Un padre

Marco Mazzucchelli



Suo padre detestava che Mario fosse pallido e flaccido, con le perenni occhiaie caffelatte che rendevano il suo aspetto ancora più malaticcio. Quando lo trovava sdraiato sul divano o seduto all’ombra del porticato, se ne andava in silenzio sbattendo la porta. Imprecava solo quando era lontano. Cercava di non sfogare mai la rabbia sul corpo del figlio e, per quel che poteva, cercava di non farlo nemmeno sulla sua psiche; per questo ingenuamente cercava di non dirgli nulla, di non urlargli contro. Sbatteva solo le porte e si rintanava nei budelli antichi di quella casa per bestemmiare. Poche volte gli aveva parlato direttamente: gli aveva chiesto con calma perché si comportasse così, perché non fosse come gli altri ragazzi. Perché non giocava a pallone, non si arrampicava sugli alberi, o non correva dietro alle ragazze? Quasi sembrava che gli dispiacesse che fosse bravo a scuola. Quell’uomo non capiva la natura del figlio e, allo stesso tempo, non era in grado di combattere contro le urla che gli esplodevano nelle tempie e bruciavano nella gola. Capiva che sbagliava, ma non il perché. Dava di matto e ne era dispiaciuto, ma mai abbastanza per chiedere scusa o prendere di petto la situazione. Era un muratore, non aveva costruito la casa dove abitavano, ma ne sarebbe stato capace e di sicuro sarebbe stato un grande onore per lui, un giorno, poterla lasciare a Mario in eredità. Era quel tipo di uomo la cui vita era fondata sui muscoli, la forza e la competizione; condivideva le sue imprese, i risultati raggiunti con i compagni maschi, ma mai le confidenze, e relegava la donna sempre a un ruolo secondario e silenzioso. Per lui un figlio esile, dagli occhi sempre cerchiati, ossessionato dai libri – e non dalle donne e dal vino – era una paura enorme. Una paura per parole future che non aveva nemmeno il coraggio di pronunciare o confessare agli amici. Un figlio che avrebbe potuto trasformarsi in un’onta e che tuttavia avrebbe continuato ad amare, forse di più, nonostante lo avrebbe allontanato dai suoi amici, uomini come lui, fatti della sua stessa pasta, vecchia e antiquata, sorpassata, con le loro regole e le loro scale di valori impossibili da mettere in discussione. Per loro sarebbe diventato quello con il figlio strano e lo avrebbero guardato con occhi e smorfie di compassione. Aveva paura di questa battaglia interiore, della consapevolezza di non poterla combattere, perché i suoi muscoli e le sue mani non sarebbero serviti a niente. Aveva bisogno delle parole, della comprensione, degli abbracci e soprattutto del coraggio, tutte cose che lui non poteva offrire e che invece Mario poteva trovare in quei maledetti libri. Suo padre era un uomo violento, troppo rabbioso; le sue urla potevano scuotere i muri di quella casa, poteva aggirarsi per le stanze fendendo l’aria in canottiera e mutande, mostrando fiero il suo fisico animalesco, tozzo e peloso, muscoloso e grasso allo stesso tempo, forgiato nel lavoro, nel mangiare e nel bere. Era una bestia e sua moglie era arrivata ad averne paura. Quando perdeva il controllo a lei non restava altro che correre per quelle stanze e quei corridoi, su e giù per le scale. Mario, invece, chiuso nella sua camera, sentiva il frastuono delle loro liti, prima le urla di lui, poi quelle di lei, e gli oggetti che iniziavano a schiantarsi e infrangersi; il rumore pesante dei passi, delle corse, delle porte che sbattevano, gli schiaffi e i calci, e solo alla fine i singhiozzi e il silenzio. Ma in tutti quegli anni violenti, suo padre non alzò mai un dito sul figlio. Era consapevole dell’uomo che era e cercava di preservarlo dalla sorte che invece era toccata alla donna che aveva sposato. Un figlio maschio che nonostante tutto si era preso carico di formare, di raddrizzare, ovviamente a modo suo. Così quando si accorgeva di perdere il controllo si allontanava, scappava, si rintanava e soffocava le bestemmie, oppure sfogava la frustrazione sui nemici di sempre: quei libri che tenevano lontano quel ragazzo dalla fica e da suo padre. Li scaraventava fuori dalla libreria, ne strappava le pagine sbraitando, ne rompeva le copertine rigide. Li sbranava, li distruggeva. Era come se ogni volta cercasse di ammazzarli, squartandoli a mani nude; se avesse potuto, ne avrebbe bevuto il sangue. E poi li gettava a terra, li lasciava ai piedi della libreria come monito per i libri che non avevano ancora subito la sua ira, affinché lo stesso Mario e sua madre – soprattutto lei – vedessero qual era la fine che si meritavano quelle cose che li tenevano lontani.

Tutto questo durò finché arrivò quella volta del falò, quando esasperato, con il cervello che friggeva di rabbia e scariche elettriche, accumulò in giardino una montagna di volumi così alta che, quando gli diede fuoco, rischiò di incendiare l’intera casa e tutto il giardino. Quella volta Mario era alla finestra e osservava assente e allibito. Dentro di lui non c’era mai stato nessun sentimento di rivalsa o vendetta contro sua padre, nessuna sete di giustizia. Era abituato a essere sottomesso da quella rabbia, assuefatto dall’idea di non poter nemmeno immaginare di reagire. Mario subiva tutto, sopravviveva, tutto gli scorreva addosso e anche quel pomeriggio l’immagine di quelle fiamme definitive gli scivolava sulle retine. Osservava la scena appoggiato alla finestra con il mento tra le mani, come se stesse sognando, come se fosse in trance. Il fuoco stava annerendo i muri e sarebbe presto arrivato a bruciargli le sopracciglia e i capelli, finché la madre non uscì di casa urlando, coprendo con le sue urla l’infinito rosario di bestemmie del marito, mentre nulla sembrava poterlo fermare dal martoriare e massacrare i libri che a pigne di dieci, quindici alla volta, prelevava dalla biblioteca e gettava farneticando tra le fiamme. Non sopportava quella stanza e il suo odore appestato di carta che marciva e che covava muffe. La madre di Mario gli si avventò contro, per salvare il figlio e la casa – non i libri – e per fermarlo lo coprì di insulti come era solita fare, perché era l’unica cosa che sapeva fare. Quel padre violento ebbe tutto il tempo per dedicarsi alla moglie: la colpì con uno schiaffo così forte da farla girare e baciare la terra. Poteva sembrare la scena di un k.o. pugilistico. La donna si girò a fatica sulla schiena, da terra vide il figlio affacciato alla finestra e subito gli urlò di uscire, di lasciare la casa prima che fosse troppo tardi. Anche l’uomo si voltò e incrociò lo sguardo del figlio. Aprì le mani che erano chiuse in due pugni serrati, distese le dita e aspettò che la moglie si alzasse e corresse in casa per prendere quel dannato ragazzo che non voleva muoversi. Cercò di calmarsi. Si rese conto della violenza consumata per la prima volta sotto gli occhi del figlio. Dietro di lui il rogo scoppiava e urlava, si contorceva.

Passarono pochi minuti, riacquistò lucidità e calma giusto in tempo per vedere la moglie e il figlio uscire di casa con due borse a tracolla. Gli passarono affianco senza guardarlo. Lì capì che stavano scomparendo dalla sua vita, che in quella casa non sarebbero ritornati; ma non ebbe la forza di fermarli.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica racconti il 18 settembre 2017