Rimane la fuga

Domenico Brancale



anche l’ora di vivere non ha parola
Clarice Lispector

La risposta l’ho sempre avuta. È a partire da questa risposta che ho cercato la domanda tra le infinite domande affinché un giorno risposta e domanda potessero combaciare, potessero risolvere la mia esistenza. La domanda, soltanto la domanda è destino.

«Saper stare nel mistero dell’incontro» è la ragione della nostra esistenza. Fino a che punto ne siamo capaci? fino a che punto siamo capaci di far proprio l’estraneo?

Noi non siamo che altri. E questa dipendenza cancella i lineamenti di ciò che chiamavamo essere se stessi. Lo specchio mente. I ritratti scavano. L’escrescenza del silenzio cresce su ogni volto.

Ci sono maschere che crescono sui volti e volti che crescono sulle maschere. C’è l’assenza.

L’identità è l’invenzione della solitudine. L’identità è un’eco. Divora l’anima.

Uscire fuori dalla solitudine. Uscire dalle membra, dalla pietra. Uscire dentro. Nella geometria degli sguardi è presente il senso della lotta. Sfidiamo le nostre inutilità. Nascondiamo la mollica nelle tasche nella speranza di ritornare. Il corpo non crede più a nulla. Il segreto è perduto. Gli abbandoni si ripetono dentro la voracità delle parole. I rimpianti rincasano tardi la notte. Tiriamo su le lenzuola. Approfondiamo il silenzio.

Quando io sono io. Io sono tu. Quando appare il noi, chi scompare? noi che rimaniamo in silenzio è il corpo.

Per anni e anni ho cercato nell’uomo la riconciliazione con la natura. Torsi come tronchi. Braccia come rami. Sentimenti come foglie. Passato come radici. Ora mi manca quella natura. Certi miei tratti sono del tutto scomparsi. Dalle mie mani non scorre più argilla. Inseguo il garrito dei rondoni. Risparmio alla storia la mia caduta. Com’è vicino l’inizio.

Cercare l’innocenza. Innocenza significa essere crudeli. Solo gli innocenti superano il dolore.

Di tutte queste cose non ho parlato prima perché credevo ci fosse un dopo. Un dopo in cui la mia parte disumana lasciasse il posto alla vera natura muta delle cose. La possibilità di un istante.

Desistere è contemplare la propria trasgressione.

Ora che abbiamo raggiunto la distanza più lontana. Anche la distanza dentro è colmata.

Dire addio è amare ancora. Dirlo a se stessi. Dirsi addio è profanare il passato. Dire addio è masticare il silenzio. Farsi strada nel vuoto. Non voltarsi. Non rivoltarsi nel volto. Dire addio è spegnere la luce del nome. Dire addio è spalancare il corpo nella notte. Dire addio nella fiamma è una falena. Dire addio nella cenere è un respiro. Dire addio è cancellare i passi sulla terra. La terra sui crani.

«Hai un cuore d’appendere, come un frutto maturo, ai rami di tutti gli alberi». Ora lo sai. Ma questo non basta. Sei tu il cuore che batte all’infuori di me. Segui il destino. Svolta. Svoltalo. Fa’ che sia lui a seguirti. I rami sono gli altri. I rami di tutti quegli alberi siamo noi. Quelli spezzati. Dacci il tuo nome.

La notte è una mano sugli occhi. Sei arrivato alla fine.

Quando crederai che sei giunto alla fine preparati perché stai per cominciare.

Tra duemila anni quando soltanto le pietre sapranno parlare.

Le immagini sono ritratti di Hervé Bordas.








pubblicato da j.costantino nella rubrica poesia il 6 luglio 2017