Fiabe da Antonio Moresco

Antonio Moresco e Nicola Samorì



In anteprima la prefazione del nuovo libro di Antonio Moresco con i disegni di Nicola Samorì, edito da SEM e in uscita nei prossimi giorni.

Le fiabe sono estremiste.
Le fiabe sono elettive.
Le fiabe sono profetiche.
Le fiabe sono emblematiche. I protagonisti di fiaba non sono personaggi ma emblemi.
Le fiabe sono sapienziali, rimettono in movimento tutto il nostro sostrato mitico e religioso di specie e lo perturbano.
Le fiabe sono elementari e violente, perché non accolgono spiegazioni parziali e di superficie dell’incombente presenza del male nel mondo.
Le fiabe possono essere contraddittorie. Non obbediscono alla pretesa filosofica della ragione separata da tutto il resto e del suo astratto teorema di non-contraddizione, perché anche la filosofia si è inventata la propria fiaba e Spinoza e Plotino si sono conquistati l’onore di stare accanto a Biancaneve e alla Bambina dei fiammiferi.
Le fiabe possono essere smaccatamente consolatorie – perché gli uomini hanno a volte anche bisogno di essere consolati – oppure veritiere e terribili fino alla crudeltà. Le fiabe sono state inventate da bambini che sono poi diventati adulti e da adulti che sono diventati bambini, da adulti che per diventare tali hanno ucciso dentro di sé il bambino che erano e che perciò hanno bisogno di vendicarsi sui bambini, e da bambini morti che risorgono dentro gli adulti che li avevano uccisi.
Nelle fiabe c’è il sadismo e il cannibalismo degli adulti verso il bambino che sono stati, ma anche l’irriducibilità del bambino che è dentro l’adulto. Nelle fiabe è presente un aspetto espiativo, perché queste due forze contrapposte e abbracciate combattono all’interno della fiaba, ed è proprio per questo che le fiabe sono passate attraverso le generazioni di bambini morti e di bambini vivi, di adulti morti e di adulti vivi.
Le fiabe sono eversive, tragiche, resurrettive, perché al loro interno confliggono la vita e la morte, che sono strettamente abbracciate nel mondo.

Le fiabe sono ultimative. Ai protagonisti di fiaba non viene data una seconda chance. Se ti comporti male, è per sempre. Se non sei leale, è per sempre. Se non sei coraggioso, è per sempre. Se non sai riconoscere, se non sei all’altezza dell’invenzione della vita, se non sei all’altezza di te stesso e di ciò che di elettivo ti viene chiesto dall’accadere, è per sempre, non ti verrà concessa una seconda chance, perché tanto ti comporteresti nello stesso identico modo. Ma è vero anche il contrario: se ti comporti bene, se sei coraggioso, se sei leale, se sai riconoscere, accogliere, eleggere, amare, è “per sempre”, che è poi il finale di molte fiabe, come “c’era una volta” è l’inizio. Perché in ogni comportamento e in ogni gesto passa tutta l’anima del protagonista di fiaba, passa indiviso ciò che, in altro tipo di narrazioni, viene parcellizzato in mille diversi aspetti contingenti: psicologici, sociologici, fenomenologici, storici, caratteriali... Nella fiaba invece la psicologia è destino, la storia è destino, il carattere è destino. I protagonisti di fiaba fanno un tutt’uno con il loro destino, nella fiaba non c’è cambiamento orizzontale ma si porta alle sue estreme conseguenze un destino, senza alterarlo. Nella fiaba il processo di conoscenza è l’attraversamento del buio e della luce del mondo, nella fiaba c’è la pazienza suprema, il combattimento, il riconoscimento, la caduta o la gloria. C’è una sola chance nella vicenda del personaggio di fiaba perché la fiaba va a toccare e porta alla luce quella cosa che un tempo veniva chiamata «anima» e che indicava qualcosa di più indivisibile, di più profondo e allagato. Perché il protagonista di fiaba la sua chance l’ha avuta e le sua anima ha potuto – nel bene come nel male – fare un tutt’uno con essa, svelarla, incarnarla e portarla nel mondo. Siamo proprio sicuri che questo tipo di sguardo, che viene giudicato primitivo, infantile, sia alla fine meno veritiero e profondo di quello che registra i cambiamenti di superficie e la loro risacca psicologica, sociologica, storica, che sia meno penetrante, meno adatto a cogliere la «realtà»?
Le fiabe sono verticali. Nella fiaba non è possibile la variazione, ma è possibile qualcosa di molto più radicale: la metamorfosi. Regine che si trasformano in streghe, ranocchi che si trasformano in principi, fanciulle catatoniche e come morte che ritornano in vita, o che si innamorano di un uomo che ha le sembianze di una belva, ragazze angariate che diventano principesse, regine malvagie cui vengono fatte calzare scarpe di ferro arroventate, zucche che diventano carrozze, una teiera rotta che diventa un vivaio, bambini malati che diventano angeli... Perché nelle fiabe non ci sono solo lo specchio del mondo e la sua speculare realtà, perché nelle fiabe lo specchio si rompe, le apparenze possono sempre nascondere qualcos’altro che un incantesimo, un gesto di lealtà, di coraggio, d’amore, addirittura un semplice bacio possono liberare e svelare.
Le fiabe sono esordiche. Nella fiaba l’impossibile può fare irruzione dentro il possibile e dentro la vita e aprire o riaprire drammaticamente il mondo. Scrive Cristina Campo: «La caparbia, inesausta lezione delle fiabe è la vittoria sulla legge della necessità, il passaggio costante a un nuovo ordine di rapporti e assolutamente nient’altro, perché assolutamente nient’altro c’è da imparare su questa terra».

