Più a est di Radi Kürkk

Gianluca Di Dio



In anteprima un capitolo del romanzo di Gianluca Di Dio La missione di un orfano. «Radi Kürkk è una geografia ricercatamente simbolica e metaforica», scrive l’autore, «un luogo assolutamente non comune e al contempo perdutamente anonimo, un luogo-non luogo dell’esistenza inesistente ma che ha in sé la potenza espressiva per essere una creazione possibile anche se altamente improbabile».

[Le immagini sono di Karin Andersen]

Arrivando da Aniëmi bisogna tenere sempre la destra e, passato il bivio per Tåvintola, seguire la strada sterrata fino alla provinciale. Da lì si avanza nella foresta di betulle per diciassette chilometri fino alla stazione di Kürkk. Radi Kürkk è poco più in là, accartocciata sull’ansa del fiume. Ci si arriva a piedi e la si vede dall’alto, senza che mai possa scomparire nemmeno per un passo. Ghiacciata, violacea, muta e lucidamente decomposta.
Radi Kürkk è un enorme cetaceo rantolante sull’acqua. Una domestica grassa coi calcagni secchi e crepati che ogni giorno pulisce le stanze e ogni giorno resta sempre la stessa, grassa e crepata e piena di vermi. Resta com’è all’infinito, come una che non muore mai e che non sa cosa sia vecchiaia perché resta sempre di quell’età che si ha quando si nasce morenti.
È la prima volta che torno a Radi Kürkk dopo la guerra. Tempo fa, qui, avevo un amico, Ivan, so che se n’è andato e saprei pure dove raggiungerlo, ora, ma preferisco dimenticare. Quel periodo è stato troppo generoso e non voglio illudermi: nulla di simile potrà mai capitare di nuovo. Mi consola il fatto, però, di aver passato parecchio tempo in compagnia di questo posto e di conoscerlo come un amico, appunto. Tanto che nella mia testa le due cose si sono scambiate di ruolo e così questa città è diventata il mio compagno e lui si è trasformato in una città lontana a cui non si può ritornare. Non avendo più nulla di cui m’importi, aspetto qui a Radi Kürkk. Aspetto in attesa di un po’ di stupore o del definitivo orrore per la vita che fa fare tutto in fretta e senza calcolo.
Ho preso alloggio allo Skøne, una baita di pino affacciata sui binari e su un mercato che vende pezzi di vita usata, virati in un color malinconia. Salgo la scala di legno cigolante e, dall’ultimo piano della mia camera, fumo per ore per coprire l’odore di ferraglia che viene da fuori. Guardo le panchine della città, esageratamente lunghe e piene di gente stanca. E spesso mi succede d’immaginarmi la signorina Karin della reception, sporca di terra e con una breve coda che le spunta una spanna sopra il posteriore. Così la immagino. Alla reception esibisce una voce rustica e saporita come il pane che si mangia qui. Cerco sempre di uscire e rientrare durante il suo turno, la sua vista distilla umore dolce dal mio sguardo, e poi mi aiuta a dare un verso alle giornate, che altrimenti sembrano senza alternanze e infinite come solstizi polari.
La notte, prima di dormire, non posso fare a meno di guardare, dalla finestra, la panchina attaccata ai binari, sotto la mia stanza. Mi è preso come un vizio. Tutte le notti, quasi alla stessa ora, compare una figura con un sacchetto di plastica. Dal niente compare lì, e sta seduta tutta la notte nello stesso punto, o almeno fino a che non mi addormento, perché quando, appena sveglio, con uno scatto vado a controllare, lei è già scomparsa, evaporata, sprofondata.
Deve essere una donna, o almeno lo era. E dà l’impressione di portare ben stampate in faccia diverse manate sporche che la vita le ha lasciato senza cortesia. Per il resto sembra avere ereditato ben poco altro: un cappello di stoffa pesante con visiera, calettato a fondo; due stivali lunghi, neri; e una giacca di pelle senza maniche che porta con niente sotto. Non si separa mai dal suo sacchetto di cellophane, sempre gonfio di resti a perdere di ogni tipo. Lo tiene in mezzo alle gambe, attaccato alla mano come a un lucchetto, e quando non si lamenta in silenzio scuotendosi piano, si appassisce ricadendo su se stessa, arrotolandosi, la testa verso il basso, sul torace, la schiena come un guscio, come un cartoccio di stagnola unta e impenetrabile all’aria. Ciò che rimane, dopo che dentro si è consumato tutto. Un cartoccio umano, un accartocciato. Uno dei tanti che vagano in città.

Ho ritrovato subito un vecchio edificio dietro allo Skøne, una facciata superba con colonne vichinghe di un grigio obbediente e maestoso. Una sauna pubblica che mi sono sempre immaginato il ritrovo passato di una burocrazia ruvida e sudatissima, rigorosamente coperta da flosce mutande a vita alta. Ci vado a metà pomeriggio e quasi mai condivido la panca di legno con le stesse persone. Ce n’è uno, però, che vedo più di tutti gli altri: si chiama Årvo. Non ci salutiamo, ma spesso, quando mi vede, mi fa posto vicino a lui perché ha capito che anche a me piace stare da quella parte. Porta gli occhiali e viene in sauna con un paio di sandali tedeschi con le fibbie. Quando comincia a sudare non gli si vedono più gli occhi perché anche gli occhiali sudano. Allora fa finta di dormire, ma col labbro di sotto, intanto, tira dentro il sudore che gli gocciola dal baffo: li ha neri e folti come uno stormo di corvi.
