La Pece – parte terza

Tobia Iacconi



La Pece è un romanzo. Al momento viene pubblicato a episodi su Il primo amore, con entropica e febbrile irregolarità.
Le puntate pubblicate finora:


La Pece – parte prima
La Pece – parte seconda
La Pece – E torneremo a dibattere, a tempo debito, di Eutanasia
La Pece – A.R.S.P.O.E.T.I.C.A.

Le illustrazioni, ancora una volta, sono di Matteo Berton, per il quale nutro gratitudine e affetto pressoché infiniti.


La Pece – parte terza

A Leda, dolce salvatrice di mondi. Strappata al Silenzio, iniziata alla Vita.
HannaH si accende una sigaretta di tabacco al contrario, inspira una boccata di fumo sbagliato e inizia a tossire dal centro di se stessa, dalla carne profonda che sempre si rompe. Eccola, di nuovo inadeguata, debole e inadatta alla vita ancora una volta, una macchina biologica difettosa e non rimborsabile. Tossisce e tossendo sputacchia, strabuzza, si torce. Tutta quella cosmesi, tutta quella oscura bellezza grafica ridotta a un cumulo tremante di muco e catarro. Certe volte abbiamo l’impressione di non tollerarla, di non sopportare la sua fragilità. Forse, tra tutti i miliardi di esseri umani che abitano questa Città, lei è semplicemente quello che odiamo di meno. Si chiama ancora Amore, la mancanza di Odio? Si chiama ancora Luce, la perdita del Buio? Lei, perlomeno, non usa treni di parole né frasi fatte – e se le capita di farlo i suoi occhi si crepano e inizia a colare il giallo. Lei, perlomeno, non blatera di collezioni di vinili e grandi romanzi americani e case con piscina e arredamento vintage. Lei, perlomeno, non sta lì a svanverarsi il clitoride con sogni di fidanzati artisti e lavori creativi ed eventi mondani. Lei, perlomeno, non ci parla di cinema d’essai, di apericena bilingue, di vernissage biodinamici, lei, perlomeno, non ci chiede di essere tolleranti, realistici, rispettosi, interessanti, vincenti. Si accontenta di starci accanto in attesa che tutto questo, qualunque cosa sia, diventi polvere. Lasciare che la massa di silenzio inghiotta il buio, come una lampadina che sprofonda in un secchio di pece. HannaH non canta, non racconta, non sogna. A volte sembra che HannaH non desideri. E a noi sta bene così. Senza desiderio non c’è delusione, senza volontà non può esserci sconfitta. HannaH continua a tossire schifosa e ci viene voglia di afferrarla per l’interno della bocca e gettarla fuori dalla Stanza, dove il cielo polare di giugno romba feroce nell’universo, dove il Coprifuoco le rovescerebbe addosso spilli caldi di neve radioattiva, dove la sua tosse matura le farebbe sputare i polmoni sui marciapiedi sgombri e roventi, con rumore di manzo battuto, con vapore di sangue. Poi la tosse si placa e HannaH, dopo aver trattenuto un conato di vomito, dice qualcosa di terribile. Lei, che non desidera e non sogna, manda giù un nodo di saliva e ci chiede di darle una bambina. Sussultiamo e taciamo. Lei ci guarda ansiosa con occhi di animale supplicante, stimola la nostra misericordia e perciò decidiamo di risponderle. Le rispondiamo di no. Perché?, insiste abbassando lo sguardo. Le rispondiamo perché no. Ma perché?, chiede ancora una volta, flebilmente, senza alzare la nuca, sapendo che non risponderemo. Perché sei una stupida drogata piena di tatuaggi di una pianta rampicante che nemmeno esiste – le dovremmo rispondere se non esistesse il Male. Perché mettere al mondo una bambina in questo mondo è una delle cose più crudeli che si possano fare. Perché la scorsa settimana hai speso i pochi soldi che ti rimanevano per comprare due stecche di sigarette di tabacco e per farti un piercing alle piccole labbra – questo si meriterebbe di sentirsi rispondere, se non esistesse il Male. Perché non riesci a vivere senza Ostia e perché a volte ricominci a esprimerti solo con dei palindromi per via di quella malsana fobia del cazzo. Perché non saresti nemmeno in grado di raccontarle una storia che la accompagni nella notte, perché saresti una madre terribile e tua figlia non sarebbe che il frutto malato della tua ingordigia riproduttiva, un disperato tentativo di non sentirti più sola e di mimetizzarsi nel grande e benevolo disegno sociale, un ultimo trucco per beffare la morte. Non ti regaleremmo nemmeno un cucciolo di labrador – le vorremmo rispondere – figuriamoci una marmocchia di carne.

