Quella volta

Dario Voltolini



Quella volta presentavo un libro pubblicato dal nostro comune editore torinese, a Milano. Credo che fosse quella la volta in cui ci siamo conosciuti, anche se, ti devo dire, non ne sono così sicuro. Forse c’era stata un’occasione precedente?

Quella volta che avevo preso in mano quel lingottone d’oro profumato e sonante intitolato Gli esordi e mi ero messo a leggerlo e fin dalle prime pagine mi ero sentito il terreno sotto i piedi smottare in una direzione misteriosa e prendevo il telefono e ti telefonavo per poter condividere la mia meraviglia e i miei lampi ottici e cerebrali con qualcuno che potesse capirmi, che sentissi vicino. E così per giorni, finché (probabilmente nel tuo sfinimento) siamo diventati amici.

Quella volta che, finito di leggerlo, l’ho posato e subito mi sono sentito invaso dalla mancanza di altro di tuo da leggere, una sensazione molto arcaica che risaliva alla mia infanzia, quando finivano di leggermi Le avventure di Pinocchio e io desideravo che ricominciassero subito daccapo; risaliva anche all’adolescenza, quando non vedevo l’ora che uscissero in edicola “I Fantastici Quattro” e “L’Uomo Ragno” e “Il Mitico Thor” e soprattutto “Devil”, ma anche “Alan Ford”: eppure quella volta avevo finito di leggere una cosa che sta con Melville, con Proust, con Cervantes (però sì, anche con Collodi) e allora da dove veniva questa mia smania infantile e adolescenziale? Che cosa era? Ero un lettore adulto? Lo sono mai stato? Non lo so.

Quella volta che stavamo organizzando un convegno di autoconvocati, a Milano, per dirci di persona in quale situazione stavamo lavorando, per riflettere sul nostro tempo, e capita l’11 settembre, così che il nostro raduno prende il geniale titolo inventato da Tiziano Scrivere sul fronte occidentale: quella è stata la volta in cui abbiamo preso la parola senza chiedere permesso, l’abbiamo data ai primi a cui potevamo darla, ai più vicini, e abbiamo raccolto tutti gli interventi in un volume senza censure, senza aggiustamenti, io ancora adesso sono sorpreso che quella cosa, anziché essere l’inizio di una riflessione più ampia, collettiva, continuativa, fosse stata presa di petto e rifiutata. Con gente che ci dava dei guerrafondai, dei fascisti, con persone che mi telefonavano per dirmi di non frequentarti, gente che conoscevo, che pensavo amica, gente che “era di sinistra”, cosicché da quella volta un po’ alla volta ma in breve tempo ho smesso di esserlo io, di sinistra.

Quella volta che abbiamo fatto la “Nazione Indiana” ed eravamo un bel numero e tu ci davi dentro con idee e progetti, un blog collettivo, letterario ma non solo, dove gli individui erano individualisti, ma pronti a coalizzarsi in presenza dell’uomo bianco che parla con lingua biforcuta, come la nazione indiana: tu ci davi dentro a inventare questa cosa elettronica e non hai un televisore e scrivi a mano e non hai una email e neanche un cellulare nemmeno adesso!

Quella volta che dirigevo la collana “Holden Maps” e ti ho proposto di scrivere un libro dove tu liberamente potessi parlare degli autori che ami, con quella vicinanza e intimità che hai quando parli dei tuoi fratelli e delle tue sorelle di ogni luogo e di ogni tempo, un libro per la nostra collana, e tu hai accettato e con la tua voce mite e pacifica mi hai detto che l’avresti intitolato L’adorazione e io già mi immaginavo la tua collocazione di fronte agli autori di cui avresti scritto, la posizione di un innamorato, di un fiammifero di fronte alla tempesta solare, ma consustanziale, senza mediazioni, un contatto diretto attraverso i chilometri e i secoli sbriciolando le differenze in vista di quel punto unico che non ho mai capito se sia di convergenza o di scaturigine, cioè non ho mai capito come tu abbia fatto a dirlo fondendo insieme le due istanze, ma mentre mi immaginavo queste tue prossime adorazioni che sarebbero arrivate a comporre il libro meraviglioso che ti stavo facendo fare e che quindi avrebbe avuto anche in qualche modo il mio contributo, ecco che per telefono qualche giorno dopo con la stessa voce pacifica e mite mi informavi che no, non si sarebbe intitolato L’adorazione, bensì Lo sbrego! Tu non hai mica idea di quante volte mi hai divertito facendomi piegare in due dal ridere.

