Metapsicologia rosa

Alessandra Saugo (e Antonio Moresco)



Ho tra le mani Metapsicologia rosa, il libro che Alessandra Saugo non ha fatto in tempo a vedere e che sarà in libreria da oggi, 19 ottobre.
Nelle cose che ho scritto dopo la sua morte si dice che il libro avrebbe avuto una prefazione di Massimo Recalcati. Ma vedo che non è così. Mi scuso per questa informazione sbagliata. Mi pareva che me lo avesse detto lei, l’ultima volta che ci siamo visti di persona. Ma sicuramente ho capito male.
Non avevo ancora letto questo libro. Lei me ne aveva parlato in modo divertito e come di una piccola cosa che aveva scritto un po’ di tempo fa in un momento di leggerezza. Invece è un libro graffiante attraverso il quale, dietro la maschera scanzonata, si coglie tutta l’inadattabilità e tutto il dolore di chi l’ha scritto (le pagine sul corpo femminile, sulla moda, sulla coazione alla bellezza…). E dove arriva sempre la sua zampata, il suo scatto, la sua allegria e la sua disperata furia.
È un libro che parla – tra le molte altre cose – del suo rapporto con la confessione e la cura psicanalitica ed è esso stesso una confessione e una cura.
All’inizio è molto concentrato e linguisticamente scatenato e ardito. Poi si distende, e allora emergono rievocazioni un po’ desolate della sua giovinezza nella profonda provincia veneta, della sua ricerca di pienezza e d’amore e del suo duro impatto col mondo.
Ne riporto qui qualche brano, per far sentire in modo diretto la sua inconfondibile voce.
(Antonio Moresco)

«Mi capisce? Serve la fede nel domani per farsi una valigia senza panico. È allucinatorio prevedere i suoli. Le scarpe da portare via sono visioni avute. C’è da imparare solo dai tipi tempestivi e con i progetti, perché sono nel giusto. Sono circonfusi di un acciaio inox estremamente mirato. Loro hanno ragione, motivati, costanti, con la scattosità, non perdono tempo. Con i progetti. Ottengono risultati. La vita dà ragione a loro, e nessuno può dare torto alla vita. Quindi reverenza alle persone con i progetti, costanti e tempestive, perché sono nel giusto. Invece una moneta fuori uso, che non si può più scambiare con niente, che non equivale più a niente, coniata una volta per tutte e una volta per tutte risparmiata, valore d’altri tempi, il momento del cambio quando scade scade, senza ritorno, impossibile da spendere, sta fuori dall’economia.»

«La donna inciampata nel camerino del negozio di abbigliamento adesso si siede sullo sgabellino, lo occupa, e non uscirà tanto facilmente da lì. – Io non so come vestirmiii!
(…)
Cioè mi sta male tutto. Mi sta improponibile. Mi sta incredibile. Ma allora come bisognerà fare. Com’è che deve stare. Mi sta incomprensibile. Non lo so. Io scarto tutte le possibilità. E esse tutte le possibilità scartano me, dentro la lotta, dentro la preoccupazione, me goffa dentro l’avvitamento, a pezzi, me irritata dentro allo stremo travolta da un deposito di roba tolta, con rigetto tetro, roba anche per terra, scarpe scompagnate, braghe espulse con orrore, reggipetti raccapriccianti, top indiavolati incapaci di intendere e di volere, perizomi da vergognarsi, cinturoni orripilanti, gonne ostili e allucinanti, che ti lasciano lì come il basic inquietante del tuo corpo diroccato mezzo nudo che non si fa impalcare, e che non si lascia domare dentro alla civiltà civetta del vestito, corpo ciuco imbizzarrito che scalcia via tutto.
(…)
Nuota la matita dentro alla cornea, spiccano le ciglia criptate nel rimmel, non luccicano le gote opacizzate, incipriate, e sono accese e tutte dal pennellino illuminate, tramutate come se ogni minuto fosse il minuto subito dopo di un bacio virulento, invece è solo il minuto frenato del trucco, della bella imbalsamata, la capsula cosmetica per la paura che mi fai, con le ciocche di capelli irretite nella piega della parrucchiera, e i tacchi a spillo che mi escono dal fondo del corpo come due pungiglioni a far leva sulla mia statura breve ma intensa.»

«Se bella vuoi apparire non ci sarà un limite a quanto dovrai handicapparti!
Perché non c’è un limite a quanto ti vogliono bella, povera e preparata al sacrificio e prepotente bella, che dovrai sempre gareggiare, e che dovrai sempre arrivare prima al complimento, che dovrai cercare di arraffare la coda di coniglio lì che sventola nell’aria per vincere in premio il complimento che devi impersonificare.»

«Come devono essersi ridotte le ciglia di Merilyn Monroe, depredate, erose, abolite dalle sue ciglia finte. Ciglia finte via via sempre più necessarie sempre più finte e sempre più giganti, e invece ciglia vere sempre più rovinate, più remote. Bisogna immaginare lo spavento triste di Merilyn Monroe quando non ha più le sue ciglia finte, immaginarsi un handicappato senza la sua carrozzella, con le gambe a terra, molli.
(…)
E Merilyn Monroe braccata dalla correzione della tinta platino settimanale all’attaccatura dei capelli, sulla ricrescita del suo bruno naturale, con al posto dei capelli una massa di filamenti inspessiti in sfinimento ossigenato, con le ciglissime di plastica, incollate, che togliendosele strappano via sempre ciuffettini di ciglia vere, opache, annichilite, a sbattere su due globi irriconoscibili, non iperbolici, anzi un po’ pesti, a forza di restare spiaccicati sotto il loro ideale macro splendore, quel carro armato di armamentario di trucco che gli passa sopra ogni santo giorno, schiacciandoli, e poi il petto, il povero petto della Merilyn, un petto, costretto a essere il petto, con le imbottiture, i ferretti, le coppe innalzanti, correttrici, ingannatrici. E le gambe tracagnotte della Merylin, corrette dalle inquadrature, anche loro un po’ abolite… i tacchi delle sue scarpe, la sua pancera-bustino, i suoi denti incapsulati nel rigore odontotecnico. La fantomatica bomba-sexy d’epoca, un serbatoio di pressione, tutto lancette palpitanti, contatori.
Merilyn Monroe questa classica pappa vintage, questo biberòn ficcato in bocca al neonato ingordo che è il Maschile Da Piacergli.
Perché bisogna piacergli per forza.
Avviate fin da piccole nel tunnel del piacergli, educate al piacergli per benino, vive solo lì, e morte lì.»

Lo straziante Ringraziamento che Alessandra ha fatto mettere in fondo al libro è questo:

«Devo ringraziare la mia buona stella.»

Alessandra Saugo, Metapsicologia rosa, Feltrinelli, 2017.








pubblicato da a.moresco nella rubrica libri il 19 ottobre 2017