Come diventare mostri. Su «Leggenda privata» di Michele Mari

Tiziano Scarpa



Invitato da Bruna Graziani, l’ideatrice della bellissima rassegna CartaCarbone di Treviso dedicata alle scritture autobiografiche, il 12 ottobre scorso ho fatto qualche domanda a Michele Mari, in particolare sul suo ultimo splendido libro, Leggenda privata (Einaudi, 2017). Ho una enorme ammirazione per lui, e così, per calmare l’ansia da prestazione che mi procurava questo incontro, ho fatto una cosa che non faccio quasi mai: mi sono preparato le domande in maniera dettagliata, scrivendole parola per parola. Le ho fatte precedere da una introduzione piuttosto lunga – altra cosa che non faccio di solito, perché preferisco cedere subito la parola al protagonista, cioè lo scrittore o la scrittrice che debbo intervistare. Riporto qui l’introduzione insieme a qualcuna delle domande. Non ho potuto farle tutte, perché nel corso della conversazione ne sono venute fuori altre di improvvisate e molto più sintetiche.

[L’immagine qui sopra è un frame dal video Seduti nell’oscurità è tutto più chiaro, di Lucia Veronesi, 2017]


Introduzione

Chi abbia una qualche familiarità con i libri di Michele Mari conosce il dialogo, anzi, lo scambio di posto che si fanno realtà domestica e angoscia metafisica. La stiva e l’abisso, si intitolava uno dei suoi primi libri (Bompiani, 1992; Einaudi, 2002): bene, usando una dicitura simile, si potrebbe intitolare una parte rilevante della sua scrittura – non certo tutta, data la vastità e la ricchezza dei suoi libri, ma una parte rilevante sì – La casa e l’inferno. Oppure, per sintetizzarla in una parola sola sfruttando il calco di “oltretomba”: l’oltrecasa. E nominarla con un unico termine mi sembra più appropriato, perché le due cose, nei libri di Mari, si compenetrano, sono indistricabili.

La casa, con le sue fragili pareti, le sue cubature razionali, è la difesa dal caos delle angosce, che si insinuano, strisciano, permeano, intridono, minacciano: sempre lì lì per, sul punto di, pronte a. Da un momento all’altro potrebbero imperversare, gozzovigliare, torturare e trucidare, sguaiatamente sguaiate: sì, ora che ci penso la loro minaccia è quella di attuarsi in un verbo che per il momento non esiste: finché facciamo i bravi, nella nostra lingua si accontentano di restarsene accucciati in un avverbio, in un aggettivo participiale: sguaiatamentesguaiati… Ma una di queste notti, angosce e mostri potrebbero mettersi a sguaiare!

Lo scrittore Michele Mari è il succubo di un incubo, è ricattato da demoni e figuri vessatori che sono i suoi committenti esosi, gli impongono di scrivere, lo frustano come all’inizio del romanzo Roderick Duddle (Einaudi, 2014), gli prospettano i peggiori supplizi come in Fantasmagonia, (Einaudi, 2012) e pretendono un romanzo da lui come in Leggenda privata.

Ora, avremo modo di descrivere Leggenda privata nel corso di questo incontro: i cosiddetti contenuti verranno fuori da sé. Per ora, giusto perché chi è qui presente e non lo ha letto abbia un minimo di informazione iniziale, in due parole, davvero due, e molto povere, dico che si tratta di una rievocazione dell’infanzia di Michele Mari, della sua famiglia, padre e madre, che sono, per chi non lo sa, uno dei più importanti designer e artisti della progettazione viventi, cioè Enzo Mari, e Gabriella Ferrario, in arte Iela Mari, «autrice dei più bei libri per bambini che siano mai stati creati in Italia», come Mari fa dire al suo alter ego in Roderick Duddle; e la sorella Agostina, o Ago, o Agosto, i nonni, una prodigiosa barista con gli zoccoli che resta scolpita nella mente del protagonista e di chi legge; e ci sono anche amichevoli partecipazioni, anzi, perplesse partecipazioni di personaggi conosciuti, come Dino Buzzati, un minuscolo cameo di Eugenio Montale, e altre figure che i lettori di Mari hanno già incontrato in giro nei suoi libri, come il bidello della scuola nominato di recente in Sogni (Humboldt Books, 2017), o Felice, il contadino lavorante nella casa di campagna a Nasca del «romanzo veridico» Verderame (Einaudi, 2007): magari appena menzionate, qui in Leggenda privata, ma quel tanto che basta a evocare le altre storie, gli altri libri di Mari, il suo mondo, la sua casa.

