Intervista su Albedo

Vanni Santoni Sergio Nelli



È da poco uscito per Castelvecchi Albedo, nuovo romanzo di Sergio Nelli. Lo abbiamo intervistato.

Albedo viene da lontano, si origina in un racconto scritto molto tempo fa, così come l’idea di una comunità di recupero era qualcosa intorno a cui avevo cominciato a ragionare per un’altra storia anni fa: c’erano, insomma, una serie di temi e figure che avevo contemplato in passato senza poi aver dato forma a qualcosa di preciso. Anche sulla questione dell’alcolismo, che è cruciale per l’innesco del romanzo, avevo fatto una ricerca specifica abbastanza vasta nel 2000. Mi interessava la psicologia dell’alcolista, così andai in una comunità di disintossicazione a fare interviste, registrai una quindicina di audiocassette, mi sembra per quasi tutto il mese di luglio, e in una seconda tornata autunnale, quindi uno studio abbastanza impegnativo, le ho ancora con me e sebbene non abbia sentito poi il bisogno di riascoltarle hanno costituito una base importante per lo sviluppo del romanzo. Ho sempre pensato che leggere e interessarsi a cose le più diverse, impicciarsi in qualche modo, rappresentasse un capitale invisibile. Quando ero studente di filosofia, un pomeriggio al Pellegrino (la facoltà in via Bolognese), Eugenio Garin, a cui rompevo le scatole dopo le lezioni, mi disse: Caro Nelli, sa cosa bisognerebbe scrivere qui all’ingresso? Chi vive di sola filosofia muore di fame. Questa cosa mi è rimasta in testa sempre anche quando ho intrapreso una diversa ricerca.

“La gioventù del protagonista di Albedo, i suoi interessi artistici e l’ambientazione contemporanea mi hanno portato a immaginarlo in contatto con una “scena letteraria fiorentina” che può ricordare quella che abbiamo oggi, e con la quale, nonostante la differenza di età, mi sono trovato. Quando mi sono trasferito definitivamente a Firenze, fine anni ’70 inizio ’80, ho scritto da solo, quasi sempre chiuso in casa, per molto tempo, e i primi sodali li ho trovati a Milano, se si eccettuano Mariella Bettarini e Roberto Carifi. Per questo mi ha colpito molto trovare, a un certo punto, un gruppo di giovani così impegnati sul fronte della letteratura, così presi dal leggere, dallo scrivere, dal presentare i libri degli altri; l’empatia con voi tutti è stata immediata, come del resto sai.

Credo sia utile in assoluto cercare di far parte di una scena letteraria, scrivere, leggere in pubblico, fare recensioni o interviste ai colleghi, scrivere su riviste o fondarne, organizzare presentazioni di autori che ci piacciono: al di là della soddisfazione in sé che tutto questo dà, e del bene che fa alla comunità in cui si vive, credo sia qualcosa che torna anche nel lavoro di scrittura, magari gli effetti non sono diretti quanto quelli che hanno la lettura e lo studio, ma aiuta, aiuta molto, e per questo mi rallegro della vivacità letteraria che si respira oggi a Firenze, della scena che tu e gli altri avete creato dal nulla (e nel silenzio imbarazzante delle istituzioni) in questi anni: è un elemento di arricchimento per chiunque, qui, scriva, e lo posso dire con cognizione di causa avendo fatto esperienza della città quando la scena non ce l’aveva.

“Quando sono venuto a Firenze, come giovane pieno di ambizioni e di voglia di fare, e quindi in una condizione esistenziale simile a quella che ha animato, in questi anni, il gruppo di scrittori, critici, poeti e agitatori culturali che a vario titolo fa capo a “FiLett”, le persone come me erano poche. Credo che noi vivessimo un’idea castrante di terminalità: meglio non cimentarsi con il poien visto che tutto è stato detto e scritto. La strada praticabile? Un discorso sul discorso, sui discorsi, ecc. Mi sembra che oggi questa posizione ideologica abbia significativamente perso verve e siano molti di più quelli per cui è importante il coinvolgimento attivo nelle arti. Tutti “devono” provare a produrre qualcosa, e lo trovo un fatto interessante di per sé, intorno al quale vale la pena costruire una storia.

“Così David, il protagonista di Albedo, vive in mezzo a una congrega di artisti nella quale è il più giovane – ho voluto ribaltare la mia posizione anagrafica rispetto al gruppo che esiste nella realtà; nel tratteggiarlo, però, dato che volevo accompagnare il disagio esistenziale del protagonista con un problema oggettivo, che in qualche modo lo radicasse, ho ritrovato il mio vecchio interesse per gli alcolisti e ho unito le due cose. Abbiamo quindi al centro del romanzo un alcolista, ma relativamente poco problematizzato rispetto alla dipendenza in questione: con Albedo non intendevo fare un discorso sulle comunità, sulla disintossicazione dall’alcol e neanche sulle ragioni che possono portare una persona a bere troppo: mi interessava la postura dell’alcolista come posizione di intrinseca e per certi versi volontaria debolezza esistenziale.

“Al di là del dato anagrafico ribaltato, credo ci siano due cose che mi rendono simile al protagonista di Albedo: una forte volontà di ricerca in ambito artistico, che può magari essere anche velleitaria o fallimentare ma è vissuta con grande impegno e empatia, e una parimenti decisiva ricerca di spessore nella dimensione sentimentale e sessuale (che non significa, per carità, raggiungere dei traguardi). Si tratta di due aspetti dell’esistenza che per me vanno di pari passo, e infatti è immediata la mia simpatia per chi condivide questo approccio rispetto al mondo – simpatia che però non va solo ai romantici ma anche ai più sganasciati dei nichilisti, come per alcuni versi ero io alla vostra età.

