Alle elezioni del tempo presente manca il futuro

Armando Barone



Ci sono voti “pro” e voti “contro”: siamo in un’epoca in cui i voti sono “contro”, emotivi e istintivi, proprio quando servirebbe il ritorno della politica ragionata, pensosa, immaginata. L’assetto politico attuale sta per essere travolto: il nuovismo di Renzi, l’ignoto di Grillo, il giovanilismo un po’ stantio di Cattaneo sono tutti fattori di cambiamento. Poi c’è anche lo spettro degli epigoni di Monti. E senza una nuova e più giusta legge elettorale, rischia di essere tutto inutile. Eppure sotto traccia c’è chi lavora per preparare davvero la svolta.

Ci sono i voti “pro” e i voti “contro”. I primi sono solitamente propositivi, ragionati e discussi sulla base dei contenuti, per il progresso e magari anche per il bene di tutti. I secondi sono voti per reazione contro qualcosa, contro qualcuno o contro tutti, spesso elaborati a partire da un corto circuito emozionale: reagisco emotivamente a qualcosa, quindi in quel momento le mie priorità sono ribaltate e rimescolate a favore del mio stato d’animo: vedo poco quel che mi circonda, molto la questione che adesso mi sta più a cuore.
Per quel che ne sembra ora, alle primarie del Pd e alle prossime elezioni voteremo di nuovo “contro”, in preda a ondate emotive collettive: pro o contro Renzi, pro o contro Grillo, Monti, Berlusconi o Cattaneo. Non che sia del tutto un male, chiaro: è un fenomeno di cui, semplicemente, è meglio essere consapevoli.
E non sarà nemmeno una novità. Negli ultimi vent’anni, il ventennio affarista che prende le mosse da Tangentopoli e ci proietta dentro la mamma di tutte le crisi (da finanziaria a economica e politica, a sociale), in questo Paese si è votato per reazione, e più precisamente per una reazione “contro”: contro la sinistra, contro Berlusconi, contro la politica tutta.
In mancanza di reali alternative alla destra sesso-soldi-successo di Berlusconi, in assenza di una sinistra smarrita e incapace di rifondarsi, in balia di un centro bizzoso e tradizionalmente autoreplicante, siamo rimasti imprigionati nel ruolo di spettatore-utente, piuttosto che in quello di cittadino-elettore. E il voto ‘pro’, il voto di proposta, più ragionato e riflessivo, è scomparso in favore della bile elettorale, del tifo da stadio in Parlamento o sul divano a contare le percentuali.
Per inciso, fu un’onda emotiva (una reazione “contro” i partiti) a spingere l’elettorato nel 1994, dopo Tangentopoli, a votare un non-partito come Forza Italia, la cui non-proposta era niente meno quella di evitare all’Italia la pericolosa invasione bolscevica di Romano Prodi (tanto incredibile pare adesso, tanto lo era allora: eccola, la portata del fenomeno). Ed è stata un’onda di commosso sollievo quella che ha accolto con un applauso questo governo tecnico, con il loden vecchia Milano di Monti, l’economia dell’emergenza e le lacrime della Fornero. Una reazione “pro” (perché di voto non si può parlare) “contro” il capitolo berlusconiano.
Ora che per contrappasso anche il governo Monti sperimenta, sull’onda dell’insopportabile pressione fiscale e della tensione sociale spesso acuita dalle irritanti esternazioni della stessa Fornero, una reazione “contro”, ora che la partecipazione alla vita democratica è una forbice allargata tra l’astensione apolitica e la militanza soldatesca con sempre meno gradi di mezzo, le reazioni emotive sembrano le uniche forze sul campo. Coprono con i loro semplici ‘no-Day’ (Vaffanculo Day, no- Berlusconi Day, no-Monti Day) i ragionamenti che pure si fanno e si continuano a fare (alla Casa della Cultura di Milano, per citare l’esempio che conosco meglio, ma anche nelle università, nelle associazioni e nel mondo del no-profit).
In più, a muovere l’onda – questo sì, un fatto nuovo – c’è anche una confusa ma forte spinta per la moralizzazione della politica, connessa almeno idealmente con un ritorno alla difesa della legalità, che mette fuori gioco anche quei partiti, come la Lega e l’Idv, che sulle reazioni “contro” hanno costruito la loro identità politica.