Di molte delle più grandi fiabe non conosciamo gli autori ma solo il nome di coloro che le hanno raccolte e riscritte, da Perrault a La Fontaine ai fratelli Grimm o, per restare all’Italia, da quel grande e debordante raccoglitore-inventore di Basile fino a Calvino. Non conosciamo i nomi dei poeti e dei pensatori a cui dobbiamo alcune delle fiabe più assolute che hanno attraversato lo spazio e il tempo, così come non conosciamo il nome di chi ha messo al mondo alcuni poemi antichi o i racconti mitici e biblici, come non conosciamo i nomi dell’autore dell’Epopea di Gilgamesh o del Libro di Giobbe.
Non conosciamo il nome di chi ha acceso la prima scintilla di fiaba, non sappiamo da quali corpi precisi, nati da un incontro preciso tra spermatozoi e ovuli in silenziosa, oscura e disperata lotta per trasmettere il proprio DNA, siano nate certe tridimensionali visioni. Da quale vita, da quale accensione improvvisa della mente e del cuore, da quale cervello, da quale esperienza e da quale dolore, da quale irruzione aliena sarà nata una simile lacerante semplicità e profondità? Chi sarà, ad esempio, il grande poeta che si è inventato la fiaba suprema di Biancaneve, oppure di Rosaspina, di Hänsel e Grethel, dei Vestiti nuovi dell’imperatore, che sembra uscita dalla mente di Cervantes o di Calderón?
Da questa ignoranza, da questo oscuro, indistinto e invisibile esordio discende il fatto che le fiabe possono essere riprese e fatte culminare da altri.
Ci sono naturalmente delle eccezioni, come ad esempio Esopo. Ma è solo in epoca moderna che si cominciano a conoscere sistematicamente il nome e il volto degli inventori che hanno messo al mondo universali emblemi di fiaba come Pinocchio, Alice, Peter Pan, Il Piccolo Principe, Harry Potter... E poi c’è Andersen, l’uomo-bambino, l’uomo vivo dentro il bambino morto e l’uomo morto dentro il bambino vivo, con il suo doloroso, emotivo e animistico spazio tellurico a vista.

Nel momento di mettere mano a questo libro avevo di fronte a me due strade e due diversi modi di pormi di fronte alle fiabe: o individuarne alcune e assemblarle come un compilatore passivo, oppure invaderle e farle diventare una cosa sola con me. Ho scelto questa seconda strada. Così mi sono preso tutte le libertà, mi sono permesso di tutto, perché questa non è una raccolta pacificata di fiabe, non è l’ennesimo compendio delle fiabe più note e più belle, non è un’antologia o un florilegio ma qualcosa di più elettivo e più urgente. E allora sono entrato con tutto me stesso dentro le fiabe, le ho attraversate, le ho violate, le ho slogate, le ho rivoltate, le ho sbudellate, le ho combattute, le ho amate. Le ho interrotte prima del tempo, le ho cominciate a modo mio, ho tolto alcuni finali posticci appiccicati dal primo autore o sovrapposti da altri per annacquare le verità brucianti portate alla luce. Mi sono permesso di riscrivere, di correggere, di cambiare o inserire titoli, di irrompere nelle singole frasi e addirittura, in qualche caso, di continuare io stesso le fiabe oltre la loro fine e di portarle a un culmine che mi pareva avessero dentro di sé. E mi sono permesso persino di inserire mie narrazioni in veste di fiaba.

