In diretta #2

Andrea Amerio



“Ah! passez,
Républiques de ce monde…”
A. Rimbaud

Molti anni fa mi sono dato una regola: mai leggere con la luce artificiale e, soprattutto, mai scrivere dopo il tramonto. Ho letto poco e scritto quasi niente, ma dal 2010, da quando sono cominciati questi cammini, ogni tanto infrango le regole per celebrarli. Tutto in una notte. E se è possibile camminare così tanto, allora, questa notte, questa fila di passi scuri impressi sullo schermo è per voi.

***

Mancano meno di due settimane all’arrivo, il giro di boa è passato, ma quanto è duro questo cammino! È un’impresa più difficile e drammatica degli altri cammini, e lo sapevamo. Alzarsi tutti giorni alle sei o alle sette e poi scazzare per decidere se svegliarsi alle sei o alle sette; e poi tirarsi su tutte le mattine dal linoleum delle palestre, o da pavimenti pieni di mosche morte in improbabili ricoveri accanto a campi da tennis dismessi con terra rossa sparsa tutt’intorno. E come soffia cupo questa mattina il vento sulle cime alte dei faggi! Come frinisce, come le spazza, come le tormenta; se guardi a lungo nel fitto di quel fogliame mosso, in quelle ombre mobili, in quelle ultime fronde di vita lassù… beh, com’è fredda questa mattina! Sopra le distese di campi di rape volano falchetti e altri volatili che ci sforziamo inutilmente di distinguere.
Alcune volte, prima dell’alba, dopo notti insonni, con un immaginabile stanchezza addosso, spezzato come un tonno da un grissino, “basta frignare fighetta”, mi dico, “soffia anche tu!”.
Ma è buia la palestra certe notti; hanno staccato tutte le luci e come ronfano! Pare un concerto per belve e catarro. Io dormo poco e mi sposto da un punto all’altro degli edifici e delle palestre e degli istituti, ogni notte diversi; le scale ogni tanto sono costellate da macchinette del caffè con luci al neon sempre mezze accese e spie rosse come occhi di drago. Come cambiano i suoni emessi dalla gola e dai corpi incoscienti quando giacciono imbozzolati su quei materassini scomodi! Di solito mi corico fuori, sul cemento, e mi è capitato d’incontrare un riccio che veniva a curiosare nella spazzatura sotto la tettoia per poi fuggire con un torsolo di mela.
Da dentro qualcuno grida “aiuto” e non si capisce nemmeno se la voce sia di un uomo o di una donna. Non è la voce di nessuno o almeno non pare di riconoscerla distintamente. Luisa si tira su dal sacco a pelo di scatto e chiama “Luciana!”, ma giurano sia Carla, oppure Cesare, dice qualcuno. Di certo si sente una voce che cinque o sei volte chiama aiuto e mi pare di essere sveglio al centro della palestra dove come fantasmi si aggirano anche Laura e Safira. Cercano di capire, ma non capiamo. Potrebbe essere chiunque qui dentro. Nessuno lo sa bene quello che succede, qui dentro.

