La “verità” su Pasolini è solo una sceneggiata

Carla Benedetti





Leggendo l’articolo di Ferdinando Camon uscito su Il Piccolo di Trieste del 22 luglio, “Chiaro e chiuso il caso Pasolini”, un brivido di indignazione mi ha colta. E subito dopo una grande pena per Pier Paolo Pasolini. Non solo massacrato di colpi e infine schiacciato dall’auto dopo un’agonia terribile, ma nemmeno mai risarcito nell’unico modo in cui si può risarcire una vittima: facendo luce sul delitto e condannando i colpevoli. Infatti la verità su quell’omicidio non è ancora emersa, dopo quarant’anni. E i colpevoli, esecutori e mandanti, non hanno ancora pagato per quel crimine. Ma Camon dice che il caso Pasolini è chiaro. E si stupisce che ci sia qualcuno che invece lo considera aperto.

L’offesa però non finisce qui. Povero Pasolini due volte! Non solo vittima senza risarcimento di giustizia né di verità, ma persino inchiodato a una morte infamante (ucciso mentre tentava di violentare un minorenne), come vuole la versione ufficiale che per decenni è stata data dell’omicidio. Noi oggi sappiamo che è falsa, che non era altro che una sceneggiata costruita a tavolino dai mandanti per coprire un altro tipo di delitto. Ma per tanto, troppo tempo ci hanno creduto in tanti in Italia. Tanti uomini di cultura, tanti giornalisti, tanti scrittori, tanti politici, che si sono così resi complici, inconsapevolmente o meno, di un depistaggio durato quarant’anni. Questa sceneggiata viene oggi ri-raccontata da Camon ai lettori di questo giornale come se fosse certa (tra l’altro chiamando a testimone Moravia, che invece, come è noto da tante sue dichiarazioni, non ci ha mai creduto) e ce la ripropone persino con i particolari scabrosi con cui all’epoca fu condita per renderla più efficace: “Mentre il ragazzo si tirava su i jeans, Pasolini raccolse da terra un bastone e con la punta del bastone urtò il ragazzo sul coccige. Il ragazzo s’infuriò”. Povero Pasolini, massacrato per ordine di mandanti ancora ignoti e ancora oggi infamato, e da un collega, da un uomo di cultura, che avrebbe quanto meno il dovere di informarsi sul caso di cui scrive, prima di fare certe affermazioni. Camon pare persino ignorare che di recente si sono svolte nuove indagini, che hanno rilevato sugli abiti di Pasolini il DNA di cinque individui diversi oltre a quello di Pelosi. E ignora tanti altri fatti e testimonianze, ormai resi pubblici, che smentiscono quella versione, da lui posta come un dogma. Eccone qualcuno:

1. Pasolini già frequentava Pelosi da alcuni mesi. Glielo aveva presentato Nico Naldini. La loro relazione era nota agli amici. La versione ufficiale lascia invece credere che Pasolini lo abbia rimorchiato per caso quella notte alla Stazione Termini.

2. La notte dell’omicidio Pasolini non andava a rimorchiare ragazzi ma a incontrare un ricattatore da cui si aspettava di avere indietro le bobine del film Salò che gli erano state rubate, portando i soldi per il riscatto sotto il tappetino dell’auto.

3. Sul luogo del delitto c’erano altre auto oltre a quella di Pasolini, una moto e diverse persone di cui oggi si conosce l’identità: i fratelli Borsellino, Antonio Pinna e, probabilmente, Johnny Lo Zingaro (il criminale evaso qualche settimana fa).

4. Nel 2005 Pelosi, dopo aver scontato la pena, ha ritrattato la sua prima confessione, sostenendo di essersi accusato dell’omicidio perché sotto minaccia.

Pino Pelosi non ha ucciso Pasolini, ma si è macchiato ugualmente di un crimine terribile. Ha testimoniato il falso. Si è autoaccusato di un omicidio che non aveva commesso, probabilmente sotto minaccia di morte, per lui e per i suoi familiari. E così ha reso credibile quella sceneggiata. La quale però non avrebbe potuto reggere per tanti anni se non ci fossero stati depistaggi nelle indagini, e senza le complicità, compresa quella, inconsapevole o meno, di tanti uomini di cultura italiani che l’hanno presa per buona senza alcuno scrupolo di verità, e ci si sono affezionati ricamandoci su, facendo di questa morte da “frocio che se l’è andata a cercare”, una “morte sacrificale”, la “bella morte” del poeta omosessuale, “il suo capolavoro”. Ed era solo una sceneggiata!


Questo articolo è uscito su Il Piccolo di Trieste il 24 luglio 2017. L’articolo di Ferdinando Camon non è ancora disponibile in rete; perciò qui manca il link di riferimento.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica appello Pasolini il 25 luglio 2017