Sette spose per sette vite

Gabriella Montanari






Cesira è stata la mia prima. Innanzitutto, per poterla chiamare madre, ho cercato il suo pelo. Non lo avrebbe fatto anche lei, dottore? Era rado e tinto, lo tagliava corto. In compenso era ricoperta di pelle da sposa. Lisciava la mia schiena di orfano con le sue dita da fabbro odorose di soffritto. Portava all’anulare una fede cieca nella pensione a fine mese. Il riso, con lei, non scuoceva mai. Giocavamo con una palla di luna e acari, sonnecchiavamo negli stessi sogni, la mia voglia di caccia, il suo rammarico per non essere più preda. Nella ciotola stagnava tanta di quella Manzotin da colmare anche i vuoti più incrostati. Pisciare sulle sue pattine da nevrotica compulsiva era il mio modo per abitare la sua solitudine. Ma vede, dottore, Cesira era… era stupida. Io marcavo il territorio affettivo e lei cospargeva gli angoli di varechina. Era stupida e pure asmatica. I suoi giorni contati avrebbero rifocillato i miei appena sfornati. Il mio samsara scorreva lungo la sua aorta. Ho iniziato a berla, ogni notte. Sangue acre con retrogusto di tempo stantìo. Mentalmente ed ematicamente uno zero, Cesira, generosa donatrice universale.

Poi, dottore, è stata la volta di Giada, la vergine di pietra con ascendente granito. Una sagoma di carta velina, un’ombra vestita Zara dagli omeri sporgenti alle caviglie inesistenti. Taglia SS. Sa di cosa, dottore ? Di Scheletro Secco. La madre si era raccomandata «ora sei il suo pet, te l’affido per la therapy». Una buona donna che, anziché alla Garbatella, era convinta di vivere a Nottinghill. Pet mi suonava olfattivamente ingiurioso, ma per Giada avrei annusato anche il cloroformio dell’orgoglio. E mentre lei si affidava al sonno, centellinavo il suo sangue per paura di sciuparla. Sangue acerbo, plasma con l’antigene del disamore di sé.

La mia terza vita l’ho immolata ad Antoneta e ai manicaretti della Transilvania. La sua musaca mi riconciliava con l’essere bestia. Dottore mio, per me l’Eden non era altro che una porzione abbondante di polpettine di manzo al timo. Rumena dentro, badante fuori, dosava l’arsenico e il peperoncino con la stessa maestrìa. A lei posso dirlo, dottore. Siamo stati complici nell’attuare la soluzione finale: far fuori la vecchia. Svampita e piena di grana. In fondo, ci è bastato finire il lavoro iniziato dall’Alzheimer. Antoneta ha ereditato il suo lasciapassare per il ritorno in patria. Io il suo sangue speziato, esotico di agglutinina e aglio. Un’esperienza emogastronomica a prova di vampiro.

Con Palmira, eh… con Palmira pensavo fosse amore, invece era un’ossessa. Frequentava un umano, lui la frequentava carnalmente, ma senza fini riproduttivi. Lei teneva sul comodino una sveglia biologica, temeva potesse squillare da un momento all’altro. Per questo spalancava la porta e le cosce a ogni seme di passaggio. Io mi fingevo addormentato sul divano e trattenevo il fiato, anche quando, dopo un crescendo di grida e versi disumani, strani spruzzi di colla trasparente atterravano sul mio manto. Perché io, dottore, IOOOOO!!! CAPISCE AMMÉ, DOTTÓ??? Io, io… l’amavo… Estraneo al vezzo della gelosia, l’amavo con tutte le vibrazioni della laringe, l’amavo con la pancia all’aria, con la coda al cielo, con la fronte contro il suo polpaccio boschivo. Sapevo come ingravidarle di gioia le giornate. Ma non sapevo cosa cercasse esattamente con la mie zampe anteriori dentro le sue mutandine sfilacciate. Mi restituiva i polpastrelli umidi e un sorriso ebete. Di notte tracannavo il suo sangue. Scipi globuli da irriducibile ricevente universale. Anche un po’ zoccola.

E poi Virginia, la sposa bambina… Una settimana da mamma, una da papà. Due letti bagnati, due armadi gonfi, due case della Barbie. Con lei ho conosciuto l’ebbrezza della gabbia da viaggio, ho imparato a spiare le lacrime. Non avrei voluto… con lei, no… eh, no! Solo una merda avrebbe potuto, ne conviene dottore? Come avrei potuto rubare vita a un’esistenza già prosciugata? Ma le sue piastrine mi foderavano lo stomaco d’innocenza. Il suo fattore infanzia mi trasfondeva dolci stille di rosolio. Sangue giovane ma promettente. Slurp! Ah, sì, certo… mi scusi.

E siamo a sei. Di Fernanda la gattara ricordo l’alito da assaggiatrice di crocchette e il culo da tendone del circo. Tagliava il polmone con le forbici poi si puliva le mani sulla sottoveste sfigurata dai rattoppi. Si vergognava di aver amato Rosa. Fuggita di casa, si era data anima e risparmi a noi pulciosi. I randagi le miagolavano «mammaaaa» e le si strusciavano contro emettendo secrezioni edipiche. Vuole che le dica una cosa, dottore, visto che tanto è qui per questo? Solo a me! Di notte solo a me concedeva di dormirle sul torace. Russava come bollitore elettrico, un’impresa centrarle la giugulare! Sangue diverso, di omogruppo, incompatibile con il gusto altrui.

La mia settima vita è al fianco di Serena. Una disoccupata fiera di esserlo. Usa le dita e gli occhi per dipingere. Io le passo i colori che trovo in me. Restiamo per ore a guardare vecchi telefilm con le risate registrate. Ci nutriamo di würstel intinti nel barattolo della maionese senza olio di palma. Rosso di sera, altra vita si spera? Quando fa buio veglio su di lei, lei che dorme nelle braccia di Tavor. Ma vede, dottore, berla non placherà la mia sete. Devo rassegnarmi all’idea che lei sarà la mia ultima. Ora capisco i vostri artigli conficcati nella trapunta, la vostra paura di scivolare nel freddo. Portiamo nel nome il nostro destino. Lei vuole sapere come mi chiamo, dottore? Inseguitore di tracce di giorno, giustiziere di notte. Dexter, per servirla… Dottore? DOTTORE! Dottore, che ne pensa? Serenase ai pasti?








pubblicato da t.scarpa nella rubrica racconti il 12 luglio 2017