Charleston

Teo Lorini



Il legame di Locarno con la cinematografia rumena è tanto duraturo quanto felice. Già nel 2007 (lo stesso anno in cui Cristian Mungiu vinceva la Palma d’Oro a Cannes con 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni), il Festival del Verbano presentava un gioiello come la versione restaurata di Indipendenta Romaniei, uno dei primi lungometraggi della storia, e al contempo il kolossal eroicomico Restul e tacere. Tra i molti bei film rumeni ospitati nella kermesse locarnese da allora merita menzione almeno l’intenso e disperato Periferic, diretto da B.G. Apetri e interpretato dalla bravissima Ana Ularu.
L’attrice di Periferic s’intravede anche nel piano sequenza che apre Charleston di Andrei Cretulescu. Quella di Ana Ularu è però un’apparizione fugace dal momento che il suo personaggio, la giovane Ioana, esce immediatamente di scena, uccisa in un incidente stradale. A piangerla rimane il marito Alexandru che però riceve una visita inaspettata. Proprio durante l’ennesima giornata che Alexandru tenta di attraversare con l’aiuto dell’alcool e di una quantità impressionante di sigarette, alla sua porta si presenta il timido Sebastian, raccontando di essere stato, negli ultimi mesi, l’amante di Ioana. Tra i due uomini, opposti per aspetto e attitudine, si stabilisce un rapporto di progressiva fiducia che aiuterà entrambi a trovare il coraggio di attraversare il proprio dolore fino a ritrovare il senso della vita.

Il titolo del film è una storpiatura del nome di Charlton Heston, citato in due dialoghi come icona di un certo tipo di virilità senza debolezze o incrinature a cui aspira il burbero Alexandru e che Sebastian, più sensibile e incerto, mette in crisi. Charleston è dunque - o vorrebbe essere - una commedia nera e al contempo riflessione sul dolore ma anche sull’evoluzione nella nostra epoca del concetto e dei modelli di mascolinità. Le premesse sono però altra cosa dagli esiti: la struttura del film, fatta di tanti brevi sketch, per lo più a camera fissa, è già ampiamente vista e, se talune intuizioni (come il delizioso siparietto che funge da intervallo), strappano un sorriso convinto, sono troppi i momenti in cui tornano alla mente i modelli (Kaurismaki Jarmusch, il primo Moretti…) che costituiscono il retroterra di Cretulescu.
E così questa messa in scena tanto cerebrale e meticolosamente curata (emblematico in questo senso il pranzo a casa dei genitori di Ioana in cui due dialoghi distinti si contrappongono senza sovrapporsi mai con una schematicità e una simmetria che non è esagerato definire architettonica) nuoce all’abbandono all’emotività cui il film dovrebbe tendere e a cui lo spettatore ambisce.
Non si tratta di difetti fatali: Charleston resta un dignitoso esordio. Viene piuttosto da chiedersi perché includere un’opera prima per la sezione più prestigiosa del Festival anziché collocarlo in uno spazio - come i Cineasti del Presente - pensato proprio per quei registi che muovono i primi passi sulla misura del lungometraggio.








pubblicato da t.lorini nella rubrica cinema il 12 agosto 2017