Ma che razza di libro è “Black Jack”? E chi lo ha scritto veramente?

Guido Cupani



Se mi dovessero chiedere che genere di libro è Black Jack, potrei rispondere che è un giallo, dopo tutto ci sono dei morti ammazzati e c’è un investigatore che si arrabatta per venire a capo della faccenda, anche se poi ti ritrovi a leggere avidamente una pagina dietro l’altra non tanto per trovare le solite risposte (chi ha ucciso chi e perché) ma perché la storia ti prende a cazzotti nello stomaco, ce la mette tutta per intenerirti e farti incazzare allo stesso tempo, e finisce per farti sentire sconosciuto a te stesso, tutte cose parecchio strane, insomma, che non dovrebbero capitare in un giallo, ed è a questo punto che cominci a pensare che la struttura della storia sia solo un trucco, che il classico meccanismo aspettativa-risoluzione è fatto solo per saltare in aria e trafiggere te che stai leggendo, trafiggerti non con una trama ma con un’intera visione del mondo, e non puoi fare a meno di dirti che sì, la letteratura è ancora capace di stupirti, e che no, alla fine di questo noir in cui ne succedono di tutti i colori non ti sarà permesso di ritornare sano e salvo alla vita cosiddetta reale, quindi, per tirare le somme, potrei dire che si tratta di un romanzo distopico, ma non certo distopico alla 1984 e compagnia bella – nonostante l’autore sia del 1984 mica è un nuovo Orwell, la sua vertigine non è mica la Vertigo di Hitchcock, è chiaro – distopico perché ambientato in un futuro mezz’ora più avanti del nostro presente in cui la tecnologia ha stravolto le esistenze di tutti, anche degli investigatori, e in cui vengono passati in rassegna tutti i camuffamenti che caratterizzano il nostro vivere sociale, fino a mettere in discussione la narrazione stessa (un camuffamento anch’essa), ed è dunque interessante che i personaggi femminili abbiano tutti ruoli chiave, benché si possa dire con certezza che non è un romanzo a chiave, piuttosto un libello comico, satirico, che si fa beffe delle convenzioni sociali e del conformismo imperante, che spinge a un riso amaro – chi vuole farsi due risate spensierate ha sbagliato libro – un’opera filosofica, simbolica, in cui tutti i particolari sono legati e collegati tra di loro e ogni minimo dettaglio ha la stessa importanza di un massimo sistema; e insomma, ormai l’avrete capito, se mi dovessero chiedere che razza di libro è Black Jack, non saprei cosa diavolo rispondere.

Peter Water, Black Jack, Mincione editore, pagg. 200, € 13,00.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 31 ottobre 2017