Nostro fratello era un eroe di antiche guerre persiane giocate sotto una falce di sabbia, gli occhi distanti tra loro e scuri come pareti di pece colante – sulla scacchiera era il cavallo bianco. Essendo il figlio maggiore era l’unico ad avere una camera propria. Era un giovane e promettente campione di pallate di morchia e parlava tanto e bene la lingua degli uomini. Negli studi superiori s’era distinto nelle materie del Sonno, del Ricordo, della Prassi Logica e dell’Empatia. Nei suoi sogni, più ancora che nei nostri, vivevano fate e cavalieri e uova di drago, lassù, nei boschi pensili di belacqua. Sulla pelle gli ardevano ancora le ferite inferte da nostro padre, un soprosso sulla clavicola e una cicatrice a forma di cazzo in mezzo alla fronte per via di una volta in cui, per scherzo, gli aveva tirato i peli del naso mentre se ne stava satollo a dormire in poltrona; nostro padre, che non amava gli scherzi, lo aveva afferrato per i capelli e lanciato per la tromba delle scale. Nostro fratello aveva una fidanzata che diceva di non amare e un motorino per sfidare il vento. Sulla schiena, nitidi e bellissimi, una costellazione di nei ricalcava Orione. In certe notti in cui le anguille di iuta e nervi arrotolati avevano affari più importanti da sbrigare e non potevano venirci a trovare, nostro fratello ci lasciava entrare in camera sua: con una torcia che aveva costruito nostra sorella – ampolla di vetro soffiato, legacci di cuoio, tappo di sughero bucherellato, trenta lucciole intermittenti – illuminavamo la sua schiena e sognavamo di viaggi cosmici e oceani siderali, di approdi su pianeti di cristallo e galassie rampicanti. Quando nessuno lo vedeva, di nascosto, nutriva i suoi muscoli per diventare grande e forte. Faceva esercizi di apnea e sollevava ripetutamente se stesso. Avrebbe potuto correre fino ai limiti della valle senza stancarsi, se solo avesse voluto. Ma non ci sarebbe mai riuscito con noi e nostra sorella al seguito: per questo doveva nutrire i suoi muscoli e diventare più forte. Un giorno, diceva, sarebbe venuto al paragone con nostro padre e ci avrebbe portati via. Dove?, gli chiedevamo. Dove né nostro padre né la Noia potranno arrivare mai. Dove nessun uomo è andato mai. Sulle montagne. Nei boschi pensili di belacqua.

