Sedici anni dall’insurrezione

Sergio Baratto



Voglio condividere qui, nel sedicesimo anniversario dell’uccisione di Carlo Giuliani e della repressione al G8 di Genova, tre brevi capitoli del mio Diario di un’insurrezione (Effigie 2012).
S. B.

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Morte presunta per omicidio/suicidio

Le grandi manifestazioni, di cui ci si è scordati molto presto e che pure degli anni Zero rimangono uno dei pochi episodi e motivi di conforto, mi tornano irresistibilmente alla mente ogni volta che mi ritrovo a camminare in mezzo alla folla anonima e tramortita del centro di Milano.
La famosa «seconda superpotenza mondiale» è sopravvissuta il tempo di un’edizione del “New York Times”. Milioni e milioni di persone non hanno fermato il disastro. C’era da aspettarselo.
I morti sono morti, e nessuna morte può essere redenta.
Alla lunga, vedere che si è totalmente impotenti è stancante. Si finisce per cadere nello sconforto e in un’amara rassegnazione.

Ho cominciato a scrivere queste pagine nel 2008, quando in Italia l’allucinante inguardabile destra di nuovo al potere inaugurava, in apparenza con un vasto consenso popolare, il nuovo corso politico di istituzionalizzazione della xenofobia.
Erano anni di grande sconforto, di solitudine, di luoghi comuni disumani assurti a leggi mosaiche del discorso pubblico. Il mondo impossibile — impossibile da sopportare, impossibile da concepire — era lì, tutto intorno a me. Gli incubi si avveravano. I deliri razzisti dei politici trovavano un’eco possente nella plebe [1]. Davvero sembrava che la cortina di conformismo incattivito e reazionario fosse diventata un muro impenetrabile, contro cui si sarebbe inesorabilmente schiantato chi avesse voluto ostinarsi a correre in senso opposto. O anche solo chi avesse voluto tentare la fuga. Strada senza uscita, recitava il cartello a ogni imbocco.
Mancava l’aria, si soffocava. Si cercava ovunque con affanno, come pesci caduti sul pavimento, una parola di verità o anche semplicemente di buon senso, che alleviasse almeno un poco il peso di quella solitudine e di quell’isolamento.

Ecco, in quel momento, non ricordo più dove, scrissi così: «Il movimento è morto perché è stato ucciso e perché si è suicidato».
Ucciso da una campagna diffamatoria in grande stile. Le contraddizioni, una certa genericità delle idee, la confusione sui metodi di lotta, la schiuma superficiale, i cascami di vecchiume ancora appiccicati qua e là — tutto questo caos contingente che è tipico di ogni novità colta nel momento del suo nascere, nel caso del movimento è stato ritorto e usato come una mazza ferrata. Fin da subito si è cominciato a pontificare che queste caratteristiche erano immanenti. Addirittura se ne è fatto letteralmente un assioma da premettere a ogni discorso o editoriale sul movimento. Questa falsificazione si è radicata, è diventata un ritornello, un luogo comune martellante come uno slogan pubblicitario sui mass media della destra e della sinistra conservatrice.
Si è detto che eravamo bambini viziati, figli ingrati del benessere, teppistelli innamorati della violenza. Che eravamo ignoranti, velleitari, con poche e sbagliate idee. Che se i nostri intenti si fossero tradotti in fatti, per il (Terzo) mondo sarebbe stata la rovina. Che eravamo fiancheggiatori morali del terrorismo, brodo di coltura della sovversione, nipotini plagiabili dei cattivi maestri; che, in definitiva, eravamo stupidi, manovrabili e facinorosi.
Niente di particolarmente originale. Si sa come reagiscono i giudiziosi valletti dell’ordine. E una strategia nota fino alla nausea.
Pensavo così, allora: che il movimento era morto perché questi virus l’avevano aggredito appena neonato, quando non aveva ancora forze e anticorpi a sufficienza per reagire a quell’attacco. Spregevole, scorretto, ma anche ampiamente prevedibile.