“In effetti non sono troppo contento della mia giovinezza, credo di aver dato il meglio dopo i trent’anni. Fino a quel momento mi hanno condizionato molto degli ingombri che mi portavo dietro, un eccesso di scetticismo, un’autostima sempre pronta a collassare, lo spirito del tempo… In realtà dopo l’università ho anche prodotto qualcosa che era, forse, decoroso, ma non mi ha dato sicurezza, anzi a volte ha avuto un effetto addirittura opposto. Nonostante avessi scritto, per un po’, anche da ragazzino, l’accesso alla scrittura letteraria per me non è stato semplice: solo molto tardi sono arrivato a una scrittura che ha cominciato a sembrarmi accettabile. Sono di formazione filosofica e il primo libro che ho pubblicato è un testo antologico che si intitola Determinismo e libero arbitrio da Cartesio a Kant (uscì per Loescher nel 1982) e poi un saggio sulla questione della teodicea ai tempi di Bayle e di Leibniz. All’inizio il passaggio dalla teoresi alla narrativa, per quanto ardentemente lo cercassi, è stato fallimentare: non riuscivo a scrivere quello che avrei voluto, dato che mi rifiutavo categoricamente di redigere libri da scrittore medio, finendo però per scrivere cose da scrittore scarso

“Il mio primo vero libro è Ricrescite, uscito per Bollati Boringhieri nel 2004 (ma scritto nel 2000), e che è di fatto oltre che un diario a tutto campo, la storia di un lungo apprendistato in ambito poetico-letterario; prima avevo provato, con scarsi risultati, a scrivere anche dei racconti. Mi ha stupito scoprire che mio padre avesse coltivato con costanza la stessa volontà. Dopo la sua morte (recente, all’età di 98 anni e tre mesi) ha lasciato a me a mia sorella e ai nipoti oltre a articoli e racconti che aveva scritto per il Tirreno, un manoscritto, intitolato Un uomo e due donne: era convinto di aver scritto (non son riuscito a capire quando) un libro dotato di un qualche potenziale e voleva lasciarlo a noi, pensando che potessi e volessi pubblicarlo a nome mio, trovando così, finalmente, una svolta bestselleristica… Un atteggiamento oltremodo presuntuoso, ingenuo, risibile, ma, conoscendolo, anche generoso, dato che era convinto, con qualche perplessità intermittente (inevitabile se non si è sciocchi), del valore di ciò che aveva fatto. Era come se intendesse: ho cercato di lasciarvi dei beni materiali, ora provo anche con questa cosa.

Albedo ha importanti elementi di continuità con ciò che ho scritto, anche se credo che segni il primo movimento di uno scarto che la mia scrittura sta vivendo. Rispetto ai miei esordi sono forse ancora impregnato di tremore, di scetticismo, di non piena adesione all’operare e al determinarsi (nel senso di Goethe e di Hegel). Ma non mi va, anzi, combatto ogni giorno con tutto questo e la scrittura per me è sempre un campo di battaglia, il luogo stesso in cui si svolge questo combattimento, che non ha fine e coinvolge anche tutto ciò che leggo, tant’è che non ti saprei indicare dei riferimenti precisi, degli ascendenti per la mia scrittura, te ne direi troppi o troppo pochi, e sì che sono un buon lettore, sono fresco reduce dalle milleseicento pagine di Abbacinante di Mircea Cărtărescu… Ma non posso identificare con chiarezza dei libri più o meno influenti perché per me il rapporto con la letteratura è interamente legato alle parole, e quindi anche con un flusso che si articola con continuità attraverso una molteplicità di libri, tanto in verticale quanto in orizzontale. Quando si parla di narrazione, narratività, narratori, si pensa prima di tutto alla trama, ma per me la narrazione è anzitutto il flusso delle parole, il loro uso, la loro composizione, l’armonia che generano – anche per questo ho apprezzato moltissimo Abbacinante, (anch’io ho detto o scritto che è illeggibile, ma per “illeggibile” intendevo: con quel libro in mano si gode di più) così come ho ammirato i romanzi di autori di culto come Wallace o Bolaño: spesso i libri cosiddetti “di trama” mi deludono perché manca un vero impegno della scrittura, cioè invenzione, visione, autenticità, slancio antiepigonale. Questo non significa avere delle preclusioni per un ventre generoso e prodigo nel racconto: penso, per fare un solo esempio, al meraviglioso Le vergini suicide di Eugenides. Credo che la finalità dell’attività letteraria sia arrivare a una scrittura capace di riflettere, riverberare e riprodurre la complessità del mondo (e di sé), e difficilmente ciò è qualcosa che dipende (soltanto) dalla trama che si sceglie di raccontare: dipende, piuttosto, da come la si racconta. L’albedo, da cui prende il titolo il libro, che poi, nella finzione romanzesca, è anche il nome della comunità in cui il nostro protagonista va a disintossicarsi, è in effetti un fenomeno di rifrazione. A quello pensavo, più che a altri usi, alchemici e quindi iniziatici, del termine, quando l’ho scelto. Anche la copertina in qualche modo lo può ricordare, benché rappresenti pioggia ed erba: essa riproduce un quadro intitolato Copula, di un amico di lunga data, il pittore fucecchiese Luigi Fatichi. Albedo, questo non l’ho ancora detto, è anche e soprattutto una storia d’amore.

L’intervista è già uscita nel blog minima & moralia il 12 giugno 2017








pubblicato da s.nelli nella rubrica a voce il 17 luglio 2017