Pacific Palisades

Dario Voltolini [con una lettera di Antonio Moresco]



Ho appena ricevuto il piccolo libro-talismano di Dario Voltolini, che avevo avuto la fortuna di leggere molti mesi fa e che è per me particolarmente prezioso e toccante perché so anche da quale lungo periodo di dolore personale e silenzio è uscito. Per comunicare il primo impatto - anche emotivo - che ha avuto su di me non trovo di meglio che riportare qui quello che gli avevo scritto a botta calda subito dopo averlo letto:

«Caro Dario,
ho letto il tuo piccolo, inclassificabile ed elegiaco poema narrato. Mi è arrivato come una cosa molto, molto bella e toccante. E’ un punto di incontro, di perfezione e di grazia, tra molti opposti. Sta in miracoloso equilibrio tra lingua corrente e lirica, basso e alto, morte e nascita, spinta sentimentale e mentale, commozione e rarefazione, è crepuscolare e nello stesso tempo aurorale, ecc. Viene fuori da un tuo lungo silenzio e rivela una voce che è inconfondibilmente tua e nello stesso tempo contiene qualcosa di nuovo e un’urgenza che non era mai affiorata a tal punto nel tuo lavoro di scrittore (che meravigliosa finezza in certi tuoi repentini passaggi!).
La mia prima impressione è di commozione e di giubilo.
Ti auguro buon anno e ti abbraccio,
Antonio».

***

(Milano centro)

In un settembre all’improvviso fresco
portavo uno zaino sulla schiena
e camminando nei dintorni di un ristorante
dove ero stato a cena con Antonio,
a Milano,
in anticipo per un appuntamento
guardavo le ricche vetrine e gli interni
dove commessi eleganti dalle scarpe lucenti
aspettavano i clienti.
Per la strada incontravo ragazze filiformi
dall’ombelico scoperto, pallide,
zigomi dell’Est,
incontravo uomini enormi in completi scuri:
uno occupava da solo il marciapiede e fumava, camminando, un grande sigaro.
Ecco che qui (girato l’angolo) c’era il primo ristorante giapponese
in cui abbia mangiato – ora non c’è più.
E qui un pezzo di via tante volte percorso qualche anno fa
con amici e impiegati editoriali.
Che cosa sale dai manti stradali
dalle lastre di pietra che calpestiamo,
un vapore, un’irradiazione?
Quanto ha a che fare con il passato?
Ti si apre una visuale, una piazza,
e qualcosa è già dentro di te, dentro di noi,
tocca il posto intimo, viene da piegare le ginocchia.
Così esposti, così indifesi passeggiamo.
Questa irradiazione dei luoghi è immediatamente dentro di noi
lo sentiamo
anche se non cambiamo direzione, non alteriamo la camminata
e mette in moto analogie e differenze
nei ricordi di ciascuno.
È bello passare davanti ai portoni che si aprono su cortili misteriosi
vedere tutta questa gente che si ritrae con la fotocamera del cellulare
una ragazza giapponese rannicchiata alla fermata del tram
per angolare bene l’immagine,
chissà quale tetto avrà voluto documentare?
Poi all’improvviso una disposizione incurvata della via
la vicinanza delle facciate le une alle altre
un palazzo più alto, la momentanea assenza di rumori,
di motori,
tre figure che scompaiono dietro un colonnato
fanno di quei cento metri un luogo arcano:
oltre una cancellata di metallo nero
una siepe quasi alta come un uomo
e tre magnolie con le foglie spesse
verdi quasi nere
per l’ombra e per la saturazione
e un lungo tavolo nel cortile
con le porte del palazzo aperte
e figure silenziose
con abiti scelti per l’occasione
uomini e donne lentamente,
un calice in mano,
fanno pochi passi e prelevano elementi dal buffet
e una luce che passa
rende se possibile ancora più silenziosa la scena
di questo aperitivo e di questo Palazzo sede, forse, di una Fondazione
e del suo cortile di fiato sospeso.
L’irradiazione è già dentro, attiva il sentimento dell’opposto:
non partecipando a quella partita
giocata sotto le magnolie
mi viene in mente quando, al contrario,
mi dite “vieni qua”.
È giusto, lo voglio anche io.
Partecipare.
Grazie.
Io sono là discosto
mi chiamate per accogliermi
per farmi partecipe e non escluso
grazie.
Ma un piccolo battito
un segnale
di piccolo passero rimane:
quello che dovrei lasciare per unirmi a voi
forse è una cosa che vi spetta, che spetta pure a voi.
Io la presidio, per così dire.
Se meramente venissi lì da voi
e la lasciassi indietro
non è che la vedremmo tutti quanti scomparire?
Inabissarsi nel verde di un’acqua primordiale?
Uscendo dai cento metri e dalla mente
riprendendo il passo per l’appuntamento
mi congedo e ti penso.
Mio perno lontano,
che enigmatiche figure!








pubblicato da a.moresco nella rubrica libri il 3 ottobre 2017