Enzo, la nostra roccia, ex ferroviere che ci accompagna da anni, è collassato, con tanta paura e rimpatrio, anche se ora va meglio.
Pure Sergio è finito in ospedale, qualche giorno prima. Ernia.
Anche Anna Maria ha dovuto andare via per problemi alle gambe, e anche Maurizio il presidente “demerito” ha fatto un sacco di tappe con la febbre.
Carla arriva sotto antibiotici per un’infezione intestinale e non può mangiare quasi niente; un giorno ha un lieve mancamento per il caldo; si sente svenire, si riprende, ripartiamo, si risiede, si sente svenire ancora, le viene da vomitare. Le vuoto una bottiglietta d’acqua in testa, perché non faccio il medico; ci rialziamo, arriviamo.
Certe volte siamo davvero in pochi a camminare, sette, otto.
Anche Antonio deve fermarsi e fare un giorno in camper perché sta poco bene. Tappe da 30 a 40 km ogni giorno, sempre, con ogni tempo, sotto un caldo feroce, sotto una pioggia del cazzo.
Ieri anche Mariangela è finita al pronto soccorso per una congiuntivite che le aveva quasi incollato del tutto un occhio, ma tutto si è svolto nella massima discrezione perché Mariangela è il nostro presidente del cuore.
Cammina da Parigi spostandosi con quella sua voce roca, sensuale e bassa, e indica i sentieri che guarda sull’applicazione del suo smartphone. Conduce una colonna indisciplinata, ostinata e gaudente che l’adora. È a lei che ci stringiamo quando le cose van male davvero, quando ogni tanto siamo scoraggiati, incazzati, delusi, divisi.
Tobia e Riccardo se ne contendono i favori ma lei equanime ne distribuisce a tutti.
Anche Cesare un giorno è collassato con molta dignità, un paio di vomitate, forse un colpo di sole, forse un panino marcio, in ogni caso si è ripreso.
Il mattino dopo è partito con addosso praticamente tutta la valigia. “Ma non avrai caldo tutto così intabarrato?” gli chiedo. “Bene così”, mi risponde, e avanti dall’inizio alla fine, con la faccia buona, l’accento sibilato e gli occhi lenti. Di Cesare da Bologna che ha una passione per Roth, Bellow e la storia del Novecento abbiamo tanto ma tanto bisogno. Ha lavorato tutta la vita come sindacalista e ha una figlia che ora inizia a barcamenarsi in questo mondo impossibile targato 2017: “Ogni tanto mi sento in colpa anche per la mia pensione, pensa… proprio tutto ciò per cui abbiamo lottato”, mi dice, “come se non fossimo riusciti a mantenere le promesse, come se non fossimo riusciti a mantenere l’idea di lavoro dentro la sua dignità, come se non fossimo riusciti a trasmettere la cultura del rispetto del lavoro alle vostre generazioni, e ora siamo tutti qui con in mano un uovo oggi e nessuna gallina domani”.
Arrivati alla palestra dopo una tappa difficile e caldissima pare non ci sia nessuno ad aspettarci, ci dicono: “fuori!, chi siete?”, noi non ne sappiamo niente. Poco male, ci penseranno Maurizio, o Siegfried o Luisa, come sempre, mentre noi ciondoliamo attorno al frigo del camper, scambiando due parole con Sergio. Ma Luciana si sente male alla fine di una tappa tutta sotto il sole. Prende a vomitare, cerchiamo di portarla dentro la palestra ma continua a stare male; non si regge in piedi, chiamiamo l’ambulanza, la stendiamo su un materassino, vomita ancora con un fiotto che finisce sullo zaino di Antonio e sull’impugnatura dei bastoncini telescopici che Luisa e Tobia ripuliscono. Intanto arriva l’ambulanza. La caricano in barella e la ricoverano per due giorni. Gastroqualcosa, non so, non faccio il medico, l’ho già detto. Luisa va con lei e ci tiene costantemente aggiornati, ci preoccupiamo.
Ci sono giorni in cui tutto sembra accanirsi per accartocciarsi e andare in pezzi. Con Tobia ci lanciamo in discorsi farneticanti pieni di insoddisfazione e rabbia. “Trascendenza sto cazzo”, ci abbaiamo addosso quando non ne possiamo più l’uno dell’altro e siamo fermi. Ringhia, ringhiamo: “È un fallimento completo e tu se non fossi un ipocrita lo ammettesti ma è facile per te che te ne torni a casa tre settimane. Hai rotto il cazzo con i tuoi discorsi buonisti!” Ma poi di solito mi chiama raggio di sole o mi chiede “Cosme pittore del quattrocento, quattro lettere” e gli dico “Tura”, e passiamo il dopopranzo sentendo i pezzi rap che piacciono a Lorenzino, e ci vogliamo un gran bene.
Litigate, pianti, piaceri, dispiaceri, incomprensioni, simpatia, antipatia, amicizia, tutto è più vivido e profondo in questo piccolo spazio di prefigurazione della repubblica; la stanchezza fa il resto. Ma il movimento fluidifica. Camminando si discute, non si ha la forza di fermarsi a fare il broncio, non si può.
Non è un reality.
Si cammina insieme.
Ci superiamo, insieme.

