Breve guida alla procrastinazione sentimentale

Lorenzo Maragoni




(I)
(come non darsi un bacio)

Ci sono connessioni che si creano al primo sguardo, oppure al secondo, ma quando ci ripensi in effetti era il primo, una complicità che in un minuto si avvia e da lì ciao, che la prima sera te la ricordi come fosse un film che conosci a memoria: maglione verde, panche di legno, freccette, oppure: capelli corti, cena in terrazza, sigarette: piacere, siamo gli amici degli amici, come stiamo? Ci parliamo, ci parliamo, ci parliamo: potremmo rivederci ci diciamo, dovremmo rivederci ci diciamo. Prossimo passo, per X anni successivi: non ci rivediamo. Ci mancano le occasioni, viviamo lontani, ci rivedremo al prossimo compleanno, al prossimo capodanno, a quello che i nostri amici comuni organizzeranno. Eccoci, X anni dopo: ciao, ci ricordiamo di noi? Siamo l’energia potenziale, l’universo alternativo, la strada non presa: come va? Ci diamo due baci, ci guardiamo se ci riconosciamo: taglio diverso, camicia nuova, abbiamo cambiato lavoro, occhiali, città. Ci spostiamo nella zona a noi più familiare, la soglia tra detto e non detto, la porta tra cucina e terrazza. Ci diciamo che se ci si vedesse più spesso, se si vivesse più a portata di mano, allora sì che la nostra conoscenza potenziale sarebbe, allora sì che potrebbe. Guardiamo meglio: che coincidenza, l’ultima volta non c’erano questi strani accompagnatori che entrambi poco dopo abbiamo incontrato e con cui adesso ci presentiamo, dove vi siete conosciuti, tu e questa ragazza che ha un sorriso malinconico e una gonna che vorrei avere io, e voi invece, intendo, lui che cosa fa, oltre al fidanzato? È scrittore attore direttore? È ingegnere computazionale, manovale? È allergico a qualche tipo di animale? E noi, che ci diciamo, che ci raccontiamo? come impieghiamo queste orette, ci raccontiamo cosa ci è successo in questi X anni, oppure diciamo che andiamo a comprare le sigarette, lasciamo su una sedia piatti e forchette e scendiamo in strada a correre sui marciapiedi? ciao amici, ciao accompagnatori, ci vediamo prima che vi sarete accorti che manchiamo, ciao tu, finalmente, hai voglia di parlare di cazzate? certo! dove andiamo? A nasconderci dalle poche persone che passano per strada, a bere dalle fontanelle, a guardare lampioni e stelle, a camminare a camminare a parlare a parlare, a sederci su un muretto a riposare, a dirci che sarebbe ora di rientrare, a dirci ciao tu, sai che mi sei mancato? sai che parlare con te somiglia a qualcosa che mi ero dimenticato? ma questo forse lo pensiamo e non ce lo diciamo, rimane sulla soglia, perché che ci inventiamo, viviamo lontani, i cambiamenti, i lavori, le occasioni, i nostri fidanzati che ci aspettano seduti sui divani; ci guardiamo, o forse non ci guardiamo, ci diciamo, o forse non ci diciamo, in pratica quello che facciamo è che stiamo seduti vicini e respiriamo. adesso è proprio ora di rientrare, di andare a comprare le diana per giustificare. rientriamo, ritroviamo gli stessi bicchieri, gli stessi piatti, i sorrisi distratti dei nostri accompagnatori, una battuta inoffensiva sul tempo passato fuori; è già ora di darci due baci, di dirci ciao tu, ci sentiamo, ci vediamo, al prossimo compleanno, al prossimo capodanno, a quello che i nostri amici comuni organizzeranno 


(II)
(come non mettersi insieme)

