Herzoghiana

Werner Herzog (con uno scritto di Jonny Costantino)



Herzog sul set di "Fitzcarraldo" (1982)

Tra le ultime fatiche di Anna Ruchat – eccellente traduttrice di Thomas Bernhard, Paul Celan, Nelly Sachs, Victor Klemperer, Christine Lavant, cui devo in particolare la preziosa scoperta di Ludwig Hohl e Mariella Mehr – c’è l’intervista fiume rilasciata da Werner Herzog a Moritz von Uslar per il Magazin della rivista tedesca “Die Zeit” nell’aprile 2013. L’intervista è apparsa sul numero di settembre (il 19) della rivista "Versodove", semestrale di letteratura e non solo, col titolo Sono un contrabbandiere d’immagini. Intervista a Werner Herzog.

Quest’intervista – al di là del suo valore intrinseco, degli spiragli che apre nella concezione artistica del regista bavarese – ha il pregio di rappresentare per il lettore italiano un’ideale appendice del libro intervista a cura di Paul Cronin Incontri alla fine del mondo. Conversazioni tra cinema e vita, avvincente scambio che seguiva la linea della filmografia di Herzog fino al 2002, apparso in Italia nel 2009 con l’editore Minimum Fax e in un’altra traduzione d’eccellenza, quella del filosofo Francesco Cattaneo.

A mo’ di chicche nel dì di festa, ecco 5 delle 75 domande e risposte di questa corroborante intervista del 2013. A seguire, in anteprima, un mio scritto che apparirà entro la fine dell’anno nella plaquette (la numero 5) della serie Cineprints della rivista “Rifrazioni. Dal cinema all’oltre”. Il titolo della plaquette è 10 registi 10 talismani. Uno di questi registi è Werner Herzog e lo scritto qui pubblicato prende le mosse da una sua frase assurta a talismano. Gli autori della plaquette sono due e – a loro volta – registi. L’altro è Luca Ferri.

Herzog durante le riprese di "La Soufrière" (1977)

NON SONO UN ARTISTA, SONO UN SOLDATO

[…]

Può spiegare ancora una volta in poche parole l’installazione con cui l’anno scorso ha partecipato alla biennale tenutasi al Whitney Museum di New York?

Quando mi hanno invitato a quella biennale, ho subito detto no. Non ho proprio nessun rapporto con l’arte contemporanea, io. Poi se ne sono usciti con: «Ma lei, in quanto artista…». E io ho abbaiato al telefono: «Non sono un artista, sono un soldato!». Mia moglie ha sentito che parlavo con un museo e mi ha detto: prova a pensarci. Ci sono tante di quelle cose di cui ti occupi che non si possono esprimere né con la letteratura né con il cinema… La mia installazione erano le proiezioni su tre pareti delle stampe di un artista per me importantissimo, Hercules Seghers, un pittore vissuto negli anni del primo Rembrandt. Era di due o tre secoli avanti rispetto ai suoi contemporanei e solo il giovane Rembrandt l’ha preso sul serio. Per me Seghers è il padre della modernità. Il bello naturalmente è che al Whitney nessuno dei curatori aveva mai sentito nominare Hercules Seghers prima di allora.

[…]

È vero che ha fatto il contrabbandiere?

Contrabbandiere è un po’ esagerato. Ero in Messico, per via del mio visto scaduto ero stato costretto a lasciare gli Stati Uniti. Allora, all’inizio degli Anni Sessanta, i confini non erano ancora controllati come oggi. Nella città di Reynosa McAllen sul Rio Grande, c’era un varco. La mattina passavo il confine con i frontalieri e tornando portavo con me apparecchiature elettroniche statunitensi, per i ricchi rancheros. Una volta poi, ed ecco che mi hanno definito un contrabbandiere d’armi, ho procurato una colt d’argento puro a un ricco messicano.

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È vero che i suoi primi film li ha girati con una cinepresa rubata?

C’era un istituto, quello che ha preceduto la Filmschule di Monaco: il Deutsches Institut für Film und Fernsehen. Lì avevano tutta l’attrezzatura e chissà perché non mi prestavano mai la cinepresa. Non ero sulla lista di quelli destinati ad avere delle prospettive. Così ci siamo appropriati della cinepresa.

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Perché è così importante per lei il regista del cinema muto Friedrich Wilhelm Murnau?

Perché per me è importante la generazione dei nonni. I padri erano impraticabili per via del nazismo e di tutti gli orrori. Mio nonno è stato per me anche fisicamente più importante di mio padre. E Murnau è semplicemente il migliore di tutti. Si guardi Nosferatu. Così forte, così visionario. Ha fatto un film cupo in cui in un certo senso si annuncia già il terrore dell’epoca nazista. Facendo anch’io un Nosferatu - non certo un remake, un mio Nosferatu - ho potuto rendere omaggio a Murnau. In un certo senso Murnau mi ha preparato il terreno

Perché i giovani dovrebbero leggere se lei stesso non legge quasi niente?

Io leggo moltissimo, leggo molto di più di quanto non vada al cinema. Mediamente vedo tre film all’anno. Agli studenti della Rogue Film School predico ogni giorno: leggete, leggete, leggete, leggete, leggete. Se non leggete non farete mai un buon film. Ho addirittura fatto una lista di letture obbligatorie. Comincia con le Georgiche di Virgilio. Il racconti di Hemingway. Poi il rapporto della Commissione Warren [la relazione della commissione del presidente Johnson sull’assassinio del presidente Kennedy].