Årvo sembra un professore di ginnastica in pensione o un giocatore di scacchi professionista, il che non fa molta differenza da queste parti. Anche lui, a volte, si porta dietro una borsa di cellophane gonfia di cose: vestiti ma non solo, bottiglie, avanzi di cibo, carta, forse libri. E comunque, sempre, ha con sé il suo borsello, che sembra incollato al margine della sua spalla destra. Una volta eravamo seduti vicino nel solito caldo pestacarne ed ero riuscito a fatica ad alzarmi per una breve pausa di aria più soffice, quando, rientrato, vedo subito che Årvo non c’è più e mi ha fregato l’asciugamano. Senza farmi la doccia mi vesto di corsa e lo fermo nel parcheggio mentre sta avviando l’auto. Mi affaccio al finestrino e gli chiedo perché, con la calma ebete di chi non capisce, e lui mi dice che voleva qualcosa di mio, perché vengo da un mondo diverso, si vede, un mondo a cui si è quasi in dovere di fregare qualcosa. Così abbiamo fatto amicizia. Io ogni tanto gli regalo qualcosa di quel mio mondo che merita il saccheggio e lui mi offre una birra che poi apre sempre con quei suoi denti di mais abbrustolito.
Talvolta andiamo a fumare nel cortile del suo caseggiato, una caserma striata d’arancio e di giallo che ha di fronte tre fotocopie di cemento e con loro divide un cortile di terra battuta e una muta di cani invisibili che latrano contro l’abbandono, nascosti negl’inferi delle fondamenta. Lì, ci incantiamo spesso a guardare l’enorme vascone dove il portinaio alleva carpe per conto di tutti i condòmini. Ogni falansterio rispettabile ha una sua vasca per le carpe, che vengono ingrassate qualche anno per poi finire sui banchetti della festa di ottobre, celebrata da ogni condominio nel proprio cortile.
Da allora io e Årvo abbiamo anche cominciato a fare lunghe colazioni insieme sui tavoli caramellati di sudore che stanno sul retro dello Skøne. Lui si siede su una panca fissando il parcheggio diroccato che c’è di fronte, e aspetta zitto che porti tutto il possibile dal buffet della saletta interna, mentre avvolge un moncone di sigaretta col suo stormo di peli selvatici. Cominciamo verso le dieci e tiriamo fino a quando una matrioska dalle ossa di ciclope, senza parlare, ci fa scomparire ogni resto di cibo alle ore 12, rigorosamente, per poi tornarsene in cucina tra i fumi di aringa.
Il retro dello Skøne ci appare, allora, in tutto il suo irriducibile abbandono. Un piccolo cortile di cemento avariato, con intorno un alto muro assalito da piante tristi e festoni di tubi orfani. Il cancello, strappato via a morsi dai piloni di cemento, ha lasciato un’apertura da cui si può vedere un pezzo di strada: è l’unico punto in cui compare ancora qualcosa di vivo. Di solito io e Årvo, dopo mangiato, ci piantiamo lì a fissare la breccia per più di un’ora, attenti e muti come pescatori in attesa che qualcosa abbocchi.
Mi sono bastate un paio di volte per accorgermi che le figure dei passanti, in quel punto, sono diverse a seconda della direzione che seguono. Chi va verso destra, ha lo stesso aspetto di compost umano della donna che vedo ogni notte dalla mia finestra. Sono accartocciati, uno stillicidio di accartocciati. Più o meno alti, grassi, vecchi o conci, comunque sempre ripiegati sui propri guasti e orfani di un significato per le proprie rabbie. Tutti tengono stretti sacchi di plastica in una o in tutte e due le mani, i soliti sacchi bianchi anonimi, e marciano verso il diradarsi delle case e l’imputridire della periferia estrema.
Chi va verso sinistra, invece, non porta sacchi di plastica, ma borse di pelle o di tessuto, spesso firmate, e cammina impettito come una baionetta, attratto dai richiami selvaggi dei commerci che arrivano dal centro città. Gente eretta che si colloca visibilmente all’esatto opposto nella scala delle ambizioni umane, rispetto agli accartocciati. Gente fieramente impegnata in un progetto di riscatto personale che prevede innanzitutto un adeguamento estetico ai canoni della moda del mondo ricco. Ma i risultati sono sempre platealmente rustici o, nel migliore dei casi, rispondenti a un gusto claunesco e pacchianamente vintage. Anche gli eretti hanno una divisa: mostrano spesso cotonature vistose e scarpe bianche di frequente traforate; gli uomini mettono sempre giacche un poco fuori taglia; le donne, calze corte velate color pancera.
