Abbiamo ancora bisogno di candele

Federico Ferrari



Sulla poesia di Domenico Brancale.

Non so come si collochi la poesia di Domenico Brancale all’interno del panorama italiano. Non mi interesso più, ormai da molti anni, di “panorami”, perché vi vedo solo cliché da cartolina, immagini da tripadvisor della cultura o poco più. Detto altrimenti, non ho idea dello stato dell’arte di quella che la critica definisce la poesia italiana contemporanea e, di conseguenza, nemmeno dell’importanza o meno che sempre la critica attribuisca ai versi di Brancale (benché possa farmene un’idea… conoscendo la scarsa propensione del poeta lucano alle pubbliche relazioni, allo scambio di favori, alla comunella). A partire da questa dotta ignoranza, ho letto le pagine di Per diverse ragioni (Passigli, 2017). E c’è un verso che mi si è conficcato nella testa e che non riesco più a tirare fuori: “Qui dove stiamo vivi nella morte. / Noi gli increati. / Abbiamo ancora bisogno di candele”.
Perché questo verso? Perché credo che Brancale vi colga un’emergenza di senso epocale. Un’emergenza ancora non del tutto visibile ma che affiora ormai da più parti, in più voci, per lo più solitarie, che, in modo radicale, stanno prendendo congedo tanto dalla grande cultura sperimentalista del Novecento quanto dalla fogna mediatico-consumistica in cui quello sperimentalismo è naufragato negli ultimi vent’anni del secolo scorso e nei primi di questo.
Se, infatti, ogni serio uomo di pensiero, ormai da quattro decadi, o si è visto costretto a chiudere occhi, orecchie e bocca per non soccombere all’orrore della cultura propagandata dai grandi giornali e dai lacchè che vi scrivono (cultura la cui insignificanza e caducità è direttamente proporzionale alla durata di lettura dei media che la commercializzano) o è stato obbligato, con un certo imbarazzo se non ribrezzo, a ritrovarsi in compagnia di figuri che credono ancora, dopo i disastri di un secolo intero, che la cultura abbia una funzione politica e sociale, declinando questo impegno in ridicoli convegni, riunioni e vernissage in cui ce la si canta e ce la si suona mostrando il proprio impegno e la propria responsabilità per il globo terraqueo (se Sartre aveva già un che di patetico nel suo atteggiarsi a difensore del mondo nei café di Boulevard Saint-Germain, i suoi epigoni sono grotteschi, se non vomitevoli, nei loro simposi da jet-set internazionale, con relativa corte al seguito).
Il libro di Brancale si muove su un tutt’altro livello. Scarta di lato, rispetto a questa falsa alternativa, e si concentra esclusivamente sulla parola, su quella parola fragile e potente a cui un individuo, quando si dice poeta, decide di dedicare la propria intera esistenza. Il fatto che un uomo consacri la propria vita alla parola, non alle conseguenze delle parole (poco importa, in questo senso, se economiche o politiche), dovrebbe far comprendere quale importanza sia riservata alla parola in un reale atto poetico.
Ecco, Brancale rimette al centro del gesto poetico la parola; come altri, in altri campi, vi mettono la pittura, la scultura, il pensiero, il ritmo, l’immagine, ecc. È per me perfettamente chiaro che, in questa rinnovata attenzione alla parola, al suo respiro primario, al suo aggrumarsi sul foglio, nel gesto di Brancale appare qualcosa di molto simile a una dimensione trascendente. Non nel senso che il poeta cerchi attraverso le parole di descrivere una dimensione trascendente, ma, più radicalmente, nel senso che la parola, per il poeta radicale, diviene, in sé, luogo di una trascendenza: la parola trascende se stessa e si fa luogo di una epifania del verbo. Se questo verbo sia divino non è dato sapere. E, probabilmente, non è nemmeno importante saperlo. La parola poetica non è dogmatica né dottrinale. Quel che conta, quel che fa assumere un valore incommensurabile (e quindi sottratto a tutte le logiche di mercato, tanto economiche quanto simboliche) ai versi di Brancale è che essi si configurano come una preghiera, come parola rivolta ad una dimensione altra rispetto alle miriadi di parole di questi anni, tutte tese a un’utilità, personale o collettiva, personale e collettiva. Nei versi di Brancale ci si trova di fronte a un’invocazione, a una voce. Domenico Brancale ha una voce, è una voce (“una voce ascoltata \ una voce esaudita \ una voce respinta”). Una voce capace di invocare e di vocare a sé la necessità di un’altra parola e di un altro silenzio (“è tempo che il silenzio riaffiori”).
È giunto forse il momento che la cultura, quell’eterno antidoto alla volgarità del secolo, lasci risuonare nuovamente del silenzio. Lasciar risuonare del silenzio è un compito ossimorico, se non dell’ordine dell’impossibile. Eppure è proprio di questa impossibilità che la grande poesia parla, ed è per questo che la poesia è l’apertura di una trascendenza. Brancale non ha paura di porsi di fronte a questa apertura. Vi lascia risuonare i suoi versi. A noi ne ritornano echi di straordinaria finezza e profondità. Come un sonar ultrasensibile, la sua poesia ci lascia percepire profondità sconosciute che si aprono dentro di noi e dentro questo nostro tempo così pieno e così poco disponibile ad indagare il vuoto (vuoto che, solitamente, si preferisce riempire).
Sento le sue parole nel silenzio dei miei pensieri (“Rimanere in silenzio. Respirare l’universo”). Le lascio risuonare e vi scruto il profilo umbratile di un altro mondo, immobile e metamorfico, eterno e in divenire. Ogni parola è come una candela accesa nella notte. Fragile, come fragile è ogni creatura e come ancor più fragile è una creatura increata. Candela votiva rivolta al nulla. Necessità di una fede nella sola parola, in una parola senza garanzie, che non salva e non redime, ma aiuta a sperare in un altro mondo, in questo mondo che è anche e sempre altro da sé. Vita nella morte e morte nella vita, dove “tutto è infinito sul punto di finire”.

Le immagini sono tratte dalla mostra di Nicola Samorì La candela per far luce deve consumarsi, a cura di Marcello Smarrelli, visitabile a Pesaro, presso il Centro Arti Visive Pescheria, fino al 1 ottobre 2017.








pubblicato da j.costantino nella rubrica poesia il 18 luglio 2017