Un decennio di fuoco: lettere a Moresco

Jonny Costantino



Oggi Antonio Moresco compie 70 anni e questo è il mio pensiero.

Bologna, 30 ottobre 2017

Caro Antonio,

sono mesi e mesi che la puntina del mio pensiero s’incanta su una parola e la colpa è tua. Non si tratta di un parolone né di una parolaccia. Si tratta di una parola discreta, un tantino buffa, di quelle cui si riservano compiti umili, di coloritura. Sorbona, 20 ottobre 2015. C’è buona parte della tua gang, una gang tra le più bislacche e composite. Siamo qui per celebrarti in forma di convegno. Ognuno fa la sua parte. Per due giorni ti vedo incassare elogi come fossero cazzotti. Per due giorni ti vedo rimpicciolirti come in quel romanzo di Richard Matheson che ci piace tanto, Tre millimetri al giorno, con la differenza che tu ti riduci di tre millimetri al minuto. Più le sviolinate sono altisonanti, più ti restringi, compostamente seduto tra gli uditori, più simile a un’attempata matricola intronata che al maestro intronizzato. Cervantes e Melville, Dante e Pasolini, Goya e Van Gogh: i paragoni si sprecano, ma nessuno sente di spararla grossa, cuori e menti viaggiano all’unisono, ti magnifichiamo perché ti troviamo magnifico, punto e basta. Siamo alla fine del secondo giorno, i lavori volgono al termine e – dulcis in fundo – arriva il tuo momento. Con mia sorpresa ci sei ancora, non sei sparito, non ti sei nebulizzato. Il peso forma è quello solito. Camicia di lana su dolcevita di lana. Ti scastri dal tuo posto con l’aria di chi è stato appena abusato senza lubrificante. Lesto, un pelo incriccato, copri la distanza tra la seggiola che hai scaldato per ore e il microfono gelato pronto per elettrificare le cose splendide che dirai, quelle che i tuoi lettori potranno a breve gustarsi nero su bianco, negli atti del convegno. A folgorarmi è il tuo esordio. Te lo ricordi? Esordisci definendoti. A bruciapelo, come se nulla fosse, dopo quel Nilo di epiteti mirabili che ti abbiamo vomitato addosso, hai l’ardire di darti tu stesso una definizione. Ebbene, la parola salsa con cui ti servi a tuoi estimatori ed esegeti è – udite udite – intontito. È questa la parola ragno che s’è insediata nel buco della mia testa: intontito. Nell’arco di 48 ore, fior di scrittori e pensatori – riuniti per glorificarti in uno dei massimi templi della cultura con la c maiuscola – hanno profuso le loro migliori energie critiche per uno che sul più bello sale in cattedra e dice: Amici, io sono un intontito. Che coup de théâtre, Antonio, e soprattutto che illuminante lezione di umanità applicata all’arte!