Si scende su un campo di macerie. Le due elezioni del 2013, gennaio e aprile, Amministrative e Politiche, si abbatteranno come una grande tempesta sulle macerie di quello che è ora il sistema politico-istituzionale italiano. Un uno-due rapido e letale, che si prefigura come il secondo atto di quella lenta ma potente rivoluzione che è cominciata l’anno scorso a Milano, con l’elezione di Pisapia a Milano (e forse anche con l’elezione di De Magistris a Napoli): l’indipendente outsider, onesto e credibile, che agisce all’interno dei partiti e, prima fendendo nella sua corsa il proprio schieramento e poi ricompattandolo dietro di sé, vince. Infine, a differenza delle assemblee che l’hanno preceduto, governa.
Ed è questa la novità: piaccia o non piaccia, Milano e Napoli sono governate.
Sono state prese decisioni. C’è stato un progredire sensibile della politica in una direzione, e tanto basta a far dire che si tratti di buona amministrazione: non ci eravamo abituati. E c’è da aspettarsi che qualcosa accada anche nel Lazio, dove Zingaretti ha ottime possibilità di vincere le elezioni e andare a governare bene.
L’unica reale sorpresa – per chi non ha mai ascoltato o voluto ascoltare Elio Veltri, che lo disse nel 2006 – è piuttosto l’ombra del Di Pietro cialtrone dietro l’immagine del Di Pietro paladino, per cui rischia di scomparire, o di per lo meno di vedersi ridimensionato, un potenziale vincitore di questo voto “contro”.

La moda salvifica delle primarie. Lo strumento delle primarie, consacrato a sinistra nella passata stagione “arancione” e ormai propagatosi per contagio anche a destra, diventa a un tempo una risorsa ‘salvifica’ per l’elettore spaesato e insieme un’arma legittima di scontro per risolvere scontri interni alle coalizioni o a un partito.
Con il doppio corollario che Renzi e Bersani si giocano il futuro di un PD sempre meno contenitore polivalente e che quindi la base PD, o meglio la base della coalizione, per la prima volta è costretta da un voto “pro” a scegliere chi o cosa essere, chi o cosa diventare.
A destra, invece, l’area berlusconiana da sacro impero si divide in vassallati, con scenari da Games of Thrones: i legittimi berluscones in una nuova formazione con nome mediaset (Grande Italia, pare), gli amici-nemici formigoniani da sempre pronti al governo, infine I ribelli formattatori.
Renzi vince (anche se forse non stravince). Renzi non è il nuovo, ma il nuovista: non ci convince per quello che dice, ma per quello che è. Il suo programma non è innovativo: se lo sembra è perché non siamo abituati a sentirci proporre qualcosa di molto concreto, attuabile, fattibile. Ed è questo che ci affascina: Renzi è l’amico di Lucio Battisti, quello che sa già dove mettere le mani per rimettere in moto la macchina. Non ha una visione di insieme, né gli interessa averla. Semplicemente, vuole fare quello che vogliamo fare noi: mandare a casa un’intera classe dirigente che si autoreplica e la cui parabola è irrimediabilmente finita.
Tre cose, che i bersaniani fingono di non capire, vanno capite: uno, il suo linguaggio ‘rottamante’, il suo uso accorto e moderno (ma neanche troppo) dei media, la sua proposta politica imperniata sul concreto e il contingente, piacciano o meno, sono efficaci. Bersani invece perderà proprio per questo: l’immaginario suo e dei suoi è vecchio e compromesso. La sua credibilità è minata dai suoi ‘padrini’ e sodali, prima di tutti D’Alema, percepiti – non a torto – come i responsabili del declino e dunque non ripresentabili.
L’unico che sembra capace di coniugare una visione di lungo periodo e di rappresentare un’alternativa efficace, per politica economica, europeismo e politiche sociali è Vendola, ma la sua candidatura è fuori tempo. L’onda emotiva, che lo aveva carezzato un anno fa, lo ha già sorpassato. Complice un calo di ispirazione politica, dopo errori incomprensibili come il silenzio sull’Ilva e senza aver preparato almeno una strategia minima di comunicazione, Vendola è sparito in favore del più attraente e casinaro Renzi, con il suo esclamativo “Adesso!” (attenuanti: Renzi ha Giorgio Gori e parecchi soldi, mentre Vendola una fabbrica stanca che, dopo I magnifici lavori del passato, ha saputo escogitare solo un ‘#oppure vendola’ davvero poco all’altezza). Difficile recuperare, adesso.