Ho chiesto ad Årvo dove vadano tutti quegli accartocciati e come mai le due direzioni selezionino così nettamente la gente che le percorre. Lui, come al solito, è rimasto pensieroso come se stesse valutando il costo delle parole, poi mi ha spiegato che la strada dietro all’albergo conduce alla porta d’oriente, l’origine della via antica che arriva fino all’estremo est del mondo; il luogo delle terre solide, calcolato dai cartografi, che assorbe il primo fiotto di luce scagliato dal sole per risvegliare il giorno. E appena al di là della porta, da alcuni anni si stava costruendo una cosa immensa, una cosa talmente grande che sembra che il mondo non vada oltre, verso est, perché i recinti dei cantieri sono così estesi e giganti che non si riesce a vedere altro che legni giallognoli rosicchiati dal salmastro. Poco prima della porta, poi, c’è una enorme discarica dove riciclano di tutto, e lì gli accartocciati si trovano per scambiare e vendere le cose raccattate in giro. E molti ci vivono pure, in quella discarica, sistemati in qualche avello di lamiera. Per questo si dirigono in massa da quella parte, perché là c’è da fare per tutti e là si spera, si spera molto.
Una mattina che stranamente Årvo non si è fatto vivo a colazione, mi è venuta la curiosità di andare a vedere quella cosa immensa che stanno costruendo alla porta d’oriente e che non riesco proprio a immaginarmi. È quella forse l’unica zona della città che non conosco per nulla.

Appena dopo mangiato sono uscito dal retro dello Skøne e mi sono messo a camminare verso destra. Sembrava non ci fosse nessuno in giro, eppure l’aria invitava a scordare le brine, e per la prima volta dalla fine dell’inverno era comparso il vento che i vecchi chiamano lo Speranzatore, un fiato di animale caldo e cocciuto che fischia forte al pomeriggio facendo cantare le betulle e asciugando i tetti delle case come un parrucchiere. Le polveri si alzavano nell’aria turbinando, e in mezzo a queste, davanti a me, un sacchetto bianco danzava con ritmi imprevedibili. Si gonfiava e si svuotava come una medusa chiamandomi a seguirlo lungo la via che impercettibilmente si andava restringendo. Mano a mano che mi allontanavo dall’albergo, mi addentravo in una periferia dai marciapiedi masticati; dai lavori perennemente in corso; dalle case lasciate invecchiare in un ospizio edile eterno. Ma non mi curavo di questo, fissavo quel sacchetto e continuavo a camminare.
Quando da lontano cominciava a distinguersi la sagoma nera dell’arco d’oriente, il vento è cessato del tutto e il sacchetto bianco che mi conduceva si è arenato sui piedi di un semaforo. Due corriere rosse proseguivano lente verso il fondo della via, lanciando scarichi che occupavano l’aria come nubi. Solo al diradarsi di quelle, mi è sembrato di vedere una decina di baracche un po’ più in giù e una figura sdraiata vicino al fosso che correva a lato della strada. Era una donna: una delle poche cose umane viste in tutto il tragitto. Si è girata subito su un fianco appoggiando un gomito per tossire e sputare con affanno. Aveva un berretto con la visiera schiacciato in testa e… mi mancava qualche metro per vedere bene, ma sembrava… non la vedevo in faccia perché era girata dall’altra parte, e mentre ormai stavo per raggiungerla, sono inciampato in un tronco che sporgeva lungo la via e sono caduto calciando una latta d’olio abbandonata in terra. Lei si è voltata, in quel momento, e mi ha guardato: la giacca di pelle senza maniche, gli stivali neri, era lei… forse stava in una di quelle baracche… lei… ha fatto un’espressione strana, quasi fosse sorpresa di vedere un essere umano, in quel posto. Ci siamo fissati per un po’, immobili, poi all’improvviso è schizzata in piedi, mi ha sorriso e io l’ho vista bella, bella come… non so, mie fantasie, ma bella, nonostante tutto. Poi ha mosso due passi nell’erba, a lato della strada, si è addentrata nella boscaglia dove una mandria di baracche tutte in legno si propagavano in piccoli grappoli sperduti, nascosti tra le piante. E, voltandosi appena, mi ha fatto segno di seguirla con la mano, mentre il sole sembrava non voler entrare.
Camminava veloce davanti a me con un passo sghembo, quasi fosse tirata per la giacca da qualcosa, con le punte dei piedi rivolte all’interno e voltandosi spesso. Si portava dietro dei sacchetti di cellophane pieni di bottiglie vuote che teneva appesi all’incavo del gomito di tutte e due le braccia. E ogni volta che si girava a guardarmi, sorrideva e mandava baci con la mano. Avrei potuto raggiungerla subito ma preferivo restare in balia della sua guida, come un cieco.