Senti un po’, che ne dici se lasciamo perdere i convenevoli e soprattutto gli anni di nascita e ci concentriamo sulle cose importanti come i segni zodiacali e il fatto che il tuo accento contenga una vaga sfumatura delle tue origini, ragazza con cui non potrà mai funzionare, perché non lasciamo stare i dettagli tipo che tu a breve ti trasferirai a centinaia di chilometri di distanza e forse hai pure un fidanzato e ci concentriamo sulle cose cruciali tipo che tu vorresti incontrare uno che ti dicesse che i tuoi occhi stanno proprio bene con l’autunno e io guarda caso avevo giusto intenzione di dirtelo, perché non sospendiamo per un pomeriggio la tua ricerca di un posto nel mondo e il mio volerti ascoltare e andiamo al mare; o meglio, partiamo dall’inizio: facciamo che appena ci vediamo al posto di darci due baci limoniamo, così, senza premesse senza esitazioni senza spiegazioni e anzi ti dirò di più: cominci tu; o meglio, partiamo da tre quarti: facciamo che tu ti sei decisa a lasciare il tuo forse fidanzato e ci vediamo e io ti porto una rosa, né bianca né rossa ma di quindici appartamenti tra cui scegliere dove andare a vivere insieme e un giorno crescere i nostri figli (spoiler: sono tutti all’arcella); o meglio, partiamo da un terzo mischiato con due quinti: ci incontriamo per un aperitivo in piazza insurrezione però già nudi; partiamo da tre settimi: facciamo che ci chiamiamo amore e subito dopo litighiamo senza nessun vero motivo se non che abbiamo appena iniziato a conoscerci per quello che realmente siamo e questo ci provoca un piccolo dolore, amore; o meglio ancora, che è meno imbarazzante per tutti, partiamo dalla fine: facciamo che ci diciamo che è un periodo complicato, che ti chiamo io, anzi mi chiami tu, anzi forse è meglio se per un po’ non ci sentiamo più; trovato!, ragazza con lo sguardo dell’autunno e con cui chiaramente non c’è alcuna base per cui potrebbe funzionare, facciamo che ripartiamo dall’inizio: facciamo che questo coraggio di esporsi avendo come unico motivo il tuo sorriso non esiste, che questo messaggio non esiste, facciamo che ce lo siamo immaginato, che in questo modo anonimo e insensato non mi ti vi ci sono mai dichiarato, ti saluto, ciao ragazza autunno, facciamo così, questo è il piano per fare il meglio possibile della nostra futura felicità: la prossima volta che ci incontreremo, quando sarà, faremo come se nulla ci fossimo mai detti, ci daremo due baci, ci sorrideremo, ci chiederemo come va, e finirà là


(III)
(come non sposarsi)

Alla fine l’ho fatto, ho stretto un nodo alla cravatta e uno in gola, ho messo il mio unico completo che coerentemente col mio cuore oggi è uno spezzato, e sono venuto a vederti sposare. Lungo la strada ad ogni semaforo pensavo adesso mi giro e torno a casa, ma avevo bisogno di vederlo con i miei occhi sentirlo con la mia pancia e allora avanti, uscita dalla superstrada, paesino, strada, paesino stradina, svolta, parcheggio della chiesa. Dall’impasse di non conoscere nessuno mi ci ha tolto il tuo tra un’ora marito, mi ha detto ci facciamo una foto? Mi è comparsa poco dopo sul telefono, lui e io che sorridiamo, abbinata alle parole del matrimonio ovvero cancelletto wedding cancelletto oggisposi cancelletto i vostri nomi abbreviati collegati mischiati in modo divertente e irrimediabile. Quando sei arrivata ho fatto giusto in tempo a pensare, cristo d’un dio se sei bella, ricordami un secondo solo perché ti stai sposando in generale e perché non con me in particolare, e poi via, letture, una canzone, articoli del codice civile, firme, anelli, bacio, bacio, bacio, riso dagli amici, pianto dai parenti, un momento per salutarci in privato prima di dare il via alla festa e farti le congratulazioni e abbracciarti, e sì, ti ho detto, prendendoci in disparte qualche mese fa, che peccato, ma perché proprio il 24, non lo potete spostare, rimandare, ah ah ah, e niente, buoni festeggiamenti, goditela, sarà una bomba, sarà una festa, sarà bellissimo e sarà l’amore, ti penserò da lontano, che lo sai com’è con sto lavoro, uno sta disoccupato pure un mese, due tre mesi, poi, proprio quel giorno, devo lavorare


Lorenzo Maragoni è nato a Terni nel 1984. Vive a Padova dove dal 2010 lavora come regista e co-autore con la compagnia teatrale Amor Vacui. Come regista ha lavorato con il Teatro Stabile del Veneto, il festival OperaEstate, le compagnie Teatro Boxer e Trento Spettacoli.
Nella foto: una scultura di Gustav Vigeland nel parco di Oslo.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica racconti il 30 settembre 2017