E in effetti, davvero chi conosce i suoi libri ormai può immaginare una topografia, una “casa Michele Mari” fatta di vari modi di difendersi dall’angoscia, o meglio, di coabitare con l’angoscia, con le sue stanze specializzate in angosce altrettanto speciali (al punto da chiedersi se non ne siano, ciascuna stanza, l’incubatoio): la biblioteca, prima di tutto, e poi la cantina, la botola sulla sommità delle scale in soffitta, la sala del camino, i letti vuoti accanto a quello dove si dorme, che sembrano messi lì apposta per lasciare una cuccia libera al terrore… Alcune di queste stanze sono fotografate di recente nel libro Asterusher (Corraini, 2015): il titolo allude alla dimora di Asterione – il Minotauro del racconto di Borges – cioè il labirinto; e naturalmente alla casa del celeberrimo racconto di Edgar Allan Poe.

Prima domanda

Ma ora, come prima domanda vorrei fare, se non un salto mortale, una capriola, e chiedere a Mari: i tuoi mostri, che si chiamano (con le maiuscole) Quello Che Gorgoglia, Quello che Biascica, Quello con l’Enfisema, il Mucogeno, i Ciechi, la Sagoma, la Vecchia, mostri che ti ricattano esigendo che tu scriva un libro domestico, un libro famigliare… ecco la capriola: questi mostri, che sembrerebbero figure interiori, mentre non lo sono affatto, dato che stanno fuori di te, visto che abitano le stanze… questi mostri, [indico il pubblico in sala] sono loro? Sono le persone qui presenti ad ascoltarti? È il pubblico? Sono i lettori e le lettrici? Ti spiego perché te lo chiedo. Tu sei uno degli scrittori, in Italia ed Europa, fra i più necessari. Scrivi per necessità di arte, di letteratura, di conoscenza, di slancio verso la dicitura profondamente soddisfacente, saporita, goduriosa, abbagliante, inquietante, spaventosa; insomma, sei una specie di alieno della nostra letteratura: basta leggere mezza pagina tua per capire che non te ne importa nulla di fare il piacione con i lettori e le lettrici, e questo tra l’altro ottiene l’effetto di piacere moltissimo. Allora, ecco perché ti chiedo se questi tuoi mostri sono i lettori. Perché alla fine di alcuni episodi scabrosi che racconti in Leggenda privata, sulla tua infanzia, sulla tua famiglia, nel libro ottieni l’approvazione dei mostri, che intervengono sulla pagina dichiarando il loro apprezzamento; bene: ma questa approvazione coincide perfettamente con il godimento che ha provato chi ha appena letto quella pagina. Cioè i gusti dei mostri coincidono con i nostri! Quel che vogliono i mostri da te sono le stesse cose che vogliamo anche noi come lettori e lettrici! E dunque: che cosa sono questi qui presenti, i lettori e lettrici raccolti in questa sala, per te? Sono loro, i mostri? Siamo noi? Sono anch’io, Quello che Gorgoglia, Quello che Biascica, Quello con l’Enfisema, il bavoso Mucogeno?