Siamo passati attraverso una specie di borgo primitivo dove le baracche sembravano palafitte, vecchie come il fango rappreso e il cielo di ferro in cui erano immerse. Mucchi di cianfruscaglie fumanti appestavano l’aria che trasmetteva un rullio incessante di sottofondo, come echi di tamburi lontani. Erano le betoniere che non smettevano mai d’impastare cemento, sicuramente per quella cosa enorme i cui lavori non si fermavano neppure col buio. Eppure lì intorno non si riuscivano a vedere che pochi esseri umani, e tutti perlopiù di sfuggita e seminascosti, quasi quel luogo fosse un fronte deserto, abbandonato al saccheggio di un nemico avanzante. E là dove finivano le baracche, si entrava, varcando un enorme cancello di ferro, in uno spiazzo di cemento tutto eroso dal gelo, con al centro una ciminiera di mattoni, spenta e così bassa da sembrare mozzata. La donna si è fermata un attimo, si è guardata intorno per orientarsi tra le cataste dei materiali raccolti, poi mi ha fatto un cenno e si è messa a camminare più veloce. Vicino a un monte di plastica schiacciata, un gruppo di accartocciati stava arrostendo dei piccoli animali sopra un mucchietto di vestiti in fiamme. Ci hanno osservato passare rabbiosi, col terrore che ci fermassimo, ma noi ci siamo diretti verso una piramide di sabbia di vetro. Lì, riparata da un cespugliame lurido, c’era una buca abbastanza profonda tappezzata di foglie. Forse quella era la sua casa... era lì che spariva quando evaporava dalla panchina durante il mio sonno? E questo è stato l’ultimo pensiero ad accomodarsi con agio nella mia mente, perché non appena mi sono affacciato sulla buca per vedere quanto era fonda, mi ha cacciato dentro con un colpo alle spalle. Con una pietra mi ha spaccato la testa, e sono rimasto sospeso in un buio senza memoria per un tempo che non so dire.
Mi sono svegliato semiseppellito da una coltre di sabbia. Ero vivo; nudo e rigido come un fossile conservato in un ghiacciaio. Per un attimo, tornando cosciente, mi è preso il terrore di avere delle mutilazioni e ho cominciato a tastarmi con foga. Era una fortuna possedere ancora tutto il mio corpo. Senza nulla di più, ma senza neanche un’unghia di meno.
Due operai che stavano lavorando vicino all’arco si sono accorti di un corpo nudo con le gambe rigide che continuava a cadere lungo la strada delle baracche. Si sono avvicinati con sospetto e, quando sono riusciti a vedere bene la mia testa che sembrava una crosta terrestre di sangue rappreso, mi hanno soccorso e chiamato un’ambulanza.

All’ospedale, dopo i controlli consueti e le medicazioni del caso, è stata convocata la polizia perché denunciassi l’aggressione. Non avevo né documenti né soldi per pagare le cure e ho pregato i poliziotti di andare al mio albergo, di chiedere della signorina Karin e di farsi aprire la mia stanza per prendere tutto ciò che occorreva. Ma allo Skøne la mia stanza era già stata aperta da qualcun altro e dentro non erano rimaste che cicche spente e asciugamani sporchi. Dalla direzione si scusavano imbarazzati, dicendo che non si era mai verificata una tale vergognosa mancanza in più di cinquanta anni di gestione. La signorina Karin si era licenziata il giorno prima, se ne era andata senza lasciare recapiti, e purtroppo tutto faceva pensare che i furti denunciati in diverse stanze fossero da attribuire alla sua incomparabile attenzione alla clientela e al suo impeccabile zelo professionale. Chiaramente il soggiorno trascorso era da considerarsi a completo carico della direzione dell’albergo, ma in quel luogo, di mio, non restavano né documenti né altro, e l’unica possibilità per uscire da quella situazione era chiedere alla mia ambasciata di sobbarcarsi alle mie spese di sopravvivenza nell’immediato. All’ambasciata, i funzionari, ricevuto il mio nominativo, si sono attivati immediatamente e mi hanno fatto avere una stanza, dei vestiti, e soldi a sufficienza per tutto il tempo necessario a riottenere i documenti. Ho incontrato il viceambasciatore nel suo ufficio, sembrava un orsetto gonfiabile con gli occhi spalancati, ma parlava senza affettazione:
“Immagino che nonostante questa brutta esperienza non avrà molta voglia di tornare in patria, signor Rublev. Un disertore può amare la sua terra anche se non ama la patria, ma suppongo che il ricordo delle nostre carceri sia ancora un po’ troppo vivo in lei per distinguere le due cose, dico bene?”
“Non mi pento di niente, signor viceambasciatore. Ho scontato tutto. E vi renderò fino all’ultimo anche i soldi che mi avete prestato adesso, non dubiti,” ho risposto.
“Certo, certo, ma non è il denaro che… qui a Radi Kürkk i nostri concittadini stanno molto bene, e ce ne sono tanti, sa?, tutta gente come lei… e come me. Perché crede che io sia qui? per meriti? per carriera? All’inizio forse, ma poi… gli anni passano e diventa sempre più difficile andarsene… C’è qualcosa in questa città che… che ci obbliga a sperare, mi creda. Si sente che sta per succedere qualcosa di… epocale, una sorta di confisca, una confisca definitiva della disperazione, qualcosa di esemplare… Ha visto alla porta d’oriente? ha visto che cosa enorme stiamo costruendo? Dia retta a me: cerchi in tutti i modi di vederla, si renda conto di persona e mi creda: sarebbe veramente imperdonabile non esserci quando tutto si realizzerà, imperdonabile…”
Ha le orecchie asimmetriche, il viceambasciatore, una più a punta dell’altra, e più cercavo di non farci caso, più mi ritrovavo a fissarle. Non riuscivo a concentrarmi sulle sue parole; solo l’inizio del discorso mi si è inchiodato in testa: “Certo, certo, ma non è il denaro che…” e quella sospensione che poteva voler dire cose diverse. Forse non era il denaro a essere importante a Radi Kürkk?; o forse si riferiva a me: “Certo, certo, ma non è il denaro che…” vogliamo da lei? E se era così, cosa volevano da uno come me, che di soldi, invece, aveva parecchio bisogno? Tutto quello che mi restava era in quella camera d’albergo e nelle mie tasche prima dell’aggressione. A casa non avevo più niente. E nessuno. Mia moglie si era venduta tutto e se n’era andata chissà dove, appena mi avevano arrestato.
