A capofitto nell’Infinite Jest di David Foster Wallace

Silvio Bernelli



Si tira un lungo respiro e poi, con curiosità e incoscienza, ci si tuffa nel poderoso romanzo* del 1996 che ha dato la fama a David Foster Wallace. Le gelide pagine iniziali mettono in scena un colloquio per l’ammissione all’università dell’Arizona. Il primo personaggio che fluttua verso il lettore è Hal Incandenza, un giovane atleta proveniente dalla prestigiosa Enfield Tennis Academy. Il suo modo di porsi è straniante anche per i dirigenti universitari che lo interrogano e il colloquio presto vira, sbanda, deraglia verso un esito inatteso. Basta un attimo e al posto di Hal all’università c’è il tossico Erdedy che siede nel suo salotto. Attende una donna per concludere un affare: 250 grammi di marjuana in cambio di 1.250 dollari. Di colpo il freddo che morde la pelle del lettore diventa più intenso. La pressione della massa di parole che grava sulla testa aumenta. Intimorito, il lettore comincia a percepire la vertigine delle acque in cui si è buttato.

Dai fondali bui di una narrazione che si spalanca oltre ogni possibile confine iniziano ad affiorare storie e personaggi. Da Hal Incandenza, come per germinazione, esplodono le storie della sua famiglia e quelle legate alle decine di aspiranti campioni della Enfield Tennis Academy. Enderdy è invece la guida verso l’altro epicentro-vortice del romanzo: la Ennet House. Un rifugio in cui vengono ospitati tossicodipendenti e alcolisti impegnati nell’impervio cammino verso la redenzione. Come la Enfield Academy, Ennet House si trova nei sobborghi di Boston.
Il romanzo è ambientato in un futuro distopico in cui gli anni sono sponsorizzati (gran parte del romanzo si snoda nell’Anno del Pannolone per Adulti Depend). Il Presidente americano è l’inquietante ex cantante di piano-bar Johnny Gentle, un sorta di premonizione della sinistra “spontaneità” al potere oggi incarnata da Donald Trump. Gentle è a capo di un nuovo paese denominato ONAN (sic), dove le frontiere tra USA e Canada sono state abolite anche per adibire un’enorme fetta di territorio a discarica di scorie radioattive.

Intanto sono apparsi branchi di note, galleggianti capaci di sprofondare il lettore dalle 1179 pagine del romanzo strettamente detto alle 1280 pagine della sua feroce completezza.
Le storie si succedono con la scoppiettante maestria dei fuochi d’artificio di Daniele Del Giudice in Atlante occidentale o del Vargas Llosa più funambolico di Pedro Camacho, il commediografo impazzito di La zia Julia e lo scribacchino, per di più strafatto di MDMA e dal vuoto ingoiante dell’America del terzo millennio.
Tra le decine di fenditure di un romanzo centrifugo, allergico a ogni idea di consequenzialità, che sembra nel suo insieme galleggiare in un liquido amniotico allucinatorio, spicca la storia di Orin Incandenza. Il fratello maggior di Hal passa da essere un tennista scarso a un grande punter dei Cardinals, un giocatore professionista del football americano. La lunga parabola di Orin sembra la concretizzazione stessa del suo ruolo, che è quello di calciare la palla più in alto possibile, così che possa restare in aria il tempo necessario ai suoi dinamici compagni di squadra per occupare la parte di campo occupata dalla difesa avversaria.

Tra i dolenti tossici della Ennet House emerge la figura di Don Gately, forzuto e simpatico, che sul cammino della guarigione trova la stupenda Joelle, della quale si innamora perdutamente. Intanto le pagine sono scorse a colpi di centinaia e il lettore non ha sentore di nessun ritorno alla superficie. Le varie vicende continuano a incastrarsi o sfiorarsi tra loro forti di una galleria di personaggi sempre intenti a soffiare dalle branchie desideri troppo a lungo inespressi di umanità, comprensione e amore che mai trovano accoglienza, risposta. Tutte le famiglie sono disfunzionali e violente al punto da divorare i loro figli. Tutte le situazioni sono spinte al limite. “Lenz racconta a Green che una volta era andato a una festa di Halloween dove c’era una donna idrocefala che aveva una collana fatta con dei gabbiani morti” (pg. 668). Il mondo del romanzo è un luogo dove tutti “Vanno in giro e ti fanno credere che sono vivi” (pg. 880).

