Contro un articolo di Pierluigi Panza

Tiziano Scarpa



Leggo oggi, con dispiacere, un articolo di Pierluigi Panza uscito sul Corriere della Sera. Esempio di faciloneria e approssimazione nel mestiere, che probabilmente è una delle cause per cui i quotidiani perdono sempre più lettori (e che fa torto a tanti suoi colleghi impeccabili). Il dispiacere è aumentato dal fatto che Pierluigi Panza mi conobbe di persona, alla Fondazione Corriere della Sera, alcuni anni fa: ero stato invitato a parlare di un tema fondante, Il viaggio di Ulisse o della conoscenza. Mi illudevo di non avergli dato l’impressione di un cialtrone. Nemmeno a me Pierluigi Panza era sembrato un cialtrone.

L’articolo si intitola La storia si fa racconto vivo, e serve a lanciare un’iniziativa editoriale del quotidiano. Pierluigi Panza scrive questo:

Anche se si può apprezzare un autore come Tiziano Scarpa, quando in coda al suo libro Stabat Mater (vincitore del Premio Strega) dichiara di «non aver letto» alcuni libri sull’argomento del suo testo (la Venezia del primo Settecento e Vivaldi) per non «lasciarsi influenzare», trovo quest’affermazione chic e paradossale, ma del tutto fuori luogo. Il problema non è quello di copiare (si diceva che brani del suo testo fossero presi da Anna Banti), bensì quello dell’obbligo di conoscere cosa hanno scritto gli altri sullo stesso argomento e di evitare anacronismi.

Da questo paragrafo e dal tema dell’articolo sembra che io abbia lavorato in beata ebetudine, dandismo culturale e menefreghismo storico. Ma io i saggi storici degli studiosi su Vivaldi e il Settecento li ho letti eccome, e nella mia nota in coda al romanzo lo dico chiaramente. Così come dico chiaramente che gli anacronismi ci sono (ne segnalo alcuni), e che mi auguro che il mio romanzo sia un’occasione per volerne sapere di più, leggendo i bellissimi libri degli storici sull’argomento, ai quali non intendo assolutamente sostituirmi:

Mi sono preso la libertà di fantasticare a partire da una suggestione storica, senza badare troppo alla verosimiglianza documentaria. Sarei felice se questo mio piccolo omaggio a Vivaldi inducesse qualche lettore a volerne sapere di più, leggendo i lavori di storici e musicologi che al compositore veneziano e alle sue allieve hanno dedicato studi appassionanti.
Stabat mater, p. 142.

Alle pagine 140 e 141 di Stabat mater dico che ho evitato di leggere i romanzi storici sull’argomento. I romanzi, non i saggi storici. Perché l’ho fatto? Per evitare di contaminare le mie invenzioni romanzesche, le mie ideazioni narrative, con le invenzioni e ideazioni altrui: in particolare in un caso come questo, che mi riguarda intensamente, visto che in quel luogo, nell’Ospedale della Pietà dove è ambientato il romanzo, io ci sono nato: sono stato fisicamente partorito lì dentro. A pagina 142 suggerisco al lettore i saggi più utili su Vivaldi e il Settecento veneziano (oltre a segnalare i due principali anacronismi della mia storia, nella quale ho immaginato che due importanti composizioni vivaldiane fossero state scritte prima del loro effettivo anno di stesura). Sì, lo dico una pagina dopo quella menzionata da Panza. Ma da come la mette lui, sembra che io abbia evitato di leggere i saggi storici. Si vede che per pigrizia Panza non è arrivato fino a lì: non aveva voglia, si è fermato una pagina prima; cosa vuoi, si tratta di un articolo di giornale, perché impegnarsi troppo? Tanto, poche ore dopo l’uscita in edicola, il giornale finisce nella spazzatura (il che forse spiega come mai, da qualche tempo, per i lettori i giornali si trovino nella spazzatura già prima dell’uscita).

E dunque: 1. sono nato nel luogo in cui è ambientato il romanzo (nella postfazione lo dico); 2. il mio è un romanzo storico sui generis: in realtà è un monologo lirico-elegiaco, come hanno notato i critici letterari; 3. nella postfazione ho scritto eccome di essermi documentato sui saggi storici, e ho segnalato la presenza di anacronismi; 4. ho dichiarato anche di non avere voluto conoscere le fantasie altrui.
Tutto questo avrebbe potuto fornire spunti alle considerazioni di Panza, o perlomeno gli avrebbe potuto far sospettare che Stabat mater non appartenga in maniera così pacifica al genere romanzo storico, al punto da valutarlo con gli stessi parametri.

Per scrivere Stabat mater ho letto tutti i saggi storici disponibili su Vivaldi e sull’orfanotrofio musicale della Pietà. Ho seguito scrupolosamente i convegni dei massimi esperti vivaldiani (c’erano, fra gli altri, Peter Ryom, Michael Talbot, Micky White, Francesco Fanna, Federico Maria Sardelli), presso l’Istituto Italiano Antonio Vivaldi alla Fondazione Cini, a Venezia, e ne ho studiato gli atti. Ho ascoltato i rari concerti che una decina d’anni fa si facevano in situ, per congetturare quale doveva essere la situazione in cui suonavano all’epoca di Vivaldi le orfane musiciste (benché fossi ben consapevole che la chiesa attuale è post-vivaldiana). Ho visitato musei, mostre, visto documentari, eccetera.

Altra sciocchezza scritta da Panza. Non sono stato rimproverato di avere “copiato” e “preso brani” da Anna Banti, come dice lui, ma di essermi ispirato ad alcune sue invenzioni narrative. Il fatto è che non ho usato le invenzioni di nessun romanziere, né Banti né altri: ho semplicemente raccontato alcune situazioni reali che accadevano alla Pietà, servendomi delle attestazioni delle fonti riportate dagli storici (per esempio, la fuga di qualche ragazza dall’orfanotrofio, alla quale accenno in poche righe nel finale): sono cose che non ha inventato Anna Banti; appartengono alla storia di quel luogo. Altrimenti, secondo quella stessa logica, si dovrebbe imputare a Banti di avere “copiato” l’ambientazione e la condizione della sua Lavinia fuggita dal romanzo Consuelo di George Sand.

Ne approfitto per una riflessione più generale, pertinente all’articolo di Panza e alle sue considerazioni sui romanzi storici e l’attendibilità di ciò che raccontano. Le reazioni a Stabat mater, e ancora di più le polemiche seguite alla vittoria del Premio Strega (l’Italia non perdona in nessun modo ai suoi artisti della parola di raggiungere il grande pubblico) mi ha fatto capire quanta ignoranza storica c’è nel nostro paese, anche presso le persone colte, o presunte tali. All’uscita del mio piccolo romanzo, ho dovuto prendere atto che l’ignoranza sull’attività musicale di Vivaldi alla Pietà, e sulla situazione delle orfane musiciste, era molto più diffusa di quanto mi aspettassi (eppure si tratta di Vivaldi, uno dei compositori capitali della storia della musica). Al punto che alcune caratteristiche della vita nell’orfanotrofio, puntualmente documentate dagli storici – per esempio nel meraviglioso studio di Pier Giuseppe Gilio, L’attività musicale negli ospedali di Venezia nel Settecento, Olschki, 2006 – sono state attribuite dalle persone pseudocolte di cui sopra alla fantasia di Anna Banti, anziché alla situazione reale della Pietà. Da cui le insinuazioni di plagio, che testimoniano la desolante condizione di insipienza, o di malafede, di chi le ha formulate.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica giornalismo e verità il 11 luglio 2017