Il fronteggiatore

Antonio Moresco



Questo libro è nato così:

Un giorno mi ha telefonato Susi Pietri, chiedendomi se volevo fare una conversazione su Balzac. Questa conversazione sarebbe stata pubblicata in Francia, insieme a interventi di altri scrittori europei, all’interno di un volume interamente dedicato a questo autore.
“Io ho proposto te,” mi ha detto a un certo punto la mia interlocutrice, per tagliare la testa al toro, “perché, se deve esserci anche uno scrittore italiano, questo scrittore non puoi che essere tu.”
Susi Pietri è una profonda e appassionata conoscitrice dell’opera di Balzac e – dopo avere fatto un dottorato di ricerca in Francia, all’Università di Paris VIII – insegna attualmente Lingua e letteratura francese all’Università di Macerata.
Alla fine della telefonata le ho detto di sì, anche se in quei mesi ero travolto da molte altre cose, perché ho anch’io un antico e particolare amore per questo scrittore, che è stato canonizzato ma nello stesso tempo eretto a progenitore e custode del cosiddetto “realismo”, mentre è uno sconfinatore, come è apparso subito chiaro ai suoi primi e più illuminati lettori, come Baudelaire e poi Proust, che deve molto all’opera di Balzac.
Abbiamo iniziato questa conversazione, proseguita per mesi e mesi e per larghe campate nei brevi intervalli in cui potevamo gettarci di nuovo dentro, che ha assunto via via l’andamento di “produzione di pensiero mediante il discorso”, per dirla con Kleist, e che mi pare abbia la passione, la visione e lo slancio di un manifesto, ma senza la pretesa concettuale moderna del superamento obbligato e dello sradicamento.
Ci siamo accorti subito che il nostro dialogo si stava prendendo uno spazio molto più grande di quello a disposizione. Ma siamo andati avanti lo stesso, fino a portarlo alla dimensione attuale.
Così, alla fine, è stata estrapolata una piccola parte di questo dialogo per la pubblicazione collettiva, mentre la sua versione completa ha assunto la forma di un piccolo libro.
Attraverso questa conversazione mi si sono precisate meglio molte delle idee che avevo su questo scrittore e su ciò che me lo ha fatto e me lo fa ancora amare e molte altre cose le ho apprese da Susi Pietri e dalle sue conoscenze. In generale mi pare che siamo riusciti ad avvicinare Balzac al di fuori delle semplificazioni critiche e specialistiche che lo hanno spesso imprigionato e normalizzato in un’unica dimensione di descrittore e critico della società del suo tempo, mosso come persona dalle stesse smodate ambizioni economiche e di status sociale che lo accomunano a molti dei suoi personaggi, mentre tutto questo esiste, sì, e ha grande forza e pregnanza nella sua opera e nella sua vita, ma è posto dentro una camera di scoppio infinitamente più grande.
Che cosa mi viene da pensare adesso, rileggendo questo nostro dialogo prima della pubblicazione? Che urgenze ha fatto rivivere dentro di me?
A me pare che il contesto in cui stiamo vivendo, in apparenza così onnicomprensivo, sia in realtà espulsivo per uno scrittore che intenda tenere alto il senso della propria presenza nel mondo e non intenda assoggettarsi alle logiche, anche culturali, che lo governano. Viviamo in una situazione di salto d’epoca e addirittura di specie, in un mondo umano che appare cieco e perduto, in un Paese perduto, all’interno di una condizione non proporzionale ma che pure ci viene detto bisognerebbe accettare, per mortuaria eleganza o per calcolo. Sarebbe anzi proprio questa cinica postura di disilluso e cimiteriale bon ton il blasone di scrittori, letterati e uomini di cultura di questi anni, la loro piastrina di riconoscimento.
Che possibilità ci fanno invece rivivere alcune delle affinità elettive che emergono da questa conversazione? Che tra persone che ardono è possibile una qualche estrema fratellanza. Che a volte succede che la loro solitudine possa fare popolo. E che questa disperata e irradiante possibilità è nel cuore stesso e nel sogno della letteratura e nessuno la può estirpare.
Perciò mi colpiscono e mi emozionano in modo particolare i momenti di radicale riconoscimento che sono avvenuti tra gli scrittori che si sono trovati a condividere lo stesso breve segmento di tempo, il loro fare costellazione e fare fiamma: Balzac-Stendhal, Hugo-Balzac, Baudelaire-Balzac, Dostoevskij-Balzac, Dostoevskij-Dickens, Hugo-Dostoevskij… Ma anche, in tempi più recenti, i momenti di riconoscimento tra persone sconosciute e che sono stati resi possibili dalla lettura di libri venduti magari in poche copie ma che sono finiti nelle mani giuste e hanno messo in tellurico contatto scrittori e pensatori come Nietzsche, Strindberg, Kafka... e portato riconoscimento, parola oggi immiserita al solo significato di fama, successo, esposizione mediatica martellante, ricchezza, ma che può voler dire anche e soprattutto l’evento raro e assoluto di un incontro elettivo nell’infinito buio che ci circonda.
Perché non ci sono solo, come pure ci sono sempre state, le miserie personali, la lotta darwiniana per la presunta sopravvivenza, le meschinità, l’invidia, la paura e la cosiddetta “angoscia dell’influenza” – che ora è anche teorizzata e considerata unicamente nel suo aspetto negativo di sudditanza e non in quello potenziale, dinamico e propulsivo – come è sempre avvenuto anche tra i più grandi scrittori del passato. Non c’è solo il bisogno di emergere a tutti i costi dal branco dei propri simili, enfatizzato negli scrittori asserviti di questa epoca dalle grandi macchine editoriali e mediatiche e dalla ricchezza monetaria che può generare l’esercizio della scrittura. Non c’è solo questo sguardo terminale sul mondo che attraversa e annichilisce ogni cosa. Non c’è solo questa chiusura di orizzonti e questa resa, questo preconcetto che tutto sia già stato detto e che anche la cosiddetta letteratura non abbia più niente da dire, per cui possa ormai avere di fronte a sé solo un destino di autoreferenzialità e autotestimonianza (a differenza di quanto, ad esempio, sta succedendo nella ricerca scientifica e nelle sue narrazioni) oppure di riciclo industriale di stereotipi ben collaudati per compiacere al ribasso il pubblico dei lettori.
Ma c’è anche un’altra, estrema possibilità, e c’è persino nel nostro Paese, in cui i gruppi che si sono attestati sul terreno della cultura e della letteratura sembrano voler fare solo il controllo del territorio per tenere chiuso il gioco. C’è anche la possibilità del salto di piani, dell’adorazione e dell’invenzione, come è sempre potuto avvenire tra scrittori, poeti, musicisti, pittori, all’interno del tempo in cui si sono trovati a vivere o, quando questo non era possibile, attraverso il tempo e lo spazio della loro vita e della loro morte, e della vita e della morte del mondo.
Ecco, anche questa conversazione avvenuta per caso, strappata per qualche misteriosa contingenza a mille altre cose, mi sembra un piccolo gesto irradiante di adorazione, apertura di spazi e invenzione.

[Antonio Moresco e Susi Pietri, Il fronteggiatore. Balzac e l’insurrezione del romanzo, Bompiani.]








pubblicato da a.moresco nella rubrica libri il 13 settembre 2017