Grillo c’è e ci fa. Premesso che è impossibile stabilire cosa sarà il Pd dopo le primarie, ipotizziamo che Renzi vinca e tutti siano con lui. La vera sfida, candidato delle destre a parte, sarà con Grillo e il suo voto “contro” per antonomasia: populista e confuso nei programmi e nell’identità politica, catalizzatore degli indecisi e degli insofferenti (che altrimenti si asterrebbero), il Movimento 5 Stelle è una realtà che sfugge alla definizione.
Sa proporre, nel caos tutt’altro che calmo dei temi più “frequentati”, temi sentiti anche a sinistra come l’abolizione del privilegio dei parlamentari, la partecipazione dal basso, l’ambientalismo a tutto campo, la meritocrazia. In cui suggestioni innovative si mescolano a un cannoneggiamento di notizie in verificabili.
Grillo non è il nuovo ma l’ignoto, un ignoto energico e dinamico, giovane. Il motivo del suo successo è chiarissimo e stupisce che il Pd non lo colga: fino a quando nessuno risponde nel merito, Grillo – anche quando parla a sproposito e a vanvera, anche quando ha torto marcio – ha sempre ragione. Sono idee e istanze buttate in gioco come shanghai, ma che, come nello shanghai, non si possono liquidare.

Gli epiloghi di Monti. Dopo il governo tecnico, ci si aspetta il momento delle decisioni politiche, della visione del Paese che sarà dopo la crisi, dello scontro tra valori, idee, facce e linguaggi. Sintomatico che, da settori della politica evidentemente legati alla grande imprenditoria e alle grandi banche (Casini, tanto per fare nomi, ma anche tanta parte del Pd), dai grandi manager improvvisatisi politici (Montezemolo, Passera), dalla destra istituzionalista (Fini, Granata) si arrivi a proporre Monti o ministri di Monti o epigoni di Monti. Gli epiloghi di Monti.
Come a dire che il nuovo sarebbe una nuova sconfitta della politica e delle istituzioni, ma senza lo sguaiato braccio a ombrello dei parvenu berlusconiani. Piuttosto, rimarcata con britannico aplomb e uno stile un po’ retro. I capitalisti italiani senza capitale a farsi politica da sè. Una voglia di futuro che levati.

Il format dei formattatori. Nella nebulosa lotta a destra per la successione all’impero, spicca il sindaco di Pavia Alessandro Cattaneo che, forte della sua età anagrafica e della sua fama di persona seria, si propone come candidatura dei formattatori, ossia quelli che la destra la vorrebbero un po’ meno berluscona della Santanché, ma anche meno compromessa dei formigoniani e meno ‘geniale’ di Tremonti. Disposta a parlare con la Lega, ma senza secessioni. Un po’ più liberale, ma non troppo. Un po’ meno liberista ma comunque confindustriale. Senza idee, senza programma, senza collocazione precisa: anche qui si sono creati spazi impensabili e subito ci si è affrettati a riempirli di nomi e di facce, invece che di idee. II format della rottamazione, riproposto a destra, resta un pattern, uno schema/modello precostituito, a cui non è data l’anima. Spetterà a Cattaneo il compito di personalizzarlo.

Eppure qualcosa c’è. Con la politica nazionale sembra imprigionata in un Monti no-Monti, Renzi no-Renzi, Casini no-Casini e senza che si sappia gran che della nuova legge elettorale (Napolitano l’ha proprio pretesa, alla faccia della moral suasion), il dibattito non può decollare.
Eppure, sotto traccia, c’è movimento. A sinistra c’è l’onestà intellettuale necessaria a produrre due interessanti novità.
La prima è che alle primarie potrebbe partecipare Giulio Cavalli, attore e regista sotto scorta, consigliere Sel, con un serio e ragionato programma ‘pro’. La seconda è, sul piano nazionale, la nascita di Su la testa!, un movimento di opinione che non vuole esprimersi con un partito ma che assolve all’essenziale funzione dei soggetti politici, ossia: mediare tra la società e la politica, raccogliere ed elaborare proposte dal basso, articolarle in un programma con una precisa identità e cercare degli intepreti in politica che possano portarlo avanti. Un progetto culturale, e non solo politico, tutto ‘pro’ e quasi niente contro.
Sono questi gli antidoti “pro” alle elezioni contro. Sono questi l’orizzonte più ispirato e affidabile.
Il motivo? Mettono al centro dei loro programmi la dimensione sociale. Rivedono tutto attraverso la centralità della persona, dei suoi diritti, delle sue relazioni.
Ciò che manca in queste elezioni è proprio la dimensione dei diritti, la questione sociale: la cerca Renzi ma ne fa una questione amministrativa, la pensa anche Bersani ma non sa bene come affrontarla, la propone Vendola ma nessuno gli darà retta, Grillo non sa proprio cosa sia. Sembra una questione troppo grande per tutti, eppure basterebbe poco. Un po’ di coraggio. Questo sì, sarebbe davvero nuovo, scientifico, efficace.








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica democrazia il 12 novembre 2012