Gli occhi di Giulio

Federico Ferrari



Per diverse ragioni viviamo
dietro le palpebre di una persona.
D. Brancale, Per diverse ragioni

Il giorno in cui sei nato, la prima volta che ti ho preso tra le braccia, ti sei aggrappato con forza al cinturino del mio orologio. Era un cinturino logoro, montato su un orologio di famiglia, di quelli ancora a carica manuale. La tua presa era così forte che l’hai rotto. In quell’esatto istante, il tempo si è fermato. Probabilmente, non è esatto dire così, poiché ai viventi non è dato conoscere la fine del tempo. Il tempo era, però, collassato ed aveva aperto un varco, ancora oscuro, per accedere ad un’altra dimensione, a quello che non saprei come altro nominare se non con la parola “intemporale”. Ero ancora troppo giovane per comprendere cosa significasse avere un figlio. Troppo giovane per poter afferrare l’enormità di quel che stava accadendo. Un’intera parte della mia vita, in quel preciso momento, era finita e ne era iniziata un’altra. La tua nascita, come quella – almeno credo – di qualunque altro bambino, spingeva me al di fuori del tempo, al di là di quel continuo fuggire degli istanti che ogni giovane uomo tende a divorare, senza troppo pensare, essendo molto più piacevole mangiare il tempo, incorporarselo, metabolizzarlo che non pensarlo. La tua presenza requisiva, avocava a sé quel tempo nutriente e ne lasciava a me un altro. Non una durata infinita, quello che i medievali chiamavano il sempiterno, ma qualcosa di molto simile all’eternità, alla sospensione del tempo ordinario. In fondo, tu, tu che incominciavi a divorare il tuo futuro, diventavi per me l’indice di una dimensione intemporale. Con te, con la tua venuta, attraverso il tuo venire al mondo, si rendeva visibile qualcosa che non poteva essere distrutto dallo svanire degli istanti. Qualcosa perdurava oltre il tempo. Chiamiamolo, in assenza di meglio, l’intemporale o l’indistruttibile.

Poche ore prima avevo visto i tuoi occhi per la prima volta. Erano enormi, neri: vi si sprofondava. Il mondo intero veniva inghiottito nell’abisso dei tuoi occhi. Solo poche ore dopo, quegli stessi occhi, erano diventati azzurri, come quelli di tua nonna materna, da una parte, e della tua bisnonna paterna, dall’altra. Degli occhi magnifici, paralizzanti, gelidamente riflettenti. L’abisso si era nascosto sotto la luminosità del blu celeste.

Qui, in un libro come si deve, inizierebbe una narrazione, una storia, una biografia. Non ne sono capace. Forse perché, per me, la vita non è una narrazione e non ha una cronologia, ma solo un insieme di istanti, di momenti di essere che si susseguono e accavallano, per poi svanire e ritornare senza fine. Vivo per frammenti una vita in frantumi.

Se non avessi conosciuto la sofferenza sui tuoi occhi e la pace nel tuo respiro, non avrei mai capito la realtà delle cose.

Ho sempre avuto paura di tutto ciò che ho amato. Paura di perderlo. Tu sei l’essere di cui ho più paura. Ci sono giorni che sono così terrorizzato dalla tua presenza da non riuscire a guardarti. Sono i giorni in cui l’amore è così grande che so che non potrei sopportare di perderti.

“Ho fatto qualcosa contro la paura. Sono rimasto a scrivere”.

L’amore è un sentimento violento, la cui forza è incontrollabile. Un legame così profondo da essere paralizzante. È inutile cercare di controllarlo, negarlo o fuggirlo, perché l’amore ti lega all’altro per sempre. Porta il sé fuori sé; trasporta il sé nell’altro. Sappiamo da tempo, come disse Rimbaud, che “io è un altro”, ma è solo nell’esperienza radicale dell’amore che l’io diviene l’altro, perché solo in questa relazione smisurata l’io si fa altro, dimora nell’altro, vive nell’altro. Ed è, forse, per questo che perdere l’altro diventa intollerabile, perché significa perdere se stessi. Nell’amore egoismo e altruismo sono inestricabili.

