C’è un welfare del fuoco. Non si spegne con le parole

Pietro Treccagnoli



Il Vesuvio brucia da dieci giorni e nessuno sa perché.
Le spaventose immagini trasmesse e stampate evocano il risveglio del mostro di fuoco, scenari da ultimi giorni di Pompei. Per fortuna non stiamo assistendo a un’eruzione.
Non è la natura che si sfoga o si ribella, ma è la bastarda mano dell’uomo che appesta l’aria e distrugge la vita, le pinete, la fauna selvaggia, la poetica ginestra, i vigneti della preziosa catalanesca.
Il Vesuvio brucia e ha scatenato l’ennesima retorica, una lava incandescente di parole, stucchevole e, lasciatecelo dire, cialtrona, perché facile, rozza, prevedibile.

Il vulcano, il grande totem di Napoli brucia e si fa più fatica a spegnere le chiacchiere inconcludenti che le fiamme devastanti. Mentre gli eroici vigili del fuoco combattono ancora le ultime scaramucce contro il drago, si punta il dito su una probabile vendetta degli abusivi ai quali sono state confiscate le case e che non hanno mai gradito la realizzazione del parco nazionale: un ente disarmato che dispone appena di 15 impiegati, una sola auto di servizio e più nessuna guardia del territorio. Tuttavia sarebbe ben strano che gli abusivi avessero interesse a trasformare le aree attorno alle proprie case in una landa desolata. Ma di questo si sta a discutere.
La verità è che cosa muova davvero la mano di chi innesca la maledetta macchina degli incendi non lo sa nessuno e forse non è possibile saperlo. Ma non ci aspettiamo molto. Perché non è la prima volta che la tragicommedia dei roghi estivi va in scena nel Paese della retorica. La verità, ancora, è che nessuno ha mai saputo spiegare completamente perché per anni e anni sono andati a fuoco ettari su ettari di boschi della penisola. Persino le ultime leggi penali sugli incendi dolosi non hanno prodotto finora nulla, come nulla di radicalmente efficace potrà produrre la legislazione sui disastri ambientali per risanare le crudeli ferite inferte ai 200 ettari del Vesuvio ridotti in cenere e ripagare i danni per oltre 100 milioni finora censiti.

C’è una sola risposta, secca, brutale. In Italia non esiste alcuna tutela del territorio. Non c’era prima di questa innaturale eruzione e non c’è nemmeno adesso, quando vengono fatti allignare tutti i fuochi fatui di mezza estate che costantemente devastano l’intero Mezzogiorno dalla Puglia alla Sicilia. Non esiste una vera politica della prevenzione, che andrebbe praticata tutto l’anno, perché non è uno stendardo stracciato da sventolare all’occorrenza. In Campania, impegnando ingenti risorse economiche, utilizzando esercito, droni, lavoratori socialmente (in)utili, pattuglie e tutto l’armamentario delle grandi occasioni, si è riusciti a malapena a ridurre di un terzo i roghi. Che cosa sarebbe cambiato se invece di duecento ettari sull’arida schiena del formidabil monte ne fossero andati in malora solo 130, spostando com’è stato fatto, i militari dalla Terra dei Fuochi al Vesuvio in fiamme? Poco o niente.

Sono decenni che stiamo a raccontarci, come una favola nera, gli sversamenti dei liquami, il sotterramento di chimica illegale, gli incendi di cumuli di monnezza ammorbante, le conseguenti testimonianze di pentiti in cerca di benefici di legge e patenti di credibilità mentre le indagini finiscono sempre più spesso in un vicolo cieco. Vanno invece tranciati i nodi gordiani dell’economia sommersa e illegale, che genera questa tragedia quotidiana con centinaia di migliaia di campani costretti a respirare veleni giorno e notte. Va smantellato il welfare del fuoco, con la manovalanza raccattata e irretita con una manciata di euro.
La prevenzione si fa con la manutenzione instancabile e non attraverso discorsi roboanti, annunci senza seguito, allarmi che, al netto del conseguente danno d’immagine dei prodotti locali, non sono serviti a cancellare il male. E se da solo il pubblico non riesce a controllare (per insufficienza di risorse o di competenze) si coinvolgano anche i privati o chiunque voglia partecipare a una sinergia capace di produrre (e perché no?) degli utili.

Non si può combattere un nemico invisibile con i foderi, mentre le sciabole restano appese ai muri, o lavarsi la coscienza con la parolina magica, il passepartout per il paradiso degli ignavi: camorra. La si pronuncia, la si scrive, la si ripete come un ritornello stonato e tutto torna in ordine per ricominciare, appena le fiamme si sono placate, il balletto dell’indifferenza. Non è neanche più una maschera del fatalismo, è solo il coperchio del diabolico pentolone dell’incapacità.

L’editoriale è apparso su Il Mattino oggi 14 luglio 2017








pubblicato da s.gaudino nella rubrica condividere il rischio il 14 luglio 2017