Io, Jacques Tati

Luca Ferri



La gente ricca, in genere, ottiene anche quello che con il denaro non si può comprare.
Jacques Tati

Guardo le mani: sono bianche, non c’è vento. Siamo al coperto. Io e questa gente, in questo luogo. Li sento applaudire, chi c’è prima di me, li sento vociare, un insieme unto e sudato, come d’altronde pure il mio corpo in questo spettacolo meridiano. Il peggiore della settimana. Senza la brezza serale, lontano dal pranzo così come dal desinar serale. È tutto pronto, Romilda pure, che a guardarla bene le si è slacciato un piccolo bibì sopra l’orecchio destro. Mi alzo di scatto e la raggiungo, e lei come a farlo apposta, scapriola come una molla balzando lesta e furfante sulle casse della birra teutonica. “Vieni qua!” urlo alla bertuccia Romilda, che serenella prende un vuoto a rendere portandoselo alla bocca. Sarà sì e no a mezzo metro d’altezza sopra il mio cappello di mago cartomante ricolmo e zuppo di cotillon e sbrilluccichi da varietà. Potrebbe quella teppista pelosa scaraventarmelo sulla crapa, farmela roteare in faccia tagliandomi gli belli zigomi da macedone che sono. Balzarmi dietro le spalle per poi battermi in testa. Magari balzellando come un furetto pur se di scimmiotta trattasi. Avrebbe per giunta il dono di farmi ruzzolare addosso alle casse ben impilate di plastica dura. Spaccarmi lo iugulare, le vene o le trombe di Eustacchio, un bel ricovero da giovedì di primero mese fin al trentuno bisestile in coppa a ospedale. Eppur non move un flut quella bricconcella, avrà capito che sono smunto, tristerello e consapevole dell’orrore che la vita ci appartiene con la sua routine. Graziato mi sento, mentre la dimentico per poco e mi reco a spiare il centro della pista, dove intravedo cinque leoni tutti seri zompare allo scrocchiar della frusta padrone. Il pubblico applaude, il pubblico irride ed armeggia con le pietanze pagate a maggior prezzo dallo zelante dolciario zingaro amico mio. I bimbi in preda alla maraviglia osservano le bestie tra la sonnolenza adulta. O bertuccia mia, non tenevo voglia di uscire per l’esibizione, il pomeriggio mi ottunde, mi sbava, mi rende solo come obbligo ben svolto, compito ben fatto, un timbro come di compromesso. Sarà la solita scena, tu che mi segui nei movimenti, che fai ridere tutti perché pelosa e animale nel mimare i miei comportamenti umarelli. I flash, i telefonini a filmarci, il cappello che mi fai cadere come da convenzione e da esso poi un coniglietto bianco con il cappello e così via. Fino al bacio, fino a quando tu farai finta di esser bebè umano e peloso al tempo stesso. Un tripudio scintillante e forti applausi. Bis, bis. Ancora. Ma oggi, nel turno pomeridiano non tengo la voglia di farmi vedere, nel darmi in pasto al volgare applauso di mani sporche solo di popcorn e caramello. Ma lo dovremo fare visto che comunque sarà sol solo per non avere grane col titolare che già ci vede di malocchio per alcune angolature del nostro carattere. Mia briccona scimmietta tocca a noi tra poco, mancheranno appena tre o forse quattro minuti. Aumenta il volume della musica popolare e del ruggire dei felini, sento un forte calore di abitudine non percepita, ma il domatore è graziato dalla fortuna di averci quattro bestioni grandi come armadi a mascherare la sua verace apatia pomeridiana. A noi due anche oggi ci salverà il mestiere, l’abitudine di esserci visti sempre tutti i giorni nell’ultimo quinquennio e magari un giorno, forse già al prossimo domenicale, ci scopriranno la malavoglia a fare di malavoglia questo travaglio. Per questi zotici. Per questi deambulanti. Ma è suonato il gong, mi guardi appena panciuta e vestita come un uomo, mi ricordi che è il nostro turno tra il fragore degli applausi, delle risa, della macedonia di emozioni che il circense può ancora regalare. Tutto inizia e prosegue come il protocollare impiegatizio, tu ed io perfetti nei movimenti consolidati, mentre il pubblico, ignaro della nostra stanchezza, ci applaude come fosse a una festa. Ma c’è uno sguardo tra i mille che mi ottunde, mi penetra il fegato lasciandomi di stucco. Un moccioso di lato, vicino all’uscita di emergenza, guarda e non ride, mi pare l’hai notato anche tu. E nemmeno applaude, e nemmeno canta o fischietta. Ci osserva severo fare il nostro segreto trucco di abitudini fino a quando tu, scimmietta lestofante che sei, mi fai cadere in tranello togliendomi la sedia da sotto il sedere, facendomi male rotolare sul selciato. Come un cencio non riesco ad alzarmi dal dolore tra la preoccupazione del folto pubblico e dei medici padri presenti sulle gradinate. È quando mi portano via i medici con la lettiga che mi accorgo della tua smorfia di preoccupazione e di un sorriso apparso sul volto moccioso.

Jacques Tati

Il presente scritto è un’anteprima da 10 registi 10 talismani, l’imminente plaquette di "Rifrazioni. Dal cinema all’oltre" (Cineprint 5), con testi di Jonny Costantino e Luca Ferri, immagini di Silvia Argiolas. Gli altri 9 registi in plaquette sono, in ordine di apparizione sul pianeta Terra: Charlie Chaplin, Elia Kazan, Orson Welles, Augusto Tretti, Giulio Questi, Oshima Nagisa, Franco Piavoli, Werner Herzog, Paolo Benvenuti. Per info e prenotazioni scrivi a info@rifrazioni.net.








pubblicato da j.costantino nella rubrica cinema il 20 settembre 2017