Quella volta che ci siamo presi due giorni e ci siamo trasferiti nella mia casa al mare, che ho finito ieri di vendere tanto per dare una data a questo scritto, e io avevo comprato un registratorino digitale e in amicizia ti avevo intervistato e tu generosamente mi avevi detto un sacco di cose prefiguranti le cose future che avresti scritto e io poi quel registratorino l’ho perso, anche se è impossibile che l’abbia perso – da qualche parte ci sarà ancora! – e non l’ho più ritrovato: ora immagino che una civiltà futura lo ritroverà in qualche piega della realtà di allora e lo violerà ritrovando la tua voce che racconta e quindi sono meno dispiaciuto di quanto potrei esserlo se veramente fosse perduto, e d’altra parte sei tu che dici che nulla si perde nel cielo e io aggiungo solo che anche la Terra è nel cielo e insomma questa tua voce digitalizzata c’è.

Quella volta che mi hai detto di come in un punto preciso della nostra penisola in un lampo ti era venuta in mente tutta la tua opera principale, tutta in un solo flash, l’opera che poi avresti sfoderato di pagina in pagina per migliaia di pagine di invenzione continua, pura e abissale, io so che è impossibile avere una visione d’insieme anche solo di un frammento di questa tua cosa, figuriamoci dell’intero, eppure so che è così e non posso che dire che me l’aspettavo che fosse così, altrimenti non si potrebbe spiegare la dinamica di quel movimento del terreno che mi aveva preso fin da subito all’inizio quando leggevo “Gli esordi”. È un movimento che presuppone che chi scrive sappia dove sta andando e tu stavi andando verso quel punto che non so se sia di origine o di arrivo, cioè non so come tu sia riuscito a far collassare le due istanze e forse anche tante altre istanze che non conosco. E di fronte a quel punto, alla fine del portentoso viaggio, siamo alla fine arrivati, con te anche noi lettori, al cospetto di un posto dantesco dove anche il concetto di ineffabile perde terreno.

Quella volta, o, meglio, tutte quelle volte in cui mi hai detto che la cosa che avevi scritto era l’ultima. Per fortuna non ci ho mai creduto e avevo ragione io. Per fortuna, perché il dolore di non averne più sarebbe stato tanto.

Quella volta che eravamo nei corridoi dell’editore e arriva proprio l’editore e ti fa un sacco di feste e ti dice che è felice che tu faccia parte della scuderia e che tutta la casa editrice si dedicherà a te e che di te sanno tutto, vita morte miracoli e ritaglieranno sartorialmente su misura per te il lancio e tutto quanto poiché per loro sei trasparente e a momenti ne sanno più loro di te di quanto non ne sappia tu stesso e con molta gioia ti mette una mano sulla spalla e intensamente di dice “E quando passi da Milano, mi raccomando, passa a trovarci” al che tu con voce pacifica e mite e anche lievemente sfibrata rispondi “Ma io abito a Milano”, quella volta come molte altre volte io mi sono piegato in due dal ridere e tu non sai quante volte mi è capitato ciò – di divertirmi come un matto grazie a te, vedendo il nostro mondo e il nostro ambiente per tramite tuo , volontario e involontario tramite.

Quella volta che siamo finiti addirittura alla Sorbona!

Quella volta che mi hai lasciato intuire che in canna hai qualcosa di impensato, tante volte è stato così, ma adesso io mi aspetto qualcosa che mi pieghi in due e non solo in senso metafisico eccetera, ma proprio anche dal ridere, se posso esprimermi così con questa bislacca fantasia.

Quella volta che ti ho fatto ascoltare una canzone di Abida Parveen (“Le chala jaan meri”) e tu mi hai detto che, a te, la musica ti spezza (lo avevo letto, lo avevi scritto, ma lì si era in presenza).

Quelle volte che ci spariamo dei branzini o delle cotiche o delle bestialità varie a tavola, quelle volte che nel tuo abbaino stiamo a parlare con Milano alla finestra, quelle volte che titubanti stiamo così con timidezza insieme come se non ci conoscessimo affatto e insomma quella volta che ci siamo incontrati per la prima volta, che sia quella che ricordo oppure un’altra volta, è una di quelle volte che la vita sa essere generosa e magica lasciando baluginare un senso.

Ma il fatto è che tutte queste volte sembrano essere una sola unica volta, e o me lo spieghi tu cosa questo significa o semplicemente l’ho detto senza sapere cosa stavo dicendo.

Auguri caro Antonio.








pubblicato da ilprimoamore nella rubrica dal vivo il 30 ottobre 2017