“Genova Macaia. Un viaggio da Ponente a Levante” di Simone Pieranni

Recensione di Francesca Irene Sensini



Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle
Sur l’esprit gémissant en proie aux longs ennuis

(Charles Baudelaire, Spleen, 1-2)

Solo nei resoconti di Marco Polo, Kublai Kan riusciva a discernere,
attraverso le muraglie e le torri destinate a crollare,
la filigrana d’un disegno così sottile da sfuggire al morso delle termiti

(Italo Calvino, Le città invisibili)

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Sarajevo, 7 ottobre 2017

Ho deciso di scrivere di Genova Macaia da un luogo che non mi è né familiare né ordinario, mentre a Genova sono nata. Un luogo che, prima di oggi almeno era per me solo un nome – Sarajevo – e un campo semantico minato e affascinante insieme: l’instabilità politica e la guerra, le antiche vie commerciali tra Europa e Asia, il metissage umano e culturale, la Mitteleuropa e l’Impero ottomano. L’ho deciso per mettermi scomoda, per non rendermi la vita facile. Come ha sempre fatto Genova con me, fino a che non sono andata via, sedici anni fa, per tornarci poi sempre. Così ho ritrovato le coordinate di uno spaesamento originario con questo libro a farmi da viatico.
D’altra parte il suo titolo non vuole illudere nessuno e suona quasi come un’imprecazione: Genova macaia, cioè malessere, “infermità” (il greco malakìa) che viene dal mare, con il vento di scirocco e la cappa di umido che grava sui pensieri come uno straccio fradicio di noia; un languore di “bonaccia” (il latino malasia) che rallenta i movimenti, impantana in Genova, ci fa irosi dell’ira mala che strozza le parole in gola. Fino a che non escono, imprecazione ma anche preghiera, quando dalla macaia ci si sgrava, scrollandosela di dosso, lei con Genova, che sembra alimentarla come il suo vizio capitale: “perdere la memoria e guadagnare in resistenza”, dice l’io narrante. E su quell’oblio si gettano nuove fondamenta della memoria di sé e della propria origine.
E mi è sembrato coerente, dunque, approfittare del caso che mi ha portato in una città come Sarajevo, tanto diversa, come è diversa Genova – differente, estranea, rivolta sempre altrove, inafferabile – e ricavarne un senso ulteriore, fare del caso una causa, e ritornare da una strada non ovvia, non immediata ma profondamente motivata da inattese analogie. In fondo non ho fatto che seguire l’esempio dell’autore, Simone Pieranni, che introduce chi legge nella sua città natale da un ingresso eccentrico, insieme periferico e non comune: l’uscita dell’autostrada A7 “Genova-Bolzaneto”. Ci sottrae, e lo ringraziamo, ai prevedibili tour e ai tappeti rossi. Ci offre il suo passaggio segreto. Passiamo da dove è passato lui, luoghi e cose e sensi. Il suo incipit. Con lui ci muoviamo nella città. Anzi, lungo la città, da Ponente a Levante, come precisa il titolo, dall’uscita di Bolzaneto all’uscita di Nervi, dove Genova finisce e la sua lunga linea che corre stretta tra il mare e la collina ci porta fuori di lei, fuori da noi stessi, in un altro posto, dove troveremo le ragioni di tornare.
Mentre questa linea si snoda come una strada materiale, l’autore la traccia una seconda volta, la ispessisce di sé, della sua esperienza e dell’esperienza di altri con sé. La sua voce è polifonica e il soggetto narrante è molteplice. Cominciamo la lettura seguendo l’io autoriale, per poi perderlo e cominciare a seguire le altre guide a cui lui ci affida, che si presentano a noi come un nuovo scorcio della città allo svoltare di un vicolo: la nonna paterna, il fratello del padre, un conoscente di quest’ultimo, personaggio-crasi tra la Genova bene e il ventre della città, il padre e poi di nuovo lui, il figlio. In realtà, la trama che i narratori tessono, nelle pagine di questo libro, non pare altro che il legame che essi cercano con la loro casualità, per farsene una ragione seminale. Così l’ambientarsi dell’io è difficile e appassionato adattamento al genius loci ma anche scoperta finale, liberatrice, che la “forza generativa del luogo” è dentro di sé, macaia che da insoddisfazione rabbiosa diventa motore di esplorazioni, di rischi, di caparbia ricerca di senso individuale e collettivo. Dentro e poi fuori Genova.
La città è l’ordito di questa trama di legami patrilineari. Non si dà l’uno senza gli altri. Così, mano a mano che leggiamo delle vite, delle epoche e delle esperienze vissute da ciascuno, dalla Genova industriale del boom economico fino alla Genova del G8 del 2001, ci addentriamo in una città-cronotopo, plasticamente rilevata e ridisegnata soggettivamente, attraverso una selezione di eventi e di spazi in osmosi tra storie e Storia che compongono l’identità dell’autore, cassa di risonanza di se stesso, dei “suoi” in senso stretto e di una più ampia umanità che sente adatta a sé, con cui con-suona. Al suo interno spicca, tra evocazione ironica e fascino maudit, il tipo della legera, termine genovese che fa riferimento a tutte le gradazioni del cattivo soggetto: l’inaffidabile, l’indolente, l’incostante, il marginale, fino ad arrivare al malfattore, di basso o alto cabotaggio, a seconda del contesto. Questa parola da lessico familiare genovese – le raccomandazioni contro le legere suonano ancora nelle mie orecchie – diventa così il segno verbale della prossimità con coloro che in un modo o in altro, in una fase della loro vita o per tutto il suo corso, hanno tentato di sfuggire alle “manette che ti vogliono saldare a questa vita di merda”. Poco importa quanto scompostamente, con quanto carico di fallimento; non è questo il metro di valutazione.
