Did You Wonder Who Fired The Gun?

Teo Lorini



Partendo da un racconto tramandato in famiglia, Travis Wilkerson cerca di ricostruire un episodio di cronaca avvenuto a Dothan, Alabama nel 1946: S.E. Branch, nonno del regista e gestore del piccolo emporio del paese esplode dei colpi di rivoltella su un uomo di colore, Bill Spann, il quale viene trasportato nel fatiscente ospedale del paese vicino, dove si spegne dopo due giorni. Nonostante la diseguaglianza sociale e razziale e il clima sfacciatamente favorevole, Branch viene accusato di omicidio di primo grado, riuscendo però a farla franca.
Dopo aver riepilogato questo racconto, tramandato da decenni nella vulgata familiare, Did You Wonder Who Fired The Gun? , il documentario di Wilkerson selezionato per il Concorso Internazionale, parte dalla testimonianza della madre e della zia del regista (le uniche di cui sentiamo delle dichiarazioni), secondo le quali nonno Branch era un razzista molto incline all’uso delle armi, e si allarga poi a un ritaglio di giornale che segnala la sparatoria e a due filmini della famiglia in cui si intravede il bisnonno, un omone rubizzo, dalla fisicità imponente e minacciosa.
Da questo momento il film smette di raccontare fatti o di mostrare evidenze (fotografie, interviste, documenti) e diventa il racconto di ciò che Wilkerson non è riuscito a filmare o registrare. In una caterva di accenni e racconti fatti “a telecamere spente” e “off the record”, il regista ci spiega che ben poche persone, sia nella sua famiglia che nell’Alabama del sud, hanno voglia, intenzione o coraggio di ricostruire la vicenda.
In tale assenza di materiale, il regista monta il suo film (frutto - come ripete spesso - di quattro anni di infruttuose ricerche) alternando immagini (elegantissime, peraltro) dell’Alabama meridionale, fotogrammi del film tratto da Il buio oltre la siepe, ossessive ripetizioni del testo di Hell You Talmbout, la canzone di protesta in cui Janelle Monáe scandisce i nomi di afroamericani vittime della brutalità della polizia. E ancora: legge le mail ricevute dalle zie in cui il bisnonno è di volta in volta assolto da ogni colpa o accusato di molestie sessuali ai danni di figlie e nipoti; aggiunge il racconto dell’ennesimo parente che riferisce di un secondo omicidio perpetrato da S.E. Branch ai danni di un altro afroamericano, un delitto le cui circostanze sono talmente nebulose che la vittima non ha neppure un nome. Infine Wilkerson raggiunge un cimitero dove non trova la lapide di Bill Spann e racconta poi di minacce ricevute a Cottonwood, sede del locale Ku Klux Klan e di un’auto che lo insegue lungo la via per Attalla, la città presso la quale fu ammazzato nel 1963 l’attivista per i diritti civili William Moore (ricordato in una canzone di Phil Ochs da cui Wilkerson trae il verso che dà il titolo al suo film).

Il tema di questo lavoro, formalmente molto curato, è senza dubbio stimolante. Il razzismo degli stati del Sud emerge - o dovrebbe emergere - dal confronto fra la propria famiglia, bianca, prospera, capace di tramandare non solo il proprio nome, ma anche i filmati e le fotografie dei propri membri, e quella degli Spann, i quali, pur vivendo nello stesso ambiente, scompaiono dopo l’omicidio del capofamiglia. Di fronte a un argomento così delicato, il rischio di retorica è altissimo, ma è proprio nella retorica che Wilkerson (cui manca il materiale per ricostruire la vicenda con un minimo di oggettività e sostanza) si getta a capofitto.
A partire dalla tono, impostatissimo, con cui narra i fallimenti in cui incappa la sua indagine, e proseguendo con l’inserzione di canzoni e immagini giustapposte con un effettismo facile quanto velleitario, Wilkerson carica all’inverosimile ogni passaggio del suo film, tentando di supplire con la forma alla sostanza di cui così palesemente difetta.
Non riuscendo a riallacciare le fila della vicenda che ha visto coinvolto il suo antenato, il regista a un certo punto si dilunga su due fatti di cronaca - un’astensione dalle lezioni degli allievi di un liceo segregato e uno stupro di gruppo perpetrato da numerosi giovani bianchi ai danni di una ragazzina di colore al ritorno dalla messa - che cronologicamente anticipano di anni e quindi preparano di fatto il cruciale boicottaggio degli autobus di Montgomery del 1955. È significativo che queste due narrazioni risultino molto più interessanti (proprio perché documentate) delle congetture e degli sfoghi del regista intorno al bisnonno, sintetizzati in un “Quello che posso dire è che S.E. Branch non era un uomo buono”, tanto lapalissiano quanto inconsistente.
Si salva qualcosa di questo bislacco e retoricissimo film? Senz’altro molte delle immagini, tra cui spiccano quelle delle strade dell’Alabama di sera con il cielo virato dal nero a un rosso sempre più cupo. Dell’estetica ostentata e spesso velleitaria di Wilkerson, il lavoro sulla fotografia è l’unico che ci sentiamo di apprezzare. A tale ricerca cromatica si contrappongono molti, troppi difetti, sintetizzabili nell’aurea massima (a Wilkerson evidentemente ignota) per cui “Less is More”. E così la martellante ripetizione dei pochi concetti messi insieme dal film si coniuga all’evanescenza della vicenda che si vorrebbe raccontare. E se la pellicola suscita delle reazioni, esse non sono quasi mai quelle cui il regista mira: dall’irritazione quando Wilkerson ripete di aver impiegato quattro anni per raccogliere il materiale confluito nel film (come se un medico, prima di operare, enumerasse gli esami sostenuti durante il corso di laurea, o il fornaio, anziché vendere tre michette, spiegasse quanta farina ha impiegato nell’impasto), al ridicolo involontario della sequenza di Cottonwood, città dove è assai forte il Klan e in cui non solo Wilkerson non trova manco un incappucciato in pensione, ma anzi dichiara “Qui riesco a inquadrare solo gli alberi” così che lo spettatore non del tutto bovino, la schiena scossa dal brivido della premonizione, squadra scongiuri auspicando che il regista non sia tanto scontato da piazzarci il clip di Billie Holiday che intona Strange Fruit.
Cosa che avviene con desolante puntualità.

L’elemento forse più disarmante di Did You Wonder Who Fired The Gun? è l’ambizione, dal regista stesso dichiarata prima della proiezione, di rivolgersi all’attualità.
Lasciamo al pubblico stabilire se il modo migliore di raccontare il razzismo nella nostra quotidianità, lacerata da una cattiveria ormai istituzionale e terrorizzata dai movimenti degli uomini sulla crosta fangosa del pianeta sia la (mancata) ricostruzione di un delitto di settant’anni fa nell’Alabama della segregazione.
Il film si chiude sulla ripresa della canzone di Phil Ochs. Mentre il Fevi inizia a svuotarsi, un pensiero fastidioso ci ronza in testa, un altro paragone. Quello tra la banalità di questi versi sull’omicidio di William Moore e Only A Pawn In Their Game, il brano del 1963 con cui Bob Dylan, allora 22enne, commenta l’assassinio di un altro attivista per i diritti civili, Medgar Evers.
Al lettore il confronto e il giudizio.








pubblicato da t.lorini nella rubrica cinema il 11 agosto 2017