Noi mosche vere

Charles Simic



Tre frammenti di un articolo di Charles Simic, "Elegia in una ragnatela", apparso per la prima volta nel 1993 e adesso pubblicato in italiano, e in versione estesa, nella raccolta La vita delle immagini (Adelphi, 2017). Bambino a Belgrado e adolescente a Chicago, iugoslavo naturalizzato statunitense, ferreo antinazionalista e lirico fino al midollo, a 79 anni suonati Charles Simic resta un prodigioso mangiatore di salsicce – forse il maggiore cantore di salsicce di tutti i tempi – e uno scrittore di enorme statura poetica. (JC)

Charles Simic nel 1955 con i suoi dipinti

In una lettera a Hannah Arendt, Karl Jaspers descrive un giochino che usava fare Spinoza: metteva delle mosche in una ragnatela, poi ci aggiungeva due ragni e li guardava combattere per quelle prede. «Molto strano e difficile da interpretare» conclude Jaspers. Pare che fossero le uniche occasioni in cui si vedeva ridere il filosofo, solitamente di umore cupo.

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Il poeta lirico è quasi per definizione un traditore del suo popolo. È lo straniero che dice a tutti una verità scomoda: soltanto le vite dei singoli sono uniche e irripetibili, e dunque sacre. Può darsi che il poeta sia amato dal proprio popolo, ma il suo è additato come un esempio da non seguire. La tribù deve stringersi per affrontare l’invasore, mentre il poeta lirico se ne sta lì a parlare con un teschio in un cimitero. Perciò merita di essere esiliato, messo a morte, e ricordato.

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Che fare, dunque?, mi chiedono giustamente. Io proprio non lo so. In quanto poeta elegiaco, piango i morti e mi aspetto il peggio. L’abiezione e la stupidità hanno sempre un futuro roseo. Il mondo non ha ancora toccato il fondo, ma è solo questione di tempo. La disperazione più cupa è l’unico atteggiamento sano, se, come me, vi identificate con le mosche di Spinoza. Se, invece, segretamente pensate di essere uno dei ragni o, Dio non voglia, il filosofo che ride, potete stare tranquilli. Visto che sarete dalla parte del vincitore, potrete sempre riscrivere la storia e sostenere di essere stati una delle mosche. Quanto a noi mosche vere, gli unici attestati che riceviamo sono sporadiche elegie in una ragnatela: un’elegia e la bellezza dell’alba, come inatteso tocco di cortesia dei carnefici il giorno che verranno a prenderci per ammazzarci.








pubblicato da j.costantino nella rubrica libri il 15 ottobre 2017