Seconda domanda

Ora vorrei andare dritto al sodo. Tuo padre. Questo libro si potrebbe definire anche una vendetta verso il padre. Un «regolamento di conti», come onestamente tu stesso lasci pensare, riferendo il giudizio che tuo padre diede dopo aver letto uno dei tuoi libri, Tu, sanguinosa infanzia (Mondadori 1997; Einaudi 2009), quando ti rimproverò di avere avuto una memoria troppo «selettiva», cioè faziosa e ingenerosa verso di lui e la vostra storia famigliare. Leggenda privata è l’uccisione del drago quando ormai è ridotto a debole rettile di dimensioni molto meno spaventevoli, come una piccola lucertola: all’inizio del libro dici che ti sembra quasi impossibile che nel frattempo tuo padre sia venuto meno a sé stesso, ora che è fiaccato dall’età: «adesso che egli è indebolito dalla vecchiaia e dalla malattia io letteralmente non lo riconosco più: proprio nell’insorgere di un’inedita pietas sentendo anzi di abiurarlo e di offenderlo». Non sarei sincero se non ti dicessi che ho avuto un’impressione ambivalente, o trivalente, leggendo il tuo libro:

1. profonda insurrezione morale contro l’atteggiamento di tuo padre verso di te bambino e adolescente, per esempio quando ti dice, quasi ponendosi come una divinità onnisciente: «Sappi che tutto quello che vivi io l’ho già vissuto quando avevo la tua età, per cui non c’è nulla nella tua mente che non mi sia noto» (è una frase di Tu, sanguinosa infanzia che citi qui in Leggenda privata);

2. profondo godimento losco nello sbirciare come un guardone gli episodi che racconti;

3. profondo spiazzamento etico per il modo in cui lo raffiguri, così impietosamente.

Tra l’altro, nella vita io ho avuto modo di incrociare tuo padre Enzo alcune volte, presentando due suoi libri, Progetto e passione (Bollati Boringhieri, 2001) e 25 modi per piantare un chiodo (Mondadori, 2011).

Ora, tu hai – hai avuto da piccolo – un padre letterariamente invidiabile, perché appartiene a una specie di ancien régime dei padri: non intendo dire dispotico, ma sicuramente autoritario, in una maniera tutta sua: una maniera che però permette di corroborare la propria identità di figlio, rafforzandola per differenziazione e per contrasto rispetto a lui. Ma adesso qui non posso certo riassumere episodi e impostazione pedagogica, vi rovinerei la lettura del libro, che è spassosa, scabrosa, imbarazzante, parla di concepimenti in seguito a raptus sessuali, di raffiche di sculaccioni che non smettono finché chi li somministra non ha il polso indolenzito, di doppie circoncisioni, di fratellini omonimi fantasticati e forse abortiti, di scarpe femminili letteralmente piene di sangue per conseguenze involontarie di violenze domestiche volontarie… e costringe il lettore a perpetrare al tuo fianco una profanazione, compartecipando alla destituzione del vecchio padre ormai infiacchito. In un certo senso, qui il Mostro che Gorgoglia nei confronti di tuo padre sei stato tu, e hai trasformato in mostri anche noi.

Terza domanda

A me in qualche maniera la tua posizione enunciativa, diciamo così, ha ricordato quella della stirpe del capostipite di Un dio e i suoi doni, uno stupendo romanzo del secolo scorso, di Ivy Compton-Burnett: lì si trattava di un capofamiglia patriarcale che, sia chiaro, non ha niente a che fare con i comportamenti di tuo padre, perché il protagonista di Ivy Compton-Burnett non si fa scrupoli a sedurre nuore e morose dei nipoti, e insomma non smette mai di incombere concretamente, di rinnovare ricorsivamente la sua attività di padre, di paternatore, cioè di concepire e generare a oltranza, saltando le generazioni, zompandogli letteralmente addosso, cioè continuando a figliare accoppiandosi con figlie e nipoti delle generazioni successive alla sua. E allora perché lo cito, se non c’entra niente con il padre di Leggenda privata? Per quest’unica analogia: chi lo incolpa (nel romanzo di Ivy Compton-Burnett lo si incolpa per l’appunto di essere stato incestuoso e sessualmente incontinente) e lo odia per questo, può farlo grazie al fatto che lui lo ha messo al mondo. Cioè alla radice della possibilità dei figli e dei nipoti di formulare un’accusa, e in definitiva di parlare, c’è il fatto che il padre ha dato ai suoi figli le condizioni stesse di accusarlo, di parlare di lui: lo si accusa di avere fatto ciò che ha fatto, cioè di avere creato delle sorgenti di accusa (vale a dire i figli e i nipoti incestuosi o adulterini): ma il punto è che chi lo accusa sono queste sorgenti stesse, che è stato il padre a far zampillare. Sono questi i doni – avvelenatissimi – a cui allude il titolo del romanzo di Compton-Burnett. La denuncia, la protesta, la rivolta contro il padre in cui si racchiude e si coagula l’identità dei figli, e alla quale sono avvinghiati quasi fanaticamente, perché si riconoscono interamente in essa, è fondata dal padre stesso.