Congedato dall’ambasciata, per prima cosa ho provato a rintracciare Årvo. Sono tornato più volte alla sauna, ho chiesto alla segretaria e pure ai soliti frequentatori, ma quasi tutti non conoscono nemmeno il suo nome. È scomparso come fiato nell’aria, Årvo, sublimato, nebulizzato, disperso. Anche nel suo condominio, i vicini non lo vedevano da un pezzo. Ho incrociato il portinaio mentre spargeva il mangime nel vascone delle carpe e mi ha detto che Årvo è fatto così, scompare all’improvviso come il buon umore e ritorna quando ormai tutti hanno smesso di cercarlo, ma senza dire una parola, senza giustificazioni, come se fosse normale, come un uomo libero, insomma, che quella è la vera libertà: non doversi giustificare mai.

Qualche giorno dopo mi hanno richiamato all’ambasciata per consegnarmi un nuovo passaporto. Il funzionario mi ha anche fornito un biglietto aereo per il ritorno che sarebbe stato di lì a un paio di giorni. In realtà non avevo nessuna intenzione di partire, ma ho incassato tutto ringraziando senza risparmio, perché volevo togliermi dal controllo della burocrazia. Quel biglietto era l’unica cosa che avevo, adesso. Ero rimasto nudo, e nella mia nudità non volevo farmi nessuna illusione: non c’era nessun luogo dove tornare, dove riprendere qualcosa, nessun posto dove essere ancora la persona di prima. Ero qui a Radi Kürkk e qui dovevo trovare il modo di cominciare qualcosa di nuovo.
Appena uscito, sono passato a salutare un uomo che teneva un banchetto di cetrioli ed erbe aromatiche al vecchio mercato di fronte allo Skøne. Era un tipo anziano con una sola espressione ormai completamente lisa, lo conoscevo da tempo, e gli ho venduto il biglietto del ritorno. Coi soldi in mano, ho attraversato la strada di corsa per prendere il 29 che stava passando in quel momento. Abbandonato sui sedili come un pupazzo di stoffa, mi sono lasciato portare alle prime spiagge, un paio di chilometri oltre la foce del fiume che costeggia la città. Il posto dove io e Ivan andavamo da ragazzi.
Sceso dall’autobus mi sono incamminato lungo un viale tempestato di gazebo in gran parte chiusi e impacchettati da teloni. Ho girato in fretta verso la pineta e il mare che le sta davanti, per arrivarci bisogna seguire una stradina coperta di aghi di pino che passa accanto a ville di legno un tempo bellissime. Mi ha preso una smania inconsolabile di vedere se c’è ancora. Se ricordo bene, la quarta villa è quella azzurra con la torretta esagonale… eccola, sì: i suoi tetti di lamiera vestita di ruggine e la sua facciata di legno carteggiata dal vento. Lo steccato che circonda il suo parco è ancora intatto e poco più alto del mio sguardo. Mi arrampico sui listelli di legno appuntiti ed entro, incantato dalla torretta che non mi era mai sembrata così bassa. Deve essere dietro, rispetto alla strada, nella parte nascosta dal corpo della casa. C’è stato un crollo nell’ala sinistra: un balcone di legno pencola nel vuoto e la faccia della villa sembra colta da un’emiparesi. Tutti i vetri della parte posteriore sono in frantumi e gli infissi divelti. Ma quello che cerco c’è ancora: in fondo al parco, tra i cespugli secchi e i resti di un bersò cariato dalle intemperie, si intravede la schiena enorme dell’ippopotamo che emerge dal fango. Le narici sono due gallerie sorvegliate dal becco di un minuscolo uccello; poco più in là, una gru danza su una zampa sottile come una cerbottana; e girando con attenzione intorno alla vasca, finalmente anche lui, immobile e sornione come sempre, nascosto nell’erba ormai rada: l’alligatore, il nostro feticcio. Gli animali hanno perso il loro colore: sono tornati grigi come il cemento di cui sono fatti e anche la piscina che li ospita è grigia e senz’acqua. L’emblema di un eterno fuori stagione.