Le note che punteggiano il libro cominciano ad aprirsi in cavernose pozze stagnanti a profondità inimmaginabili, fino a raggiungere le molte pagine, capitoli interi schiacciati in fosse nella quali il lettore teme di soffocare. E appena ha la sensazione di poter rialzare la testa, riprendere metaforicamente il fiato, si trova proiettato nella balzana storia di un film che fa cadere in catalessi gli spettatori e che si intitola, guarda caso, Infinite Jest. Il suo autore è lo schivo J.O. Incandenza, il padre di Hal e Orin. Un genio inafferrabile che nel libro è chiamato molto spesso Lui In Persona. Non è che una delle bizzarrie inanellate senza sosta dal romanzo, portando il lettore in accalorate riunioni dei servizi segreti dove si tenta di capire come fermare il contagio trasmesso dal film o nei vicoli di Boston alla caccia di gatti da imprigionare in sacchi per osservarne il lento morire.

Ma non c’è verso di soffermarsi troppo a lungo su niente. La corrente del romanzo continua a spingere inesorabile attraverso le forme corallifere e taglienti delle riunioni dei tossici di Boston, dove mamme strafatte raccontano di essersi rifiutate per settimane di staccarsi dal petto figli morti per denutrizione; o lungo i crinali di abissi mozzafiato che calamitano nelle gorgo di episodi assurdi, a volte spassosi, come quello del tennista Tenebra rimasto incollato con la fronte a una finestra gelida, per poi venire staccato senza tanti complimenti da un compagno sbrigativo.
Neanche la svolta simbolica di pagina 1.000 suggerisce una qualche idea di superfice, di finitezza. La lunga agonia di Gately, inchiodato al letto dopo una rissa conclusa a colpi di pistola, rappresenta una depressione oceanica minacciosa che nasconde un richiamo seducente.

Nel frattempo è chiaro che tutto ciò che è stato letto è un gigantesco affresco dedicato ai molti tipi di dipendenza: quella dallo sport e dal desiderio di successo dei tennisti adolescenti dell’Enfield Tennis Academy: quella da alcol, droghe e medicinali da cui i residenti della Ennet House cercano disperatamente di liberarsi; quella dalla visione del film Infinite Jest che catatonizza gli spettatori; quella dalla depressione al centro di interi capitoli del libro, lo stesso male che ha portato David Foster Wallace a suicidarsi nel 2008; quella dell’autore stesso nello scrivere un romanzo che, come esplicitato a chiare lettere nel titolo, non è che un infinite jest, uno scherzo infinito giocato al lettore in cerca di una trama, quella che Virginia Woolf aveva liquidato una volta e per sempre come “volgarità giornalistica”.

E soprattutto, Infinite Jest è anche il racconto della dipendenza sviluppata dal lettore verso questo universo disturbante e morboso che assomiglia tanto al presente e - si teme - ancora di più al futuro. Per questo lettore, il punto al termine del romanzo è solo l’occasione per un protratto, ambitissimo respiro a pieni polmoni, mentre attorno a lui l’acqua sconfinata ribolle in una miriade di narrazioni infelici, sghembe, qualche volta divertenti, che sembrano formulare un invito a rituffarsi. Un invito al quale, per qualche insostenibile secondo, sembra maledettamente difficile resistere.

* Infinite Jest, Einaudi, 2016. Traduzione Edoardo Nesi, Annalisa Villoresi, Grazia Giua.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica libri il 28 settembre 2017