Caro Antonio,

è stato dieci anni or sono che ho scoperto la scrittura di quello che era soltanto un nome che mi ronzava nelle orecchie: il tuo. Era il pomeriggio del 7 dicembre 2007, come mi ricorda un taccuino, quando entrai in una libreria che adesso non c’è più e presi in mano un libro. Lessi la prima pagina, fu sufficiente. Pagai e m’incamminai verso un bar che da allora ha cambiato almeno tre gestioni. Ordinai un caffè e tracannai il libro tutto d’un fiato, in uno stato di eccitazione permanente, pervaso da un sentimento, ancora vividissimo, che potrei riassumere così: cazzo! Non mi sembrava vero. In quegli anni inerti, in questo paese di morti, non mi sembrava vero trovarmi in mano un libro così vivo ed esplosivo il cui autore, invece di essere sepolto in qualche cimitero monumentale, viveva e bruciava nella mia lingua a 200 chilometri da me. Il libro di cui sto parlando – il libro della rivelazione – è Lo sbrego. Durante la primavera del 2008, capitai a Milano per una lettura di Domenico Brancale. Fu in quella circostanza che c’incontrammo per la prima volta. Si trattò di un fortuito incrocio di traiettorie, dovuto al comune amico Tobias Eisermann, venuto da Monaco apposta per intervistarti. Il ricordo della tua apparizione è indelebile. Come in un film di Sam Peckinpah, avanzavi in via Brera dentro un giubbino jeans indossato come un poncho, affiancato da Tobias col suo ghigno da vizioso inveterato. Il trio selvaggio che ti veniva incontro era composto da Domenico nel suo periodo Dylan Thomas, giacca nera, camicia bianca, sguardo ingravidante, un po’ emigrante, un po’ fondatore occulto di una nuova mala dei Basilischi, Simone Pellegrini in maglietta verde militare, nettunesco, all’apice del suo fulgore pilifero e pettorale, e infine il sottoscritto, con mosca e favoriti di filiazione schopenhaueriana, fasciato da un rimpianto giubbino jeans comprato a Portobello e perduto ad Amburgo, durante una notte brava con Domenico iniziata alla Taverna Sotiris e terminata non sappiamo più dove. Appena ti ho stretto la mano, mi sono detto: ecco finalmente un bandito all’altezza della leggenda. Ho preso posto accanto a te, alla tua sinistra, nel dehors del leggendario bar Jamaica. L’umore era alto, c’hai messo un secondo a capire che eri tra complici, che non eri caduto in una fottuta imboscata, e ti sei sciolto. In un tavolo vicino al nostro c’era nientemeno che Lina Sotis, l’allora guru del bon ton nazionale. Agitandosi come se avesse le cimici nelle mutande, la fustigatrice delle cattive maniere lanciava severi sguardi di malcelato disgusto verso di noi, turpe accozzaglia delinquenziale, e intanto tu, dall’alto e dal basso del tuo prestigio criminale, c’intrattenevi con una esilarante preview dell’articolo di denuncia che l’indomani sarebbe apparso sul “Corriere della sera”: la denuncia del drammatico stato di degrado in cui versava, per causa nostra, lo storico ritrovo della crema avanguardista milanese. Ci siamo scambiati poche parole, quel giorno. A un certo punto ho detto qualcosa, non ricordo cosa, forse una porcata, che mi è valsa un colpo di coda del tuo occhio destro, rapido ma inequivocabilmente compiacente, ratificante. Proprio quella notte, ironia della sorte, di ritorno a Bologna con Domenico alla guida della Citroën di Simone, in autostrada siamo stati seguiti, accostati e fermati da una volante della polizia. Presi per chi sa chi, siamo stati perquisiti sotto la luce gialla delle torce e quella blu del lampeggiante. Io solo ho avuto il privilegio di essere messo a gambe larghe e mani sul cofano, immagino che anche lo sbirro che mi ha palpeggiato fosse un patito del filosofo di Danzica. Ma la fortuna quella volta ci ha assistiti: non fu controllata l’unica cosa che poteva ficcarci davvero nei pasticci: il livello alcolico di Domenico. Quell’estate avrei sbranato il primo volume dei Canti del caos, il libro con cui sei entrato in pianta stabile nel mio dna: il libro dell’abbacinamento. Nel dicembre 2008 ci siamo rivisti a Bologna, alla libreria Modo Infoshop, dove saremmo diventati di casa, per la presentazione di Rosso epistassi di Ivano Ferrari. Al termine, siamo andati a cena in una trattoria lucana. Un altro bel tavolo: c’erano Ivano a capotavola, l’immancabile Domenico e altre due figure chiave: Giovanni Giovannetti e Vito M. Bonito. Stavolta ti sedevo di fronte, in diagonale, alla tua sinistra. Ricordo il feeling pazzesco tra te e Ivano, vi parlavate senza parlare, e il vostro irresistibile modo di cazzeggiare. Guardandovi pensavo: tutto torna. Eccovi: due compagni di mille avventure, due simpatiche canaglie col naso sporco di cioccolato fondente, due pezzi unici tutti d’un pezzo. Ho scoperto i libri di Ivano prima dei tuoi e m’è bastato Macello per tributare al suo autore la mia venerazione, vita natural durante. Guardandovi pensavo: quest’amicizia è la quadratura del cerchio: il cerchio caosmico. Nel corso della serata, ci siamo detti qualcosa in più della prima volta, ma non più di tanto. Non ho nemmeno provato a trasmetterti quel che i tuoi Canti avevano significato per me, la loro conflagrazione dentro di me, non era luogo né tempo. Né tantomeno avevo fretta. A Bologna ho avuto la conferma che la sintonia avvertita a Milano era concreta. Da allora non ti ho più mollato.

