Ricordo di Alessandra Saugo

Antonio Moresco



Ieri è morta Alessandra Saugo, una cara, delicatissima, misteriosa e intensa amica, una persona coraggiosa e lieve e una scrittrice istintiva, poetica, sofisticata e potente, quasi del tutto sconosciuta e incompresa in questi anni bastardi ma per la quale ho sempre avuto una grande considerazione.
È morta a quarantacinque anni, per un tumore che aveva invaso tutto il suo corpo.
Gli ultimi anni sono stati per lei un susseguirsi di eventi traumatici: il suicidio della madre, una dolorosa separazione coniugale, e poi la comparsa del tumore.
Lascia tre figlie ancora bambine e diversi manoscritti, che spero verranno finalmente pubblicati con l’attenzione, l’emozione e la cura che essi meritano. L’unica cosa che, a questo punto, ci si può augurare è che questa tragedia, questa ingiustizia, questa crudeltà, questo accanimento, questa ferocia abbiano almeno l’effetto di attirare l’attenzione sulla sua persona e sulla sua drammatica e nascosta vita e di portare alla pubblicazione di ciò che lei è andata scrivendo in questi anni e decenni, con intensità e indipendenza.
Fra poche settimane uscirà da Feltrinelli un suo libro intitolato Metapsicologia rosa, con prefazione di Massimo Recalcati, che si è preso cura di lei nell’ultimo difficilissimo periodo della sua vita. La casa editrice, sapendo della situazione disperata in cui lei si trovava, ha affrettato al massimo le operazioni di stampa del libro, perché potesse almeno averlo tra le mani prima di morire. Ma lei è stata più veloce, ha bruciato le tappe.
Sette anni fa aveva pubblicato da Effigie un libro intitolato Bella pugnalata che, nonostante la sua diversità e forza, credo - se non vado errato - non abbia avuto nessuna recensione. Per questo libro, come frase di emblema, lei aveva scelto:
«Adesso vado via dal porno dei bei cuori».
Nel risvolto di copertina di questo libro avevo scritto tra l’altro:

«Un giorno, portato dal vento, mi è arrivato tra le mani un manoscritto. L’ho letto con stupore, perché era pieno fino a scoppiare di disperazione, di rabbia, ma anche di fragilità e di delicatezza ferita. Questo primo libro di Alessandra Saugo è un esordio vero, necessario, imperioso, tagliente, crudele. Vi si raccontano la vita, gli amori, i dolori, le allucinazioni e le speranze di una giovane donna “bella pugnalata”. Incompletezza amorosa, iperrealismo genitale e sessuale, abbandoni, la vita di tutti i giorni e di questi anni vista con lucidità lancinante e resa vivida dalla spasmodica e ravvicinata attenzione del trauma, fuori da ogni consolatorio stereotipo femminile eppure con una voce e una forza profondamente femminili, in una lingua a volte bassa, radente, a volte piena e alta, avventurosa e poetica».

Ma io adesso non ci sto a scrivere un necrologio per Alessandra, non ci sono portato io e non sarebbe piaciuto neppure a lei. Così, per dare un’idea più viva e ravvicinata della sua singolare persona e della sua asimmetrica presenza nel mondo, racconterò qualcosa della nostra amicizia e riporterò alcune delle frasi che ci siamo scambiati attraverso e-mail e messaggi nell’ultimo anno e mezzo, per farvela vedere da vicino e per farvi sentire direttamente la sua voce.
La cosa è cominciata così:
Diversi anni fa mi capitava ogni tanto di trovare in portineria dei mazzolini di fiori freschi, portati da una persona che non conoscevo e che non si era mai fatta vedere in faccia. La custode mi diceva che c’era una ragazza, o una giovane donna, che ogni tanto arrivava col taxi, scendeva, le lasciava questo mazzolino di fiori per me e poi ripartiva. Era lei che li portava. Veniva in treno da Vicenza, prendeva il taxi, arrivava fino a casa mia, lasciava in portineria i fiori, riprendeva il taxi e poi ritornava in treno nella sua città, tutto questo solo per portarmi un mazzolino di fiori. Perché si vede che, attraverso la lettura dei miei libri, mi aveva immeritatamente eletto a suo, a suo… a suo non so cosa.
Negli ultimi due anni ci siamo visti spesso. Lei veniva certe volte a Milano, andavamo anche a mangiare e a spasso insieme, e l’ultima volta che ci siamo visti nella mia città lei era molto contenta e quasi incantata perché dopo cena, nella stessa sera, era passata silenziosamente vicino a noi un’interminabile macchina bianca da cerimonia e poi, come se non bastasse, avevamo visto anche uno di quelli che sembrano suonare l’aria con le sole dita.
Una po’ di mesi fa sono andato a trovarla a Vicenza, in un momento in cui le cure sembravano farle un po’ di effetto e lei era o si mostrava allegra. Era venuta a prendermi alla stazione e avevamo passato la giornata insieme. Mi chiedeva sempre dei nostri cammini, cui voleva assolutamente partecipare non appena sarebbe guarita. Anzi, avrebbe festeggiato così la sua guarigione. Io le avevo regalato la tessera della nostra piccola Repubblica nomade” di cui lei - silenziosa e misteriosa viandante - non poteva non fare parte.
E lei, qualche giorno dopo, mi aveva scritto:
«La tessera di Repubblica nomade è il mio talismano».