Bisogna partire dalla coda dell’alligatore, per arrivare alla spiaggia. Con la mano prolungo la linea della sua sagoma puntando il braccio verso l’orizzonte e mi metto a camminare in quella direzione. Scavalco di nuovo la staccionata ed entro nella pineta; cento metri e ho i piedi nella sabbia. Arrivo a toccare l’acqua poi mi volto indietro e mi siedo a guardarla. Per chilometri la spiaggia è vuota come il mare, non c’è nessuna differenza. Punto la mano destra verso le minuscole onde che riversano acqua tra le mie dita. E inaspettatamente tra indice e medio compare una femmina. Un bastione di donna squarcia la superficie dell’acqua mostrando prima la piccola testa e il petto squadrato, poi il ventre tracimante e le cosce invertebrate da lottatrice. Una femmina vera, delle nostre, coi lombi prominenti e senza fianchi, una cuffia di gomma in testa e un costume intero da cui debordano rotoli di carne bianca ovunque.
Per niente avvilita dal gelo del bagno, viene verso di me, scuotendosi come un animale infangato. Sono così sorpreso che mi trasformo in una statua di sabbia: se anche un cane mi venisse a pisciare su un braccio, adesso, non riuscirei a reagire. Lei si leva la cuffia liberando una matassa lanuginosa di capelli color rame, e si viene a sedere vicino a me. Si presenta, mi dice due frasi di convenienza e racconta anche una barzelletta a cui ride singhiozzando. Parla una lingua da turista dell’est, ma la capisco, è una lingua che si studiava a scuola. E non so come, ma così, subito, mi viene voglia di stringerla. Ho voglia di una femmina, una qualsiasi, con una femmina mi sentirei subito ricco. La accarezzo perdendo la mano nel precipizio che divide i suoi seni e mi adagio su di lei. Metto il mio corpo dentro al suo con naturalezza, e lei mi accoglie fino al piacere soggiogante che ogni umano può dare. Poi mi lascio cadere e restiamo paralleli. Ansanti come due mammiferi marini alla deriva.

“Fare bum bum è la medicina migliore del mondo! Anche per questa maledetta cirrosi che mi sta ammazzando,” mi dice. “Io qui ci vengo per questo… e poi anche perché c’è una spiaggia fantastica. O almeno c’era: negli ultimi anni il mare se n’è mangiata paracchia, lo sai?”
"Sì," dico, “niente è più come prima, vero?”
“No… ma la sabbia è sempre bella,” dice sottovoce.
Me ne riempio le mani e la guardo mentre la lascio cadere dall’alto.
"Certo..." le dico, "grazie."
Poi la bacio e vado a cercarmi un albergo dove spendere tutto quello che mi resta. Il migliore. Ora mi sento ricco.
Due notti al Kashkascian Hotel, due cene di storione e boršc al Luna Palöo, undici vodka sour nei bar del vecchio porto, e quel poco che ho in tasca se va senza rimpianti.
Stamattina mi resta giusto una moneta che consegno al bigliettaio del 29 per tornare in centro. Appena sceso dal bus me ne vado in giro come se fossi arrivato a Radi Kürkk per la prima volta. Ma automaticamente le gambe mi portano verso lo Skøne, e una sbrattata di vento mi solleva davanti agli occhi un sacchetto bianco, uguale a quello che un po’ di giorni fa mi ha accompagnato fino alla porta d’oriente. Questa volta non danza, rimane inchiodato nel vuoto il tempo di un abbaglio, a fissarmi, e poi si lascia cadere ai miei piedi avvolgendoli. Non posso far altro che prenderlo in mano, poi ricomincio a camminare. Senza badarci continuo lungo la via che costeggia il retro dello Skøne. Davanti all’apertura del cortile dell’albergo ci sono due accartocciati seduti sul marciapiede, in attesa. Probabilmente è l’ora del riassetto delle cucine, il momento in cui fanno giornata coi rifiuti e i resti che le cameriere buttano nei cassonetti lì davanti. Poco dopo, infatti, una ragazza coi capelli raccolti e un grembiule celeste si sporge appena oltre l’apertura, come se ci fosse ancora il cancello, muove lo sguardo a destra e a manca impaurita, e subito scaglia due scatoloni di bottiglie oltre il muro senza preoccuparsi di dove atterreranno. E quello è come un gong, per i due accartocciati, la ripresa del combattimento. Quasi rotolando sull’asfalto attraversano la strada, senza guardarsi, forse senza neanche vedersi, puntando le bottiglie sdraiate sul cemento come fossero vene d’oro sulla schiena di un monte. Si avvicinano e, senza accordarsi su nulla, con movimenti identici, da topi, riempiono quattro borse al limite del possibile. E alla fine se ne vanno, diretti dalla stessa parte, ai lati opposti della strada, separati da uno spartitraffico di sazia alienazione. Per terra hanno lasciato solo una maxibottiglia di kvass, passando la raccolgo, e me la metto in borsa. Poi mi giro verso il cortiletto dello Skøne: il piccolo palco coi tavoli dove mangiavo insieme ad Årvo è diventato un gazebo coperto e riscaldato, ora, attrezzato per la stagione fredda. Mentre lo guardo vado a sbattere con violenza contro un cassonetto, ne rotola fuori una bottiglia che subito raccolgo e in modo naturale mi metto a camminare in direzione della porta d’oriente. Adesso in mano ho due sacchetti semivuoti, ma li riempirò lungo il cammino: di resti se ne trovano ovunque. Penso ad Årvo e subito mi viene in mente l’accartocciata, quella che mi ha aggredito alla discarica, chissà se Årvo la conosce. Non so perché mi entra in testa questa cosa, ma ci rimane fino a quando da lontano appare il grande arco nero della porta. È una visione, quella, che ti toglie tutti i pensieri che portino altrove, e il respiro, anche, perché al di là dell’arco, che pure ti schiaccia al suolo con la sua accecante maestà di trono solitario, ti viene d’immaginare sempre quella cosa immensa che ancora non c’è, con le sue immisurabili architetture, i bastioni fasciati di nubi e le sommità mai concluse accolte nell’infinito spazio celeste.