Ed è attraverso le legere che la città rivendica le sue arie canagliesche, avventurose, accanto alla prudenza piccolo-borghese delle sue perifierie un tempo operaie e all’imperio della sua discreta aristocrazia. Così, nelle sue stratificazioni sociali e censitarie, sincroniche e diacroniche, Genova rivela i suoi tratti salienti. Dissimutrice, riservata, altera ma gelosa solo di se stessa, pronta, anzi naturalmente disposta a prendere il largo, a partire e lasciarci partire: “Genova nasconde, bara, inganna. Ha questo carattere apparentemente schivo e sulle sue, tra il timido, il severo e l’altezzoso. E sotto sotto pensa sempre a tenersi aperta una possibilità di fuga.”
E in effetti il lettore si accorge di viaggiare attraverso Genova e di fuggire con lei e da lei, tutto nello stesso tempo: Palazzo San Giorgio è in realtà una nave, il palazzo del mare, attraccata al molo e pronta a riprendere il largo. L’io narrante cede, infatti, all’indole della città, che finisce col corrispondere alla propria e ci porta con sé; gravato da un cielo gonfio di macaia e di domande senza risposte, lascia Genova per demolirla e ricostruirla in altre città, in altri paesi e continenti: “sono fuggito quando le spiegazioni sono talmente profonde da non riuscire ad affiorare”. In effetti, risalire all’origine è, con paradosso apparente, scendere in fondo a se stessi, precipitarci, consumare il proprio senso e risalire portando qualcosa alla luce, una “spiegazione”, qualunque essa sia.
Il trauma di questa discesa è rappresentato dai giorni del G8 del 2001, quando la visione alternativa del mondo e lo slancio dell’io e di una generazione cosciente della posta in gioco, affonda nel pantano di finti misteri e complotti, di una violenza di Stato cristallizzatasi in un moloch opaco e implacabile, per cui il sacrificio continua ancora oggi, silenziosamente, come una fatalità ormai, ben oltre i confini di Genova. Genova diventa anche questo: il nome geografico di una ferita individuale e collettiva, una sconfitta universalmente umana. Il desiderio dell’io di fondare nuove radici nella terra dell’origine si è tradotto così in un’azione inutile, retrospettivamente assurda: “aver zappato nella palude”. A partire dal luglio del 2001 Genova rischia di diventare per l’io narrante, come per il fratello del padre molto prima di lui, “una culla in cui far addormentare i propri fallimenti”. Ma non sarà così. Dopo la deflagrazione personale e generazionale, Genova può essere pensata solo come una ricostruzione, un ritorno. La rotta è segnata dal sentimento che, forse, tanta macaia, tanta insoddisfazione cresciuta da sé e dilagata nel mondo fuori di sé, non sia altro che “una difficoltà a comunicare, a farsi capire, a percepire un sincero moto di comprensione nell’altro.” A questo punto interviene la voce più intima, dell’altro che si muove naturalmente verso l’io, che è l’io: la voce del padre suona sovrapponendosi alla voce del figlio. Dal fondo risolleva verso l’alto e motiva a riaffiorare, con gli accenti di quell’amore indiscusso, di pelle, che appartiene all’origine. Per lui, per la ragione che lui conosce e insieme incarna, l’io autoriale è tornato a Genova. L’incontro con il padre è un incontro riflesso sullo specchio del mare, mentre gli scogli, su cui l’acqua sbatte e scroscia, raccontano a ogni colpo tutti i colpi dati e ricevuti, dai calci al pallone alle lotte più grandi di sé.
Con il funestus veternus della nativa macaia ci si riconcilia dopo un lungo viaggio in cui l’inquietudine e la ricerca di senso sono germogliati in un terreno fertile. A Genova l’io porta con sé il risultato di quel lontano raccolto come una merce preziosa. Il suo punto fermo dopo aver divagato dall’incipit. Con Genova ci si concilia e si accorda, per chi è foresto, non del posto insomma, con la giusta ambizione di distanza, prendendo le stesse posture altere della città, con lo stesso fastidio per il facile, l’ovvio. Genova macaia conosce e incarna la selvatichezza e il carattere infinito di questa città terracquea, dai tratti marcati, di una bellezza che non cerca consenso ma si incolla addosso tanto da diventare pelle e modo di essere, sospeso tra fissità e movimento, ritrosia e intraprendenza; un luogo dove il senso di un’imminente rovina ci prende e poi si risolve allo svoltare di un vicolo, come di una pagina di un nuovo meraviglioso resoconto di viaggio.

Francesca Irene Sensini








pubblicato da l.cristiano nella rubrica libri il 20 ottobre 2017