Il dagherrotipo di Balzac

Antonio Moresco



Louis-Auguste Bisson, Daguerréotype, 1842, Parigi, Maison de Balzac.


Guardiamo ancora più da vicino questa immagine-apparizione di Balzac. Ma prima di tutto, per capire meglio l’enormità e l’eccezionalità di questa posa, consideriamo il fatto che Balzac è rimasto così per dieci, quindici minuti, tanto era il tempo che ci voleva per il fissaggio dell’immagine. Quello che vediamo, che Balzac ha voluto farci vedere entrando con la sua immobilità animistica piena di energia in questo avatar che gli ha permesso di attraversare lo spazio e il tempo, è un uomo di quarantatré anni dalla grossa testa taurina girata leggermente di lato, intento a fissare con occhi accesi qualcosa fuori campo che non vediamo. La faccia è ordinaria, pesante e grossa, il naso è a patata, il collo quasi inesistente, vediamo dei corti baffi e un accenno di mosca sotto il labbro inferiore, un doppio mento, capelli ancora folti e neri, una bretella che sostiene i calzoni di cui si vede un solo bottone, al centro del largo giro di vita. Però, a causa della doppia e contraria torsione della testa e del busto che ruotano leggermente in direzioni opposte e del gesto del braccio, l’immagine ha un grande dinamismo. La mano grassoccia, come abbiamo detto, è posata sul cuore, ma proprio a diretto contatto con la carne, perché la camicia candida e spiegazzata è slacciata e aperta proprio in quel punto e possiamo vedere la sua pelle bianca e glabra. Così questa potente immagine maschile ha anche qualcosa di femmineo, non solo per la leggera obesità e per il tipo di carne, di pelle e di corpo che si possono immaginare ma anche per questa coincidenza infantile di verità e recita, di essere e apparire, per questa postura teatrale vissuta come indistinguibile dalla propria anima. E intanto, con questi dieci quindici minuti che hanno attraversato lo spazio e il tempo, con questa immobilità e con questo dinamismo, con questa compresenza di opposti e soprattutto con questo sguardo ardente e questa posa infantile e solenne, un uomo di nome Honoré de Balzac, nato l’ultimo anno del Settecento e morto esattamente nella metà e al centro dell’Ottocento, autore e suscitatore di una delle più ardite e impressionanti opere di pensiero in movimento, visione e performance esistenziali, ci sta dicendo che lui ha fatto un giuramento e ci sta chiedendo, con la fiducia suprema e libera nell’esempio che hanno i condottieri bambini, di unirci anche noi al suo giuramento.

Nessuno degli altri grandi scrittori francesi dell’Ottocento avrebbe avuto l’ingenuità e la superiore innocenza di mettersi in una posa simile: non l’avrebbero avuta Hugo (che invece vediamo con la mano napoleonicamente infilata tra due bottoni della giacca), né Stendhal, né tanto meno Flaubert, o l’ultimativo, corrotto e puro Maupassant, che pure è uno scrittore da me molto amato.

E allora, continuando a guardare e a contemplare questa immagine-limite che non è più solo immagine, dove una persona sta forzando i confini tra il proprio corpo e l’immagine che se ne può irradiare, mi viene da pensare a cosa ci sarà stato vicino a lui mentre il dagherrotipista attuava la sua alchimia. Ci sarà stato uno studio, dove un uomo transustanziatore si sarà aggirato in redingote tra vapori di mercurio e di iodio, ci sarà stato un altro uomo posizionato contro un fondale intento a mettere in posa la propria anima e che per un tempo interminabile non avrà deflettuto, ci sarà stata, appena fuori da questo antro moderno e magico, una strada di Parigi affollata di passanti e di desideri e di carni irrorate e di occhi di cui non sarà rimasta neppure la polvere, ci sarà stata l’intera e pullulante città di Parigi, con la sua massa magnetica di illusioni e di sogni, di brevi gioie e lunghi dolori, ci sarà stata l’Europa e appena più in là il mondo intero, il nostro pianeta con i suoi continenti emersi dalle acque primordiali, e tutt’intorno il cosmo, la nostra galassia in mezzo a miliardi di altre galassie, con tutta la loro luce e il loro buio che sono solo un residuo della luce e del buio infinitamente più grandi in cui sono immerse e dove tutti noi siamo immersi, mentre per questi irripetibili minuti un uomo ingenuo e ardente, venuto chissà da dove, da quale materia cosmica ancora in fusione, stava fronteggiando con la sua infantile fierezza tutto il buio e tutto il male del mondo.


Da Il fronteggiatore. Balzac e l’insurrezione del romanzo, un dialogo fra Antonio Moresco e Susi Pietri, Bompiani, 2017.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica dal vivo il 19 settembre 2017