I miei due sacchi sono ormai pieni di resti raccattati e voglio vedere di cavarci qualche utile come fanno tutti gli altri, così mi addentro tra le baracche di legno, lungo la strada fangosa che porta alla discarica. Passato il grande cancello di ferro, mi aggiro incerto nella landa del cortile-deposito cercando di capire dove sia il guardiano che gestisce il commercio del riciclo, ma orientarsi qui sembra andare oltre le capacità umane, e muovere passi a caso non porta altro che straniamento e un accidioso senso di resa alla vastità del luogo. Pare più utile fermarsi, osservare e ascoltare. Così mi siedo di fianco a una montagnola di bottoni di ogni forma e materiale, e mi metto in attesa affondandoci le mani dentro. Quasi subito, in un attimo di pausa delle betoniere piazzate sulla Via dell’Est, alla mia destra, in direzione della ciminiera mozza semicoperta da balle di piume, mi arriva all’orecchio qualcosa. Una specie di interminabile confessione, in una lingua di sole sibilanti, pare. Mi alzo e, togliendomi le piume di vista, scopro che lì, a pochi metri, si raccoglie una lunga fila di accartocciati. Mi accodo immediatamente coi miei due sacchetti impugnati ben saldi. Il guardiano se ne sta seduto lì, su una poltrona di velluto sfondata, davanti alla soglia del suo ufficio illuminato da due fiaccole, proprio alla base della ciminiera. È un uomo sottile e nodoso come uno stecco da rabdomante, con un cappello lercio che gli nasconde la faccia. Guardandolo s’intuisce subito che il suo vestiario è fatto di capi riciclati, e lui stesso non sembra altro che l’assemblaggio usurato e un poco difettoso di pezzi di altri corpi, e non solo umani. Emette un rantolo sempre uguale, davanti a tutti, senza nemmeno alzare lo sguardo: “Cos’hai? Soldi o scambi?”, “Cos’hai? Soldi o scambi?” Perché in cambio delle merci offerte si possono avere soldi o altre cose provenienti dallo sterminato campionario del deposito. L’ho capito dall’uomo che mi precede in fila che, per due grossi sacchi di chewing gum, vuole un paio di braghe e un’antenna. Mentre consegna i suoi sacchi, uno gli si rovescia a metà, sommergendomi le scarpe di piccoli gnocchi rosa masticati. Gli chiedo come ha fatto a raccattare tutta quella roba e intanto gli dò una mano a raccogliere lo sparpaglio. Mi dice che era bidello e che nella sua vecchia scuola, ogni tanto, gli permettono di entrare e di raschiare sotto i banchi. Finito il mio traffico lo ritrovo ad aspettarmi a lato della coda, mi ringrazia ancora per l’aiuto e mi dà qualche consiglio sul guardiano e su come presentare al meglio la mia merce. Gli chiedo come si chiama. “Dammi tu un nome, se ti sto simpatico. Io, di mio, non ci tengo,” mi risponde. Poi mi dà la mano, mi sorride e si allontana. Per il mio carico di bottiglie alla fine ottengo il sufficiente per mangiarmi un piatto in una mensa, ma prima di farlo voglio vedere se nella buca dove sono stato aggredito c’è traccia della mia assalitrice. Non ho orologio, però credo ci si aggiri ormai nel recinto delle ore che precedono la notte. Nel frattempo è germogliata in terra una batteria di torce che segnala un percorso nella vastità del cortile. Ognuna sta lì a indicare il deposito di un particolare materiale, così da poterli distinguere e potersi orientare nell’universo delle cataste. Dalla scuraglia profonda, la piramide di sabbia di vetro manda bagliori a tutta la discarica attraverso la galassia di lucciole di cui è fatto il suo corpo. La raggiungo e, quasi in punta di piedi, mi avvicino al cespugliame lurido dietro cui deve nascondersi la fossa. All’improvviso gli arbusti mi soffiano addosso un alito mortifero di ferrovia, come se volessero tenermi lontano. Indietreggio due passi e afferro un pezzo di tronco perché sento qualcosa frusciare, lì dietro. Mi metto in ginocchio e, nascosto dietro le fronde, mi sporgo di poco. Non si vede nulla. I rami dei cespugli sembrano braccia minuscole, le foglie, nasi deformi. Mi sporgo un po’ di più, tenendo il legno sopra la testa, pronto a colpire. C’è qualcosa che ansima molto piano, e allora prendo un respiro feroce e mi getto di scatto verso la buca ma, come tocco per terra, un fischio secco seguito da uno stridio leggerissimo, e una piccola bestia mi schizza addosso terrorizzata, perdendosi nel buio dopo avermi pestato la faccia. Sputo il cuore e mi lascio andare per terra molle e tremante come non avessi più ossa. Poi dopo un po’, tastando col braccio, cerco di nuovo la cavità. Mi rimetto