Non ti regaleremmo nemmeno un cucciolo di labrador, figuriamoci una marmocchia di carne, le vorremmo gridare, saresti una madre di merda, tua figlia diverrebbe un mostro sociopatico, una geniale e incapace disadattata, una nata suicida. Ma le diciamo niente. Le gridiamo un silenzio così forte da farle tappare le orecchie. HannaH entra nelle lenzuola e si accende la stessa sigaretta, stavolta dal lato buono, il lato del filtro mangiato dalla combustione. Si gratta compulsivamente i capelli, un dolce nevischio di forfora le disegna magre costellazioni sulle spalle. Una lacrima perfetta le abbandona gli occhi. La raggiungiamo sul letto e la stringiamo forte. Decidiamo di parlare. Questa non sei tu, HannaH. Tu sai che rimarresti ugualmente sola, come lo sei ora accanto a noi. Tu sai che sola sei sempre stata e sola per sempre rimarrai, tu sai che non c’è niente da conoscere né da spiegare, tu sai che gli unici compagni che abbiamo sono i mostri che cigolano nella nostra mente e i mille Io dormienti che da sempre ne abitano le viscere. Tu sai cosa accadrà. Partorirai la più bella bambina di crema che si possa disegnare, pianterai sulla sua pelle freschi semi di belacqua e li annaffierai con luce intelligente, la agghinderai come una piccola Te, la guarderai sgranare i grandi occhi di fuliggine e gattonare sulle tremanti ginocchiette bolse. E ti sembrerà un’estranea. Laddove cercherai Dolcezza troverai Apatia. La spierai sognare nella culla stringendo i pugnetti odorosi. E proverai niente. Cercherai di commuoverti, di amarla, di volerla proteggere. Ma sentirai niente. Ed ecco che, d’incanto, lei sarà la prova viva di un tuo ennesimo e definitivo fallimento, l’ultimo, il più importante, il più doloroso. Ti troverai a sbranarla con occhi nuovi. Le invidierai l’eterna giovinezza e la morbida pelle glabra. Odierai la sua fame di giochi e di storie e la sua neonata ignoranza. Le imputerai il tuo seno cadente e la fica slabbrata, i fianchi dalla belacqua smagliata e il ventre ormai arido. Non riuscirai a conoscerla perché nessuno hai conosciuto mai. Nemmeno noi. Nemmeno te stessa.