Eppure, nello stesso tempo, il movimento si è anche suicidato, devastato dall’interno da poderose diarree emorragiche. Una costante guerricciola tra bande — non diversa dai giochetti di bassissimo cabotaggio praticati da quella politica di Palazzo da cui, a parole, ci sottraevamo schifati — in cui, volenti o nolenti, ci si è trovati tutti arruolati. Come soldati semplici o come ufficiali, poco importa.
I disobbedienti, presi dalla loro mistica autoreferenziale, puberale, dal feticismo per le formulazioni ambigue, dal piacere onanistico di «spaventare il borghese» (o di convincersi di fargli paura). Gli antagonisti, bloccati nella cella d’isolamento dei loro slogan feroci e manichei, delle loro «Palestina libera Palestina rossa» gridate a sproposito in ogni corteo e in ogni occasione, delle loro nostalgie dell’Autonomia, dei loro «viva Eta, viva Farc» utili solo a sentirsi i più puri e duri di tutti. I grandi sindacati, così sensibili alle lusinghe della campagna elettorale permanente, così inclini a ripiombare nel dormiveglia della gestione ordinaria dell’esistente, del proprio piccolo orticello isolazionista; quelli piccoli, settari e puristi, con leader capelluti, corvini… E poi la componente cattolica, nobilissima, certo, ma tanto pavida non appena si tratta di uscire dal cortile della cooperativa… E le grinfie di quei partiti per la rifondazione del comunismo che, dopo una fugace sbandata senile per la giovane ribelle di rosso vestita, hanno preferito tornare alle rassicuranti sottane della vecchia restaurazione parlamentare…
In cima alla piramide, tutta una serie di capetti (cui per molto tempo si è preferito attribuire l’eufemismo ipocrita di «portavoce») trafficoni come vecchi democristiani, presenzialisti, teledipendenti, a volte molto più ignoranti dei compagni senza nome che pretendevano di rappresentare. Alla base, tanti militanti semplici, con le proprie debolezze, i propri schematismi, le proprie simpatie e antipatie, ma che almeno non sentivano il bisogno di etichette, e che a me, in fondo, sembravano la sola vera moltitudine.
Un potenziale immenso di ribellione a due passi dallo scardinare i pilastri del vecchio ordine e a un passo soltanto dal crollare su sé stesso...

Ma è proprio così? Mi è lecito compilare certificati di decesso? Una cosa, oltretutto, che mi ha sempre nauseato... Sentir dispensare sentenze di morte è uno dei comportamenti che trovo in assoluto più odiosi. Perché mai proprio io dovrei replicare questo osceno meccanismo?
Sono proprio sicuro che sotto i miei piedi in questo momento non stia scorrendo un fiume carsico pronto a erompere magari proprio quando i più delusi o i più disillusi chinando le spalle a bottiglia bofonchieranno con fare rassegnato che «il soggetto è defunto ed è forse da identificarsi con l’oggetto mummificato attualmente esposto in una teca del museo dei movimenti sociali»?

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Inventario delle cose dimenticate

Dunque il luogo comune diffuso dalla propaganda dipingeva un movimento costruito solo sulla negazione, incapace di fare proposte costruttive, anzi con poche idee confuse ed errate. Così irrimediabilmente confuse ed errate, così sommarie e puerili — questo era il sottinteso — che non valeva nemmeno la pena discuterle. Perché un’idea articolata che ci pare sbagliata necessita di essere confutata con argomentazioni altrettanto articolate. Un’idea incoerente, sciocca, non richiede altrettanto sforzo, la si può tranquillamente liquidare con un’alzata di spalle o con una battutina, o in sei sprezzanti righe di editoriale sul “Corriere”.

Esiste ancora, in rete, il programma degli incontri e dei dibattiti organizzati dal Genoa Social Forum nell’ambito del controvertice G8 di Genova. Proprio quel controvertice che nella vulgata di destra si è trasformato nel più vasto e pernicioso assembramento di sfasciavetrine e sporchi sovversivi della storia recente.
Mi piacerebbe qui trascrivere l’elenco completo degli argomenti affrontati in quei giorni, tanto per fare una panoramica complessiva sulle poche e confuse idee. Non lo faccio: sarebbe troppo lungo. Mi limiterò a citarne qualcuna a mo’ di esempio.
Dal 16 luglio 2001, mentre i giornali scrivevano che in preparazione della guerriglia i no-global si stavano armando di sacche contenenti sangue infetto da lanciare contro le forze dell’ordine, a Genova si è cominciato a discutere di queste cose:

  • Tribunale Sociale Mondiale
  • Debito estero e immigrazione
  • Meccanismi delle diseguaglianze globali
  • Forbice dei redditi in Italia
  • Cancellazione del debito e sradicamento della povertà
  • Diritti dei bambini
  • Tratta internazionale di esseri umani
  • Ordine internazionale e politiche di riarmo: Usa, Nato, Europa
  • Guerre e diritti umani
  • Uranio impoverito
  • Balcani tra pacificazione e disintegrazione
  • Economia e industria militare
  • Diritti umani e pace in Sudan
  • Guerre, profughi e il diritto d’asilo
  • Spese militari e disarmo
  • Guerra in Cecenia e attentato ai diritti dei cittadini in Russia
  • Petrolio contro i diritti in Nigeria; il lato oscuro dell’Agip
  • Grandi dighe thailandesi: nuove forme di finanziamento e creazione del debito
  • Distruzione delle foreste (il caso della carta dall’Indonesia)
  • I costi sociali dell’immigrazione delle donne.