In questo libro ci sono solo poche delle molte fiabe che amo. Di queste, alcune sono famose, altre meno, ma sono a mio parere altrettanto belle e profonde. Molte di più – e di formidabili – avrebbero potuto essercene, ma a raccoglierle tutte questo libro avrebbe perso la sua agilità, sarebbe diventato uno spazio bonificato dove ogni cosa è là dove ci si aspetta che sia. Così mi sono limitato a raccogliere quelle fiabe e quelle narrazioni che al momento mi si sono offerte come le più vicine alla mia mente e al mio cuore. Ho anche cercato di allargare il campo della fiaba oltre il cosiddetto «genere». Ho sconfinato, perché bisogna sfondare il piccolo recinto e la prigione del «genere» in cui è stata rinchiusa la fiaba con la sua verità e potenza. Così ho inserito tra i testi più riconoscibili e codificati come fiabe anche – tra le tante che avrebbero potuto trovarvi posto – alcune narrazioni che esulano dal genere, scritte da qualche ignoto autore biblico o da scrittori e poeti come Kafka, Dino Campana, Rimbaud in una Illuminazione che è stata anche tradotta in dialetto friulano dal giovane Pasolini. Perché la grande letteratura ha a che vedere con la fiaba e con la sua estrema e verticale visione del mondo, e anche molti dei capolavori letterari che abitualmente non si associano al “genere” della fiaba sono – anche – delle straordinarie ed emblematiche fiabe: le narrazioni bibliche, l’Iliade, l’Odissea, La divina commedia, la filosofia, con i suoi miti mentali, da quello della caverna di Platone a quelli di Nietzsche, i drammi e le commedie di Shakespeare, Gargantua e Pantagruel, Don Chisciotte, che distruggendo la fiaba diventa fiaba, La vita è sogno, I viaggi di Gulliver, Candido, Il principe Genji, Il sogno della camera rossa, Juliette e Justine di De Sade, Moby Dick, Guerra e pace, Cime tempestose, Il rosso e il nero, I miserabili, Le illusioni perdute, I promessi sposi... le fiabe in pensiero di Goethe, Kleist, E.T.A. Hoffmann, Gogol, Dostoevskij, Dickens, Cechov, Kafka, Proust... Le relazioni pericolose, La lettera scarlatta, Madame Bovary, Germinal, Il richiamo della foresta, Il grande Meaulnes, La montagna magica, Viaggio al termine della notte, Il Maestro e Margherita, Il signore degli anelli, Il grande Gatsby, Furore, Addio alle armi, Luce d’agosto, Lo straniero, Grande sertão, Lolita, Cent’anni di solitudine, Il giovane Holden, Sulla strada... fino – per arrivare ai nostri giorni – ai romanzi e racconti di David Foster Wallace, di Bolaño, di Stephen King, di Cormac McCarthy, di Murakami, di Mo Yan e di molti altri.

Ho pensato di raggruppare le fiabe presenti in questo libro secondo campi di forza che ho anche indicato con dei titoli, perché non mi andava di ficcarcele dentro una dopo l’altra come si insacca una salsiccia. Non perché ciascuna fiaba non contenga delle verità a tutto campo, non per limitare la sua irradiazione ma, al contrario, per evidenziarne e valorizzarne ancora di più la portata.

Questo libro è per me anche un’occasione di incontro sul campo con Nicola Samorì, che ho conosciuto personalmente da poco ma il cui lavoro seguo da tempo. Oggi possiamo finalmente unire le nostre forze e incontrarci nel regno rischioso, libero e prefigurativo della fiaba.

Fiabe da Antonio Moresco, con i disegni di Nicola Samorì, SEM (Società Editrice Milanese) 2017.








pubblicato da j.costantino nella rubrica libri il 23 ottobre 2017