Consumati da “Mal di fuoco”. Su un romanzo fuori dal tempo

Andreina Di Sanzo



Ciò che il fuoco non cura, è incurabile.
Ippocrate in Mal di fuoco

Scrivo per veicolare.

Scrivo per sublimare.

Scrivo per curare.

Scrivo per curarmi.



Ritorno sulle pagine di Mal di fuoco dopo che circa un anno e mezzo fa mi feci sedurre da questo oggetto scabroso. Un romanzo? Un saggio? Un delirio dell’autore in preda a spasmi di dolore e piacere? O nulla di tutto questo? Mal di fuoco esce per Effigie nella collana “I fiammiferi del Primo amore” nel gennaio del 2016. Chi lo ha generato è Jonny Costantino, scrittore, cineasta, critico cinematografico, malato di fuoco, un autore marziano, come lo ha definito Flavio de Marco su "Exibart", in un articolo che rifletteva sul caso Mal di fuoco, perché forse di un caso si tratta. Lo leggo soltanto quattro mesi dopo, a maggio, mentre la primavera romana sfavilla, ma io resto a casa per ore o forse tutto il giorno, preferisco rintanarmi e affrontare questo oggetto extraterrestre.


E allora sfoglio, assaporo, torno indietro, rileggo, mi perdo qualche passaggio, lo voglio sentire meglio, lo assimilo, ci penso, sono nauseata, attratta, poi respinta. 
Ripenso a Bachelard, lui, il filosofo che ha contemplato la fiamma in quel viaggio onirico e oppiaceo che è La fiamma di una candela, ma in Mal di fuoco il sognatore non contempla soltanto la fiamma, si lancia dentro e brucia. Scrive Bachelard:

La fiamma è una verticalità abitata.
Ogni sognatore di fiamma sa che la fiamma è viva.

Diviso in tre parti, in cui saggio e finzione convivono e si intrecciano, questo libro ha una storia che viene ambientata in un futuro in cui il sole ha cessato di esistere e riscaldare. Tracce di umani sopravvivono a questo mondo buio, incendiato e incenerito. Un coppia vive in simbiosi, lei ha un solo braccio, la ferita che porta è carne macellata, come macellato e sofferente è il suo corpo, costantemente sottoposto a mutilazioni. Il vecchio si prende cura della donna, è il suo appiglio, la sua medicina costante, la sua salvezza. Perché Mal di fuoco è soprattutto un libro che va nel ventre dell’amore, spogliandolo di qualsiasi contorno, artificio, convenzionalismo: l’amore ridotto a scheletro, asciugato, potente. Qui ci troviamo di fronte a un sentimento che arde e sopravvive a un’esistenza di morte e lacerazione. Leggendo le descrizioni dell’autore e del mondo da lui creato, ho ripensato più volte a Soylent Green (il titolo italiano è 2022: i sopravvissuti) di Richard Fleischer, un film di fantascienza di inizio anni ’70 dal risvolto più che raccapricciante. Mentre nel film di Fleischer ci troviamo in un mondo sovraffollato, Mal di fuoco è quasi privo di tracce umane, i protagonisti vivono nel loro microcosmo decomposto, tenuti in vita solo da questa fiamma iridescente che è il loro amore. Eppure la desolazione è la stessa, la visione di un mondo ormai perduto, cannibale, disperato e comune, mentre la speranza di quella fantascienza degli anni ’70 scompare quasi del tutto.

In girum imus nocte et consumimur igni

Cos’è il “mal di fuoco”? Me lo sono domandato soprattutto nel corso della seconda lettura, quella più ponderata è riflessiva. Alla prima ero completamente travolta, meno razionale e assennata, mi lasciavo ingannare dalla scrittura rutilante dell’autore che riesce vividamente a tratteggiare immagini di amore e morte, tenere e sconvolgenti. Il “mal di fuoco” è soprattutto desiderio, voglia irrefrenabile di creare, di filmare, di imprimere; La Sinistra è lo scrittore che scrive e si interroga sull’azione della scrittura, sull’atto creativo, sul perché di questa pratica, sui motivi che spingono a perseverare in questa azione reiterata simile a un massacro.

Leggo Mal di fuoco come una sorta di diario di un autore costantemente consumato dal fuoco e dal quesito continuo sull’atto della scrittura e sul ruolo dello scrittore. La Sinistra elenca la necessità di scrivere e la immagino afferrare la vita, con l’unica mano che le resta, mentre viene risucchiata da una voragine nera, di cui non si conosce la natura. La Sinistra ossessivamente indica il perché..., e perché..., e perché... Non smette di aggrapparsi alle fiamme per rimanere viva, ormai sola, orba e vecchia, e la scrittura diventa la sua stampella.

Ci si consuma attraversando le pagine di questo strambo scritto/romanzo/saggio/masturbazione convulsa, e alla terza lettura decido di non chiedermi più cosa sia nello specifico il “mal di fuoco”, o quanto meno torno all’abbandono irrazionale della prima lettura. Il “mal di fuoco” è desiderio, è perciò un flusso impreciso, sfocato, soggetto a ondulazioni, a repentini sbalzi e quindi costantemente mutabile.


Le illustrazioni di Nicola Samorì, intuizioni improvvise e penetranti, arricchiscono la lettura riportando nelle immagini il tormento del narratore. L’artista rimodella personalmente quelle che sono le sensazioni sprigionate dalle parole del libro. Il bianco e nero (cos’altro per Mal di fuoco?) e la raffigurazione della caducità dei corpi che, come in molte opere di Samorì sono strappati, mozzati, disintegrati, afferrano il lettore e non gli lasciano scampo. Si è come imprigionati da(l) Mal di fuoco.

La simbologia del fuoco è sconfinata, dalla mitologia alla filosofia passando per la psicoanalisi. Chi scrive non si sente né all’altezza né preparata per iniziare l’ennesima interpretazione del simbolo del fuoco, ma forse Mal di fuoco non richiede neanche questo.

Durante le varie letture del romanzo ho provato a fare un esercizio, di quelli simili ai test psicologici di associazioni di idee.

Se dico fuoco penso a:
il cinema di John Huston, via Giulia a Roma, i primissimi venti secondi di I Wanna Be Your Dog, Il giorno dopo di Edvard Munch, Nicholas Ray e Douglas Sirk, La sera della prima e gli occhi gonfi di lacrime di Gena Rowlands, Dropout Boogie, Il quaderno nero di Joë Bousquet, Cat’s Cradle di Stan Brakhage, Hans Bellmer, le labbra di Gene Tierney in Femmina folle...

Quello che mi è rimasto tra le mani una volta che nuovamente ho sospirato leggendo le ultime righe del libro era proprio quel bisogno di parlare di un romanzo alieno, eretico, che è passato e futuro, di un gioiello che racconta la fine corporea e fisica ma che mantiene in vita la mente e il pensiero. Per chi vuole bruciare.

Le immagini sono di Nicola Samorì.








pubblicato da ilprimoamore nella rubrica I fiammiferi il 18 ottobre 2017