Atomic Blonde

Teo Lorini



La pioggia che ha flagellato la seconda metà del festival ha risparmiato ieri sera l’anteprima svizzera di Atomic Blonde spettacolare mix di azione e spionaggio che costituiva la proposta perfetta per accompagnare verso la conclusione della rassegna locarnese il vasto pubblico della Piazza Grande.
I film basati su un fumetto per lettori maturi costituiscono ormai una sorta di sottocategoria del genere dei cinecomics e la pellicola di ieri sera non fa eccezione, tratta com’è da The Coldest City, graphic novel di Anthony Johnston. Ambientato nel 1989 a ridosso del crollo del Muro, Atomic Blonde è il primo lungometraggio firmato da David Leitch che - non accreditato - aveva già co-diretto assieme Chad Stahelski il giocattolone John Wick.
Siamo però decisamente a un altro livello rispetto al film che ha rilanciato la carriera di Keanu Reeves. Qui c’è innanzitutto una trama spionistica abbastanza verosimile da appassionare lo spettatore e dei personaggi un po’ più spessi della carta velina che costituisce il marchio di fabbrica della serie di John Wick. A cominciare naturalmente da Lorraine, la spia interpretata da un’eccellente Charlize Theron. Che è certamente, come Wick (o come la Evelyn Salt del noiosissimo film di Angelina Jolie) una professionista dell’omicidio a suo agio in qualsiasi tipo di lotta e capace di sopravvivere a intere orde di avversari, ma è anche un corpo che - finalmente - si copre di lividi e mostra tutta la fatica e la sofferenza di anni spesi a menare mani e piedi, ricevere pugni e bastonate e a saltare da auto in corsa, graffiandosi sull’asfalto.
Accanto alla Theron, brillano un paio di comprimari di lusso, come John Goodman e Toby Jones che rifà in chiave fracassona il ruolo di capo dell’MI6 che già aveva nel sublime La talpa. A completare il cast c’è un deuteragonista - James MvAvoy - che però tende a strafare (anche se, in un film in cui il body count va dritto dritto in tripla cifra il verbo “strafare” può apparire surreale), roteando e sgranando gli occhi quasi come in Split (dove però interpretava uno psicopatico dalle personalità multiple, non una spia cinica e disillusa), e snocciolando interminabili monologhi con la sigaretta perenne all’angolo della bocca.
Ma la Theron ha le spalle larghissime, tanto da reggere anche queste sbavature e portare a casa il film. Non da sola: sarebbe ingiusto non riconoscere dei meriti anche a David Leitch, il quale non solo è stato anche stuntman, ma dimostra anche di essersi preparato con scrupolo, filmando delle ottime coreografie di lotta (tra le quali spicca un piano sequenza davvero ragguardevole) e accettando di incorrere nelle ottuse restrizioni censorie del mercato USA che impongono l’assenza della sia pur minima goccia di sangue anche in caso di deflagrazioni e sbudellamenti (su cosa lavoreranno mai tutti gli espertoni delle squadre CSI di mezza America?).
Qui il sangue (come i lividi) abbonda e dà alle esplosioni di violenza che costellano il film una verosimiglianza che riscatta non solo l’istrionismo di McAvoy, ma anche l’accumulo (inevitabile?) di colpi di scena sul finale.
Atomic Blonde mantiene le sue promesse di evasione ad alto tasso adrenalinico e conquista a mani basse il premio di miglior titolo per la selezione della Piazza Grande.








pubblicato da t.lorini nella rubrica cinema il 12 agosto 2017