Caro Antonio,

Vladimir Nabokov conclude un’intervista fiume rilasciata a “Playboy" e apparsa nel numero del gennaio 1964, il numero speciale per il decimo anniversario della rivista, affermando: «So più di quanto posso esprimere a parole e, se non sapessi quello che so, non potrei scrivere quello che scrivo». Da acre denigratore di Dostoevskij qual è, il vecchio Vlad mette sul piatto un’idea di letteratura appannaggio di intelligenze con spiccata vocazione enigmistica, una letteratura tutta testa e spina dorsale dove il cuore, quello stupidone del cuore, è bandito con intransigenza. L’ideale letterario che tu propugni è diametralmente opposto: «So molto meno di quello che scrivo e non saprei quello che so se non lo avessi scritto: se non lo avessi conquistato scrivendo». Nonostante le virgolette, non si tratta di una tua citazione letterale, ma nessuno dei tuoi lettori avrebbe difficoltà a ritrovarti in una simile dichiarazione. Anche per me è così: posso dire di sapere intimamente soltanto qualcosa che ho affrontato e incorporato dentro il turbine della scrittura. È così in questo preciso istante. Era così già prima che lo razionalizzassi. Mentre leggevo Lo sbrego, all’epoca scrivevo soprattutto di cinema, ho avuto la sensazione, di rado così netta, che l’autore del libro era dove io tendevo. Il modo in cui parlavi dei libri era il mio modo di vivere i libri, i film, i quadri, la visione: la visione come adorazione. Il modo in cui parlavi della creazione era il mio modo: la creazione come combattimento. La creazione come un combattimento da cui si torna intontiti. Intontiti per forza: per la forza dei colpi inferti e subiti. Come potevano tornare Melville dai mulinelli di Moby Dick e Kafka dai dedali del Castello? Quantomeno intontiti. Intontiti sono gli scrittori che non possono scrivere soltanto con la testa e con la spina dorsale. Intontiti sono gli scrittori che scrivendo sminuzzano i lobi e li frullano insieme ai ventricoli, senza dimenticarsi dei genitali, delle mucose, delle interiora, delle unghie, delle incidentali escrescenze e di tutto il resto. Intontiti sono quegli artisti per cui la conoscenza, tutt’uno con l’espressione, è l’esito di un combattimento condotto con l’arma del linguaggio, un’arma bianca e rossa di sangue venoso e arterioso, un linguaggio che è croce e delizia, forcipe e feto. Intontiti, se lo sono davvero, questi artisti lo restano a vita, a prescindere da quanto il loro deperibile sembiante mondano sia in pendant col guerriero di luce che deve smembrarsi per dare corpo all’opera, a prescindere da quanto costoro siano bravi a gestire socialmente, per istinto situazionale o affabilità naturale, il loro stesso intontimento, magari mettendolo a profitto. Fingiamo, in mezzo agli altri, di essere tornati alla cosiddetta realtà. Ma non è così, non torniamo mai del tutto. La nostra parte migliore rimane a combattere. Noi intontiti non stacchiamo: mentre un occhio guarda fuori, l’altro continua ad avvitarsi dentro il vortice del combattimento. Divago, filosofeggio. Non va bene, non qui.