Nostra sorella carezzava i cuscini e i nostri capelli. Le piaceva fingere di dormire e spiare le cose del mondo mentre credevano che lei non potesse vederle. La domenica pomeriggio, dopo le noie della chiesa, ci nascondevamo sotto le lenzuola e lei dipingeva sui nostri corpi radici di liquerizia intrecciate; utilizzava un piccolo pennello di piume di delfino e il colore odorava la stanza. Contava i secondi e gli atomi che componevano ogni attimo e scriveva canzoni su tutto. La sua ombra, alle volte, se ne andava per qualche giorno con le anguille di iuta e nervi arrotolati, per poi tornare e sussurrarle cose sulla parete interna degli occhi. Conosceva più di noi. Sapeva cose sulla storia della Città e della Valle che noi non avremmo nemmeno potuto capire. Non ci diceva niente per non farci piangere – per non costringerci a crescere. Ma adorava le storie e ce ne raccontava di ogni tipo: ne conosceva di epiche e avventurose, di buffe e spensierate, di orride e paurose. Diceva sempre che alcune gliele avevano insegnate i nostri nonni quando erano ancora vivi e lei molto piccola; le altre, dopo il suicidio dei nonni, le aveva imparate dalle quattro anguille di iuta e nervi arrotolati. Va detto che queste parevano nutrire un affetto e una stima particolare per nostra sorella, come se la ritenessero l’unica degna – e capace – di apprendere tutto ciò che loro avevano da insegnare; non che la cosa ci rendesse invidiosi: avevano ragione. Ogni qual volta le veniva concesso di uscire di casa – per recarsi a scuola o ai laboratori di preghiera –, riusciva non si sa come a trovare dei frammenti di vecchi oggetti che erano stati abbandonati, gettati a marcire nelle pozzanghere perché desueti, o rotti, o della cui vista, semplicemente, qualcuno si era annoiato. Lei li raccoglieva, li puliva e li rassicurava, quindi se li nascondeva nello zaino di scuola o sotto al grembiulino e li portava a casa: filacci di cuoio bruciacchiati, cocci affrescati di ceramica cotta, scampoli di tessuti damascati, pezzi di ampolle di vetro e cristallo soffiato, bottoni dorati spezzati, batterie alcaline e componenti elettroniche complesse e articolate come minuscole metropoli del futuro, gomitoli di rame, pomi d’ambra scheggiati, blocchetti di legno chiodati gonfi di umidità. Di nascosto da nostro padre e nostra madre, la notte, li curava con mani piccole ed esperte e, sotto gli attenti consigli delle anguille di iuta e nervi arrotolati, li assemblava in nuove meravigliose costruzioni e giocattoli, alcuni utili alla vita, come lanternette, schiacciaforuncoli e scrocchianoci, altri utili alla felicità, come i personaggi leggendari dei nostri sogni: cavalieri, principesse, ornitotteri, galline ippogrife e altre creature volanti dei boschi fantastici di belacqua; se la notte era limpida e fresca apriva di soppiatto la finestra della camera e, gettando una grande rete da pesca, catturava intere famiglie di lucciole intermittenti, ne inseriva una manciata nel cuore di vetro di ogni manufatto e questi, magicamente, si animavano: nostra sorella allora li accoglieva dolcemente alla vita, dando il bentornato ai vecchi giocattoli e tranquillizzando quelli appena costruiti. Li chiamavamo Giochi di Luna. Nostra sorella insegnava loro cosa fossero il tempo, i numeri, le parole; ricordava loro che bisognava respirare, e far battere il cuore, e, va da sé, imparare a usare il cervello, specie se si era destinati a grandi avventure come quelle che li avrebbero attesi nelle notti future; gli spiegava, e intanto lo spiegava anche a noi, cosa fossero l’Amore, la Rabbia, la Dolcezza, la Pietà; li istruiva su come ci si difende dal freddo, dal caldo, dalle punture di zanzara e dagli spigoli che cercano sempre di batterti sugli stinchi; provava a chiarire, ma non sempre le riusciva, quali fossero le piccole impercettibili differenze tra bene e male, tra musica e rumore, tra sogno e incubo: tra Vita e Morte. La camera da letto, grazie alle lucciole, si riempiva in quelle notti di bagliori tremuli: quelle famigerate stelle di cui parlavano tanto i libri, ma che nel cielo sopra la Valle non si erano mai viste, pareva addirittura di averle accanto, di poterci nuotare e dormire dentro. E nostra sorella, era evidente a tutti, in quella piccola notte non poteva che essere una minuscola Luna. Prima dell’alba diceva ai manufatti che era ora di andare a dormire poiché le lucciole appartenevano al buio ed entro il buio dovevano poter raggiungere la propria casa. Accadeva non di rado che qualche giocattolo nuovo arrivato, più intelligente di altri, le chiedesse se, liberando le lucciole dai loro cuori, sarebbero morti. Lei gli rispondeva che sarebbero tornati alla vita nuovamente e dunque, se si considerava la morte come una cosa definitiva, allora no, non sarebbero morti. Allora le chiedevano se avrebbe fatto male. Lei non mentiva, diceva loro: Fa sempre male. Ma dopo poco il dolore svanisce. Se invece lasciate le lucciole intrappolate dentro di voi il Grande Sole le scoverà e le spegnerà una ad una. Voi vi spegnerete comunque, ma loro saranno morte per sempre. È così che intendete ripagarle per avervi prestato la Vita? Con quelle parole tutti si salutavano e si auguravano gli arrivederci alle notti future, nostra sorella spalancava la finestra e ogni giocattolo si apriva il cuore per lasciar volar via le lucciole. Nostra sorella era la cosa più bella di tutta la Città, di tutta la Valle: di tutta la Vita. Aveva denti perfetti che, ci piace pensare, non avrebbe mai sciupato col fumo delle sigarette di tabacco. Gli occhi erano di un insolito giallo fuliggine, ed erano lunghi e intelligenti e appuntiti e splendidamente tristi. La pelle era bianca come la crema e pallida come la luce. I capelli neri, lucidi, stregati. Anche gli abitanti del nostro quartiere sostenevano che fosse una giovane Luna ancora velata da basse nubi. Credevano di vedere in lei la Luna poiché quella vera non l’avevano veduta mai. Credevano che lei fosse la Luna perché così l’avevano sempre sentita descrivere, come una luce fredda e tagliente, macchiata qua e là di argento pallido, schiva e spettrale, sospesa. Ma questo, anziché renderli felici, li spaventava: il Culto Di Klein, o Canto Della Luna, era severamente proibito. All’epoca noi non avevamo un’opinione a riguardo, non ci interessava sapere chi o cosa fosse in realtà; preferivamo di gran lunga limitarci ad amarla e ascoltarla, ad ammirare ogni angolo del suo corpicino di essere umano perfetto, ad annusare la gioia e il dolore che le abitavano alla base del collo, sulle piccole spalle bianche, sulle piccole spalle forti, appena lavate, bianche, bianche.


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pubblicato da t.iacconi nella rubrica racconti il 27 ottobre 2017