In fin dei conti, tuo padre non ha avversato la tua identità, anche se l’ha irrisa. Tu riferisci il momento in cui non ha preso bene la tua decisione, dopo il liceo, di iscriverti a Lettere. Mi sembra di ravvisare queste cose anche nell’episodio del primo libro che gli regalasti da piccolo, se hai voglia di raccontarcelo, che lui non sembrò apprezzare particolarmente, mentre poi, a distanza di anni, lo ripubblicò a sorpresa prendendosi il merito di avere assecondato la tua vocazione di scrittore. Insomma, ho ritrovato questa contraddizione, questo paradosso, questa ferita dentro la parola che soffre il proprio statuto originario, costitutivo: l’unico risarcimento della parola sta nell’accusa al padre, ma l’accusa stessa è resa possibile dal fatto che il padre le ha dato la parola, l’ha fatta parola…

Quarta domanda

Vorrei che ci parlassi di tua madre. Perfino su di lei, ma in maniera più pietosa, si estende un’ombra di mostruosità. Penso alla maniera in cui dici che ti appare nei sogni, con un «orrendo risucchio […], un sibilo antichissimo, lovecraftiano»: però sto citando dal libro Sogni (Humboldt Books, 2017). Ma non c’è dubbio che in Leggenda privata lei è la vittima di tuo padre, sebbene poi nei tuoi confronti abbia un comportamento demolitorio, anche perché invecchiando perde di lucidità mentale. Mi riferisco per esempio a quando, in una cena data come festeggiamento del tuo primo libro, di fronte all’editore, dice di te: «Serio è serio, però a me non fa mica impressione, sa? Perché quand’era piccino picciò gli ho pulito il culo tante volte», e ride sgangheratamente provocando costernazione e gelo fra i commensali. Continua a infantilizzarti anche da adulto… Leggenda privata mi è sembrato il libro di qualcuno che subisca, accetti e patisca questa infantilizzazione, la continui a vivere, ma con l’equipaggiamento difensivo e offensivo dell’adulto. Come se il bambino potesse finalmente esprimersi alla pari con i colossi, i mostri, le angosce vessatrici, e gli fossero date finalmente le armi retoriche adeguate, i pugnali lessicali, le tagliole e le mine sintattiche, i bombardieri stilistici… Cito dall’introduzione a I demoni e la pasta sfoglia, di cui è uscita da poco la terza edizione (il Saggiatore, 2017): «nessuna interpretazione mi pare fuorviante come quella che ne riconduce l’opera [degli scrittori] a un intento salvifico, quasi la scrittura sia solo un surrogato della pratica psicoanalitica. Al contrario, è proprio scrivendo che essi finiscono di consegnarsi inermi agli artigli dei demoni che li signoreggiano, finché, posseduti, essi diventano quegli stessi demoni. Così, nelle loro pagine, quelle visioni, quegli stravolgimenti, quell’eccitazione verbale, quegli avvitamenti retorici, quelle torsioni espressive (insomma quell’altissima maniera) non sono offe stilistiche gettate nelle fauci del mostro, ma lo stile stesso del mostro».








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 22 ottobre 2017