in ginocchio a osservare: c’è una larga cicatrice, un riempimento di terra compattato, e il buco non c’è più. Inutile chiedere della mia assalitrice, probabilmente non ha neanche un nome, oppure ne ha troppi, tanti quanti sono gli accartocciati della discarica. Mentre torno verso la ciminiera alzo lo sguardo per lasciarmi guidare dal suo tozzo profilo di faro decapitato e, subito, un incendio splendente e diffuso mi attira molto più in su. Sembra una fabbrica di luce, una costellazione di lumi appesi al nulla, che nel buio antico di questa notte apparecchia un numinoso destino di speranze, cancella il risentimento e sfratta lo smarrirsi come il più soave dei canti d’uccello. Quella cosa immensa fatta di esili tubi rampanti nel nero e cinture di legno, s’intuisce appena, ma è lì e si sente, le luci ne incoronano il corpo quasi immateriale che incombe altissimo nella sua ineluttabilità. I lavori proseguono sommessamente e i fari si spegneranno solo all’alba, come sempre: sento che è venuto il momento di osservarla da vicino, quella cosa, entrarci dentro e capire quanto sia davvero immensa e necessaria. Ma mentre sono così, col mento puntato nel cielo, immobile, mi arriva una voce: mi chiama senza usare il mio nome. È l’accartocciato delle chewing gum, seduto poco distante intorno a un fuoco fatto di stracci, davanti a una catasta di pelli. Sta mangiando insieme a due compagni e fa segno di avvicinarmi. “Ehi, hai fame? Se vuoi ce n’è anche per te. Abbiamo catturato un paio di queste, qua fuori,” dice, facendomi vedere due spiedi di piccole bestie arrostite. È tutto il giorno che non mangio e accetto volentieri, mi siedo in mezzo a loro, e mi viene naturale.

“Dopo vorrei entrare nel cantiere, vorrei vedere la costruzione…” gli dico mentre bevo da un cartone di vino.
“Non puoi,” mi dice uno dei tre, con un elmetto in testa e un panno pesante sulle gambe. “Oggi l’igrometro della marina ha rilevato un’umidità del vento troppo alta, oltre i 16 windbar consentiti. Guarda là, il numero sul tabellone!”
In effetti su una lavagna gigante, sotto i fari del cantiere, sta scritto un 41 ben visibile.
“Non è facile vederla, cioè che si verifichino le condizioni per poterla vedere: vento, sole, lune, numero dei visitatori… i parametri sono un bel po’… C’è gente qua che non c’è mai riuscita, eppure… ci riprova continuamente, perché prima o poi bisogna farlo, credo…”
“E quand’è il momento migliore?” chiedo.
“Non c’è. Anche mai, dipende. Già devi sentirtelo tu, di volerci andare, e già questo non è semplice, poi ci sono tutte le altre complicazioni… Chi lo sa!” risponde quello delle chewing gum, con la bocca ripiena di carne arrostita.
“Certi l’hanno presa come una missione, ah ah ah!” Quello dell’elmetto ride. “Certi sono convinti di essere arrivati qui a Radi Kürkk per quello…”
Poi il terzo, che non ha ancora parlato, mi chiede:
“E tu, perché sei venuto a Radi Kürkk?” E ridono, tutti e tre.
Quando l’ultimo brandello di stoffa incenerisce, tutto è finito: il pasto, il vino e le parole, anche, e non mi va di rimanere coi nuovi amici a dormire. Hanno costruito una grande baracca sotto dei salici e mi invitano a fermarmi, ma preferisco tornarmene in centro, ho bisogno di camminare, anche se, adesso, mi sento veramente stanco. Mi faccio prestare la coperta da quello con l’elmetto e riprendo la via in una strana aria di phon, inconsueta, ma ormai comunque familiare.
Mi siedo sulla panchina attaccata ai binari, davanti allo Skøne. Dormirò qua, stanotte. Non penso che la mia assalitrice verrà a reclamare il suo posto. Certo sarebbe strano per lei trovarmi qua, anche se sicuramente non sa che io la osservavo tutte le notti dalla finestra dell’albergo di fronte. Non avrebbe potuto vedermi in faccia, con questi lampioni che grandinano abbagli, e comunque lei non verrà, lo so... Chissà se è mai riuscita a oltrepassare la porta d’oriente, lei, e a vedere tutto quanto?
Sollevo lo sguardo verso la finestra della mia vecchia camera, è aperta e si vede qualcuno. È una faccia che mi fissa nel buio, mi fissa dietro una maschera di fumo, vedo il suo fiato grigio che si scioglie nel cielo con lentezza. Probabilmente si sente sicuro e starà pensando che non riuscirò mai a distinguerlo da qua sotto. Adesso si è girato e guarda più in là, lungo i binari. Forse non riesce a dormire, forse continua a fumare per coprire l’odore di ferraglia che viene da fuori…








pubblicato da j.costantino nella rubrica racconti il 29 novembre 2017