In quell’occasione, mentre nell’andata stavo cambiando treno a Verona e correvo forte per non perdere la coincidenza, ero rovinosamente caduto ed ero arrivato a Vicenza con le mani e un ginocchio feriti e sanguinanti, e da questo sono nate tra noi delle battute scherzose, perché io le avevo buttato lì che il dottor Freud non avrebbe sicuramente ritenuto casuale quella caduta e chissà cosa ci avrebbe ricamato sopra.
Al mio ritorno, per rassicurarla, le avevo scritto:
«Verona. Illeso. Vaffanculo Freud. Notte. Antonio».
E lei mi aveva risposto:
«Accidenti, adesso ce l’hai con il povero dottor Freud solo perché ti ha visto cadere ed è partito con le sue insinuazioni… È un vecchio babbione monomaniacale, ma non è cattivo».

Continuava a ripetermi che voleva fare un cammino con noi dopo la sua guarigione. A una mia e-mail scherzosa dove le dicevo: «Cara Sandra, con un busto e una cavigliera dentro lo zaino, lo scemo terminator è in partenza», lei mi ha risposto con entusiasmo infantile: «Buon cammino! Sei il mio eroe».

E poi c’erano le rondini, che io le avevo detto di ascoltare bene, per cercare di capire quello che le stavano dicendo, perché quelli che emettevano non erano solo gridi.
Al che lei rispondeva, mettendo insieme le rondini e le mie scassature:
«Caro Antonio, le rondini qui a Vicenza stanno volando a squarciagola ispirate sventate libertarie. Sono tutte infervorate di ottimismo cosmico. E mi pare di intravedere che alcune di loro portano anche un piccolo busto, e volano come il vento».
Oppure:
«Mi siedo sul terrazzino e le ascolto, poi ti riporterò i loro messaggi».
E anche:
«Le rondini ieri sera mi hanno detto di portare pazienza».

Un’altra cosa che l’aveva appassionata molto era stato sapere che, nelle settimane prima della partenza del mio cammino da Parigi a Berlino, avevo scritto una sceneggiatura-racconto cinematografico su Don Chisciotte, ma ambientato ai nostri giorni e con forte incarnazione personale. Voleva assolutamente che gliela leggessi di persona. Me lo ha detto e ripetuto a voce, con quel suo strascicato accento vicentino, poi me l’ha anche scritto:
«Don Chisciotte. Vengo lì e me lo leggi.
Ricevere certe volte è tutto».

E poi adesso vedo qua e là nelle sue e-mail, che sto scorrendo e che non mi ricordavo fossero così tante e così belle, tra le molte cose che mi scriveva:
«Per me è importante, è vitale questo scambio con te, di quello che è essenziale».

C’erano dei momenti in cui faceva filtrare la terribile situazione che stava vivendo, ma con delicatezza suprema:
«Stavo facendo un riposino, perché stamattina mi hanno fatto “la centratura”, perché adesso mi daranno una bombardina con la radioterapia…».
«Carissimo Antonio, stamattina devo andare a fare la Tac. Dopo, quando l’ho fatta, ti scrivo. Ti mando un bacio.»
«Il viaggio a Padova è stato tristissimo.
La musica (perché aveva voluto che le mandassi l’elenco della musica che amavo ascoltare di più in quel momento, per ascoltarla a sua volta).
C’è un violino, qui dentro, la mia bambina grande, Maria, lo suona, è portata.»
Oppure:
«Non mi sembra neanche vero che ieri eri qui. Sei l’uomo più giovane che io conosca. Sei nel tempo senza esserci».
«Buona Pasqua, anche se sei via.
Mi è arrivata la tua cartolina da Praga, con quelle piccole casine colorate, di cui una è stata la casina di Kafka. L’ho messa qui nel portapenne.»

Nei giorni scorsi ho ricevuto una telefonata improvvisa da parte di una sua amica, che evidentemente sapeva della nostra elezione e amicizia e che mi ha detto che la situazione era precipitata. A un punto tale che io non immaginavo, perché lei era sempre stata leggera, riservata, discreta e anche reticente su tutto questo. Invece l’amica mi stava dicendo che ormai avevano smesso le inutili cure, che era stata ricoverata in ospedale e che era ormai questione di giorni.
Mi ha detto anche che non poteva più muoversi, che l’unica cosa che poteva fare era farsi leggere ogni tanto i messaggi sul cellulare.
Così le ho mandato un messaggio.
E lei mi ha risposto, probabilmente facendosi aiutare dalle mani di altri:
«Sto sotto una pioggia di meteoriti».
Perché nell’ultima telefonata che eravamo riusciti a farci le avevo detto - non so perché, visto che non immaginavo come stessero veramente le cose - che forse si trovava in una situazione simile a quella di certi film di fantascienza, dove l’astronave deve attraversare una pioggia di meteoriti prima di poter passare dall’altra parte. E si vede che lei, nonostante la terribile condizione in cui si trovava, se lo ricordava.
E allora io le ho scritto in risposta:
«Cara Sandra, se tu sei sotto una pioggia di meteoriti, io sono con te».
E lei è riuscita a rispondermi ancora, nell’ultimo giorno della sua vita:
«Stai vicino, in due ci copriamo meglio la testa con le mani».

Io le ho scritto ancora che, sì, mi stavo coprendo anch’io la testa con le mani. E anche che di notte stava facendo un po’ più fresco e così avevo cominciato a usare la sua sciarpa (che lei aveva lavorato ai ferri per me, con le sue mani).
Ma lei non ha più potuto rispondermi perché stava morendo.








pubblicato da a.moresco nella rubrica a voce il 23 settembre 2017