrio), risulta evidente che se lavori meno di 40 anni avrai di meno. Quindi se vogliamo tutelare i giovani e le loro prospettive pensionistiche la prima e di gran lunga più importante operazione che dobbiamo fare è di trovare loro un lavoro, normalmente retribuito compresi i contributi pensionistici.
Allo scopo, deprimere le condizioni della pensione dei vecchi non serve. Anzi, rinviare il pensionamento di persone già avanti con l’età serve soltanto a ridurre le prospettive di impiego dei giovani. Questo fenomeno è già in atto ed è, ormai, largamente riconosciuto.

* professore ordinario di Scienza delle finanze presso l’Università di Pavia








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica democrazia il 13 novembre 2012