[…]

Perché, le chiedo ancora una volta, lei non ha paura della morte?

Perché la morte ci appartiene, come la vita. La morte non mi impressiona.

[…]

- “Sono un contrabbandiere d’immagini”. Intervista a Werner Herzog, a cura di Moritz von Uslar, traduzione di Anna Ruchat, “Versodove” n. 19, settembre 2017.

"Teschio" (1615) di Hercules Seghers

IO HO VISTO QUALCOSA CHE GLI ALTRI NON HANNO VISTO

Asservisciti, sii opportunista, elabora un tocco riconoscibile e una tecnica versatile, consolida oggi e sempre lo status quo, soprattutto quando fingi di criticarlo, cavalca la moda: ce la farai, avrai il tuo posticino nella mangiatoia, al riparo dalle intemperie. Sarai un regista.

Non ci riesci? Qualcuno ti ha messo in testa che essere regista significa essere un uomo e un autore che non indietreggia davanti ai suoi sogni? In tal caso, se i tuoi sogni non coincidono con i sogni dei finanziatori e con i presunti sogni del pubblico, non voglio indorarti la pillola: sei fottuto. L’obiettivo sarà farti a pezzi. Se sei troppo storto per essere piegato, ti spezzeranno: ci proveranno. Il topo si controlla, la tigre si ammazza. Sono anni viscidi, ipocritamente totalitari. Preparati a una pioggia di sputi. Preparati all’indifferenza. Niente carezze né gagliardetti. Sarai bastonato come un cane: coltiva la rabbia e la rogna.

Sei una minaccia e sei circondato da nemici. Ficcatelo in testa: i tuoi sedicenti colleghi sono prostitute, i produttori predoni, i distributori papponi, i capofestival kapò, i critici retribuiti pedine. Pezzi di merda senza cuore e senza palle, come gli sbirri nei romanzi di Edward Bunker e Iceberg Slim. È la regola, rallegrati delle eccezioni. Le mosche bianche esistono. Gli amici veri sono sacri, agisci di conseguenza: tagliati un dito, se ne tradisci uno. La tua è una prova di forza e sopravvivenza. Fisica e spirituale.

Sei capace di interiorizzare questa prospettiva fino alle sue estreme conseguenze di solitudine, di dolore, di follia? Se non lo sei, lascia perdere, fallo subito, guadagna tempo, te lo dico da amico. Se invece lo sei, datti per intero alla tua arte: essa ti restituirà un essere umano a misura dei demoni dell’inferno.

Ti hanno messo al bando: sii bandito fino in fondo.

Un film non è un film: è una guerra. Preparati leggendo Sun Tzu e Marco Aurelio. La tua troupe non è una troupe: è un commando. Anteponi il coraggio al talento, la lealtà alla competenza. Chiediti di ognuno: mi seguirà a rotta di collo fin dentro l’abisso? Nel dubbio escludilo.

Pensa a Herzog durante la realizzazione di Fitzcarraldo (1982).

Herzog gettato nella foresta amazzonica, con l’unica bussola del suo sogno pazzesco. Herzog criminalizzato, processato. Herzog con gli incisivi che si sbriciolano. Herzog con un debito di tre milioni di dollari sul groppone e un set che crolla di continuo. Herzog morto di fame: al mercato di Iquitos vende due flaconi di shampoo per quattro chili di riso con cui va avanti tre settimane.

Pensa a Herzog svuotato: ci sono mattine che si sveglia come un’armatura senza cavaliere. Herzog avvilito: a volte vorrebbe planare altrove, dove gli uomini volano sopra i campanili e i continenti gravitano sopra gli oceani. Herzog che non sente più le punture delle zanzare ma avverte distintamente il sospiro delle pietre.

Pensa a Herzog che, per consolarsi, pensa a quel medico giapponese che si è operato da solo di appendicite. Herzog che deve strapparsi di corpo, con le proprie mani, il proprio sogno. Darlo alla luce o esserne divorato: tertium non datur. Herzog che senza sogni non sa e non vuole vivere.

Pensa a Herzog deciso a trascinare una nave sopra una montagna. Ci riuscirà nonostante le difficoltà materiali, l’ostilità degli indios, la sfiducia dei tecnici e degli attori, nonostante i morti e i feriti nell’impresa. Herzog che guarda alla nave insanguinata come Achab guarda alla balena assassina.

Pensa a Herzog e sii irragionevole: «Adesso indietreggiare spaventato di fronte ai sogni sarebbe un’infamia così grande che nemmeno il peccato saprebbe trovarle un nome». Tu e tu solo hai sognato qualcosa che senza di te non vedrà la luce.

Sul set di "Fitzcarraldo" (1982) di Werner Herzog

- JC in 10 registi 10 talismani, l’imminente plaquette di "Rifrazioni. Dal cinema all’oltre" (Cineprint 5), con testi di Jonny Costantino e Luca Ferri, immagini di Silvia Argiolas. Gli altri 9 registi in plaquette sono, in ordine di apparizione sul pianeta Terra: Charlie Chaplin, Jacques Tati, Elia Kazan, Orson Welles, Augusto Tretti, Giulio Questi, Oshima Nagisa, Franco Piavoli, Paolo Benvenuti. Per info e prenotazioni scrivi a info@rifrazioni.net.








pubblicato da j.costantino nella rubrica cinema il 1 novembre 2017