Da quando i tuoi occhi si sono ammalati, ogni giorno, da mesi e mesi, prendo nota di ogni variazione. Potrei risalire alla minima sfumatura di rosso che ha velato la superficie dei tuoi bulbi. Potrei dire quanto prurito tu abbia provato, quando fastidio, quanto collirio ti sia stato instillato. Ma non potrei mai dire quanta gioia e forza abbia sempre trovato in te; non saprei mai trovare le parole esatte per dirti quanto quei tuoi occhi sofferenti mi abbiano insegnato sulle mie paure, sulle mie paure che non erano le tue e delle quali non v’era traccia sui tuoi occhi. Non saprei dirti quanto – e da sempre – tu sia stato per me una guida. Senza dubbio, mi hai insegnato molto più di quello che io abbia saputo o potuto insegnare a te.

Sotto il blu dell’iride l’abisso non scompare. L’abisso fa paura. Ma forse l’abisso non è la fine ma l’inizio di tutto, il cuore pulsante dell’amore.

Ricordo un breve filmino dove aspettavi che io ti guardassi per scoppiare in una fragorosa risata. Avevi solo pochi mesi. Io ero estremamente provato dall’agonia di tua nonna Laura che assistevo nella fase terminale della sua vita, nella stessa casa in cui tu iniziavi a vivere. Vita e morte si fondevano nella mia testa e nel mio cuore, creando un groviglio che non sarei mai più riuscito a districare. Ecco, in quello stato di prostrazione, l’incrociarsi dei nostri sguardi era il luogo di una felicità senza attesa, senza passato e senza futuro: la pura gioia di esistere nello sguardo dell’altro. Ognuno attestava per l’altro, con i propri occhi, che era tutto vero: la felicità, in questo mondo, nonostante tutto.

Ogni mattina, la prima cosa che vedi allo specchio sono i tuoi occhi infiammati. Solo cinque minuti dopo, davanti a quello stesso specchio, immancabilmente, ogni mattina, ti sento cantare mentre ti lavi i denti.

Ho avuto, più di una volta, la sensazione che, di fronte alle tue malattie, fossi tu a consolare noi, me e tua madre.

Una volta andai con tua nonna ad ascoltare una conferenza di filosofia (ero decisamente giovane, forse troppo giovane). Il conferenziere, uno di quei filosofi un po’ tromboneschi la cui retorica rende ogni discorso stonato, pronunciò una frase dei Fratelli Karamazov, nella quale Alëša/Dostoevskij si interroga su una questione abissale che riguarda l’essenza del male: perché i bambini soffrono? Ricordo che, adolescenzialmente e avidamente sprofondato nella semplicistica razionalità di un pensiero in formazione, ironizzai su quella frase. Mia madre, sempre comprensiva e amorevole nei miei confronti, mi guardò addolorata e soggiunse, quasi sottovoce, “non c’è niente da ridere”.

Oggi, a oltre trent’anni da allora, comprendo che la sofferenza dei bambini è la prova più terribile ed evidente della non esistenza di Dio o, quanto meno, della sua impotenza su questo mondo. Ogni uomo dovrebbe vivere, almeno un giorno della propria vita, con un bambino sofferente; ne trarrebbe una saggezza che nemmeno mille libri di filosofia o di teologia potrebbero mai trasmettergli.

Quando quel bambino sofferente è tuo figlio questa amara saggezza ti penetra, come un virus, nel cuore e non smette più di circolare in te.

Eppure, non credere che il tuo soffrire sia stato per me solo ragione di dolore. Attraverso i tuoi occhi sofferenti, ho imparato a vedere il mondo; ho imparato a vedere, anche e soprattutto, quanto il mondo sia meraviglioso.

Un giorno, mentre ricevevi uno dei tanti trattamenti inefficaci per la tua patologia, in una sala d’aspetto, abbandonato su un tavolinetto, vidi un piccolo libro senza troppe pretese. Lo aprii e lessi questo haiku del maestro Shiki:

Nella malattia
gli occhi stanchi
a guardare le rose.

Affreschi del ninfeo sotterraneo della villa di Livia (particolare), ca. 40-20 a.C., Villa di Livia, Roma.








pubblicato da j.costantino nella rubrica racconti il 27 agosto 2017