Non ho mai capito come potessero rinfacciarci di non avere contenuti costruttivi, idee, proposte. O meglio: so bene chi aveva interesse a costruire e a spacciare l’anti-mito del movimento che sa dire soltanto no, rozzo, ignorante e gonfio di pregiudizi. Eppure bastava informarsi anche solo superficialmente, per conoscere le questioni che ci stavano a cuore. La critica al sistema delle multinazionali. La messa in discussione radicale degli organismi internazionali: WTO, FMI, Banca Mondiale… L’attenzione vigile verso i grandi forum economici, verso i trattati di libero scambio, verso le grandi manovre di esproprio e privatizzazione dei beni comuni fondamentali (l’acqua in primis). L’idea di circondare i potenti del pianeta facendoli sentire accerchiati e sotto assedio costante. La battaglia per la cancellazione del debito dei paesi poveri. L’arma del boicottaggio contro le corporation. La lotta contro le biotecnologie e contro l’asservimento di ogni cosa alla logica del profitto…

Persino gli assalti ai bancomat, nella loro ingenua spettacolarità, esprimevano (seppure in modo controproducente) oscuramente un impulso sovversivo e controcorrente che mi allargava il cuore, perché mi faceva dire «Allora non sono il solo a provare certe cose…». Cosa? La ribellione (romantica? Sì, romantica! E allora?) contro l’onnipervasività del culto del denaro, il vitello d’oro che è diventato il vero monoteismo della nostra epoca e della nostra società.

A distanza di anni, provo ancora uno stupore prossimo alla vertigine quando ripenso all’attenzione e all’intensità con cui si guardava a tutto ciò che accadeva nel mondo, al senso di urgenza e di affratellamento che non si affievoliva con l’aumentare delle distanze.

Due episodi su tutti, ripescati a caso nel magazzino della mia memoria e rimasti come appiccicati l’uno all’altro forse per via della loro contiguità temporale: l’incontro con i rappresentanti del popolo Innu, affollatissimo di gente venuta da tutta Milano per ascoltare le rivendicazioni e i problemi di persone arrivate da una remota regione del Canada perché ciò che accadeva laggiù — genocidio culturale, scempio del territorio ancestrale e prepotenza militare nato — ci riguardava direttamente come se stesse succedendo anche qui; il partecipato McStrike! davanti al McDonald’s di Piazza Duomo, in concomitanza con i compagni di Glasgow, per protestare contro il precariato e contro la merda materiale e immateriale del McMondo, in un tardo pomeriggio feriale d’autunno.

Due piccoli fatti che oggi mi sembrano impensabili, inimmaginabili. Eppure succedeva anche questo, il 15 e il 16 ottobre dell’anno di grazia e disgrazia 2002.

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Perturbante, sacrilego, sorgivo

Pur con tutti i suoi difetti, il movimento altermondialista (parola elegante ma un po’ troppo educata) o no-global (secondo una fuorviarne ma — come spesso accade — efficace semplificazione giornalistica) ha per un breve periodo agitato le acque morte della politica e della società, attraversando come un’onda sonora meridiani e paralleli dal Sudamerica alla Siberia, da Seattle alla Corea. E stato il primo vero e proprio germoglio di rigenerazione nella storia della sinistra mondiale da decenni a questa parte. Per la portata seminale delle sue caratteristiche, questa esperienza non può in nessun modo essere sottovalutata.

Si è trattato del primo movimento insurrezionale internazionale organizzato dopo il crollo dell’esperimento comunista, del primo tentativo (si pensi per esempio alle prime edizioni del World Social Forum di Porto Alegre) di costruire su basi nuove e ancora più ambiziose un’Internazionale del XXI secolo, anzi una federazione dell’umanità su scala planetaria.

Ha mostrato la persistenza della possibilità di un’altra sinistra, alternativa ed estranea alle due versioni opposte e speculari della sinistra incarnatesi nel secolo scorso, entrambe appiattite su una miope e angusta visione economicista, entrambe convinte che esistesse un invincibile cammino della storia.