Caro Antonio,

premesso che gli scrittori che amo sono tutti fuorilegge e tu – ti piaccia o meno – non fai eccezione, riconosco diverse razze. Cèline è un ballerino. Bernanos è uno spadaccino. Melville, fin troppo ovvio, è un baleniere come Genet è un funambolo, Bunker un rapinatore a mano armata, Iceberg Slim un pappa reale. Sade è un cabarettista. Lispector è una domatrice di piovre. Cendrars è un pilota spericolato. Miller, Henry, è un chiavatore sognatore. McCarthy, Cormac, è un chirurgo. Simic è un salsicciaio. Kristof è una guardiana della notte. Cioran è un accordatore e un arrotino, cinquanta e cinquanta. Artaud è un body artist. Beckett è uno stilista e uno stilita. Pizarnik è una fiammiferaia che ha appreso l’arte dalla Dickinson. Bernhard è un trivellatore sinfonico. Malaparte è un pittore. Tu per me sei un pugile. Danzante come Panama Al Brown. Fracassante come Jack Dempsey. Una delle scene che amo di più della nostra Lucina è quella in cui stringi i pugni e scuoti la testa sussurrando no no no: la scena del pugile. Come un pugile ti ha dipinto e disegnato Nicola Samorì: un pugile dell’assoluto. Sei un pugile già da bambino. Sei un pugile in quella foto a quattro anni col tirabaci da teddy boy e una boccuccia a forma di gabbiano stilizzato. La foto dove ti vedi precocemente pazzo e triste. La foto che t’immortala bambino più tragico del mondo. La foto che perfori con uno sguardo che è un mix di preoccupazione, allucinazione, prefigurazione. Che serietà! Più ti guardo, più scorgo un Buster Keaton in miniatura con le nere biglie degli occhi puntate verso l’altrove del regno che sei destinato a creare. Di recente ti ho ritrovato in un autoritratto. Un autoritratto che non sfigura accanto ai nostri amati Rembrandt e Van Gogh. Pierre Bonnard – un pittore che per me è una rivelazione continua e che colloco tra i vertici del Novecento visivo – lo ha realizzato a 64 anni, nel 1931. Il dipinto s’intitola Le Boxeur ed è il ritratto per antonomasia dell’artista da pugile. E che pugile! La faccia è una maschera tumefatta. Gli occhi sono sgranati. La bocca è spalancata. I pugni sono nudi. La guardia è incautamente aperta come chi si stia rimettendo in piedi dopo un tremendo knock-out. Non si capisce bene se questo pugile selvaggiamente percosso, massacrato fino alla demenza, sia irrimediabilmente triste o completamente pazzo o semplicemente suonato. C’è qualcosa di estremamente nobile in lui: un oltranzismo per ⅓ prometeico e per ⅔ chisciottesco. Ogni dettaglio ci dice che, comunque vada, non smetterà di combattere. Sordo come una campana, sa che per lui c’è un solo gong: lo stridulo raschio della Falce sul tappeto. Contro chi sta combattendo? Io credo che combatta contro l’invisibile. Io credo che combatta contro l’invisibile sconosciuto dentro di lui. Io credo che combatta contro un nemico interiore che ha imparato a sondare scrutandolo con l’occhio della propria mortalità. Io credo che combatta contro un nemico i cui pugni sono devastanti e inesauribili. Contro questo nemico non si vince né si perde né tantomeno si va ai punti. Contro questo nemico si pareggia per k.o. Contro questo nemico si combatte come si ama: body and soul. Se dovessi definire questo boxeur sublime con una sola parola, non avrei esitazioni, direi – après Morescòintontitò.

Caro Antonio,

per il tuo compleanno più pornografico, il numero 69, ti avevo regalato Seni di Ramón Gómez de la Serna, il libro che sta alle tette come Morte nel pomeriggio sta ai tori. Si trattava di una copia già voluttuosamente palpata di un’edizione economica da decenni fuori catalogo. Un usato garantito e alquanto salutare: un paio di seni al giorno – magari al risveglio, dopo il caffè, sulla tazza del cesso – sono meglio della proverbiale mela. Per il tuo 70esimo genetliaco ti offro qualcosa di meno regolante: la mia candidatura incondizionata. Mi candido a starti nell’angolo fino all’ultimo istante dell’ultimo match. Quando le tue sopracciglia inizieranno a pisciare sangue, io sarò lì a pulirti gli occhi. Quando un fiore di cartilagine ti sboccerà sulla gobba del naso, io lo staccherò e lo metterò in un vaso. Deciderai tu se mi vuoi allenatore, sparring partner, paradenti, sgabello, tampone sullo zigomo spappolato. Mai e poi mai, te lo prometto, getterò la spugna, perché lo sappiamo tutti e due: è dentro il ring che bisogna crepare. Deciderai tu, di volta in volta, cosa vuoi che io sia. Da qui non mi muovo.

Immagini:

- 1) Moresco in un frame de La lucina (in progress) di Fabio Badolato e il sottoscritto (BaCo Productions).
- 2) Moresco a Parigi, fuori dall’Università La Sorbona, il 20 ottobre 2015, il secondo giorno del “colloque international” «Antonio Moresco. Une écriture visionnaire» (a cura di Laurent Lombard e Davide Luglio), durante un’interruzione dovuta a una prova di evacuazione in caso d’incendio, con tanto di allarme e simulazione di emergenza, autopompa e pompieri – proprio così, nemmeno a farlo apposta: un’evacuazione antincendio nel corso del convegno sull’incendiario scrittore degli Incendiati.
- 3) Moresco a quattro anni.
- 4) Moresco dipinto da Nicola Samorì per il progetto di pressbook de La lucina (il film in progress).
- 5) Le Boxeur (1931) di Pierre Bonnard.
- 6) Moresco disegnato da Nicola Samorì per Fiabe da Antonio Moresco (SEM 2017).








pubblicato da j.costantino nella rubrica scatola il 30 ottobre 2017