Perciò si può dire che ha rotto con tutta la tradizione — affetta dalla tara ereditaria e fatale dell’illusione teleologica, del mito del progresso, dello scientismo e dell’industrialismo — che ha dominato la sinistra dai primi bagliori dell’utopia marxista alla conversione mercantile degli ex comunisti.

Ha rigenerato idee e concetti che il pensiero dominante neoliberista si era affrettato a seppellire: fratellanza, internazionalismo, democrazia diretta, partecipazione.

Ha sfondato il classismo e incarnato la necessità e l’urgenza di un movimento di persone e per l’umanità fondato su basi ancora più profonde e più radicali.

In un’epoca in cui la sinistra integrata nel sistema ha fatto propri gli idoli tecnologici e, nel nome della fandonia mortifera chiamata sviluppo, difende l’esigenza capitalista di produrre scorie nucleari, intossicare la Terra e modificare geneticamente gli organismi viventi a scopo di lucro, ha avuto il coraggio di dire «Adesso basta!». In altre parole, è stato il primo movimento insurrezionale internazionale organizzato nella storia della sinistra in cui la consapevolezza e la responsabilità di essere parte della biosfera avesse un ruolo centrale, il primo ad avere tra i suoi moventi e i suoi obiettivi la difesa del pianeta e la lotta contro il sistema che lo sta depredando e distruggendo.

Di conseguenza, ha rappresentato il primo abbozzo di esperienza politica tesa a farla finita con l’illusione antropocentrica che costituisce il peccato originale e il difetto strutturale di tutte le religioni monoteiste, siano esse metafisiche o materialiste.

Ha cercato di riaprire i giochi, di sublimare le proprie radici, che erano molte e molto diverse (comunismo, anarchismo, sindacalismo, ecologismo radicale, cristianesimo del dissenso ecc.) per partorire qualcosa che fosse decisamente nuovo. Questa ambizione, in un’epoca dominata dal cinismo dei becchini postmoderni («Le ideologie non sono più possibili, nulla di nuovo è più possibile, nasciamo tutti già morti e tutte le strade sono già state percorse»), è la massima eresia.

Si è perciò trattato di un movimento sacrilego, in virtù della sua pretesa di risacralizzare la vita. Contro l’ideologia dominante, funzionale al potere globale e basata sul dogma assoluto del relativismo di ogni cosa, ha avuto la temerarietà di proporre una serie di valori assoluti, di universalia humana.

Può essere che la mia verginità ideologica e la mia ingenuità mi abbiano portato a non vedere quanto di ereditario o anche solo di tradizionale restava nel codice genetico del movimento. Ma se questo è servito a far risaltare ai miei occhi gli elementi nuovi, sorgivi, aurorali, a farmi notare sfumature, guizzi e butti invisibili agli sguardi scafati ma impigriti delle vecchie volpi, allora mi tengo stretta la mia visione selettiva e lascio volentieri a quegli altri la semicecità.




[1] In Le origini del totalitarismo, Hannah Arendt stigmatizza l’errore di «identificare la plebe col popolo invece di considerarla come una sua caricatura»: «La plebe è composta da tutti i declassati. In essa è rappresentata ogni classe della società. Perciò è così facile confonderla col popolo, che pure comprende tutti gli strati. Mentre nelle grandi rivoluzioni il popolo lotta per la guida della nazione, la plebe reclama in ogni occasione l’“uomo forte”, il “grande capo”. [...] I plebisciti, con cui i dittatori moderni hanno ottenuto così eccellenti risultati, sono quindi un vecchio espediente degli uomini politici che capeggiano la plebe. [...] L’alta società e i politicanti della Terza repubblica avevano alimentato con una serie di scandali e di frodi la plebe francese a cui, in un’epoca che non conosceva ancora la disoccupazione come fenomeno di massa, erano affluiti i ceti medi travolti dalla rovina economica. Essi provavano, per questo prodotto del loro malgoverno, un sentimento di paterna condiscendenza, misto ad ammirazione, coscienza sporca e paura. Il meno che la società potesse fare per la plebe era proteggerla verbalmente. E mentre la plebe aggrediva gli ebrei per la strada, e prendeva d’assalto i loro negozi, il linguaggio dell’alta società faceva apparire la violenza fisica un innocente gioco da ragazzi». Qui la Arendt parla della Francia negli anni cruciali a cavallo tra il XIX e il XX secolo; ma si provi a sostituire gli «ebrei» con gli «immigrati» o gli «zingari» e i «negozi» con le «baracche», e si otterrà una descrizione assai poco fantapolitica delle tendenze presenti nella società italiana di questi anni.





pubblicato da s.baratto nella rubrica democrazia il 20 luglio 2017