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Venire via dal cammino tre settimane fa è stato come uscire dal cinema dopo dieci minuti dall’inizio di un film ambientato in Piccardia.
Ritornare ora a metà del secondo tempo in Westfalia, che risate!
Il film non è più nemmeno nella stessa lingua, la trama non si sa più chi la scrive, gli sceneggiatori lavorano con i piedi.
Proprio in questo momento festeggiano il traguardo dei mille chilometri.
Al cammino si è unita Undine, una ragazza tedesca del sindacato degli artisti.
Quanto sono diverse tutte queste persone! Così tanto distanti le une dalle altre, per lingua, cultura, età, fedi, classi, idee politiche, sesso. Divise le une dalle altre ma anche da se stesse come se le loro stesse ombre si fossero sganciate superando il corpo, o fossero rimaste indietro, in una faglia sorgiva della terra.
Da Dortmund a Hamm gli strumenti non concordano su quanti chilometri sono stati percorsi: chi dice 42 chi 44 chi addirittura 46! Io non ho quelle stronzate conta-passi e non lo so, chi se ne frega. So solo che il sindaco ci offre un rinfresco una grigliata la colazione e si riparte. E poi vogliamo ancora attardarci su queste bazzecole: quel giorno è successo questo, quel giorno quell’altro? Politica mondiale, geografia, storia, vesciche ai piedi, tendiniti? Non fa per me… a me piace improvvisare, prefigurare, imperversare. Perché qui dentro c’è tutto il ballo delle parole antiche e delle parole dimenticate: amicizia, cavalleria, gioia.

***

Notte. L’uomo del sacchetto giace ubriaco in un piccolo ricovero degli attrezzi a fianco della palestra con la serranda tirata giù fino quasi all’altezza delle gambe che sono le uniche a rimanere fuori dal garage. Trova esilarante starsene lì, mezzo dentro e mezzo fuori, e in cuor suo spera che Riccardo o Tobia stiano scattando delle foto con cui alimentare il mito delle loro follie.
Tobia per sbaglio accende le luci accecanti della palestra e lui pensa “che coglione, deve essere proprio ubriaco, poveracccio”. Ma l’uomo di mezza età non si accorge che la serranda piano piano viene giù e Tobia e Riccardo già se la ridono, attendendo che le gambette magre e ubriacate dello stronzo restino in trappola; lui se ne accorge e le tira dentro appena in tempo, ma da dentro la rimessa la saracinesca non apre e non resta che l’umiliazione di telefonare ai giovincelli: “tiratemi fuori”.
È l’una passata quando tutti si addormentano.
Alle sei del mattino si alzano freschi come una rosa e trangugiano un orrido panino prosciutto cipolle ananas e formaggio spalmabile con l’erba cipollina.
Porca troia che vita!

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Va’ a quel paese, non ti sopporto.
Vacci tu, stronzo.
Ma come, dove sono il viaggio e le motivazioni dell’Europa dove sono tutte quelle belle frasi che torniscono come prosciutto un bel maialino da spedire in forno?
Beh oggi niente maialino. Oggi zecche.
Ogni tanto ci si urla in faccia che non è un sogno per niente, ma un viaggio per pensionati che possono permetterselo, un altro modo per fare qualcosa quando boh.
Un modo come tanti per seguire un pifferaio magico come tanti; vassalli che finiranno tutti in un fiume, mentre fanno pubblicità alle opere di un altro stupido inutile scrittore. Anche lui un topolino.
Oh sì proprio così. Parlano le zecche.
Il mondo è un sipario e uno specchio dove vita e morte si guardano, e il diavolo tiene in mano una colomba intrisa di sangue.


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Tobia a fine tappa palleggia, tira al canestro o fa le isometrie con Luciana. Ha trentatré anni compiuti ieri, bestemmia volentieri, ha smesso di fumare e grazie a Lorenzino è allenatissimo. Ha avuto l’intuizione, ragguardevole per un trentenne, di non consegnare mani e piedi la propria vita ai social network, e porta in giro leggero i suoi tatuaggi facendo le parole crociate della Settimana Enigmistica.
È lui il primo ad accorgersene mentre siamo seduti nell’erba:
“È una zecca cazzo!”.
Ci tiriamo su tutti impeciati.
Una volta in palestra, Maurizio, siccome è l’ex presidente, è il primo a tirare giù le mutande e a sfoderare il cratere del culo, e Laura comincia a lavorarlo dalle caviglie all’inguine. Qualcuno ne ha collezionate anche sei o sette per gamba, zecche di merda in viaggio verso la terra promessa, verso i peli dei coglioni, verso le località più umide e calde.
Antonio si piega a novanta e tira sulla camicia, mi dice di controllare la schiena, le scapole, sotto le ascelle nelle pieghe della pancia: “Guarda bene”. “Ma certo dica trentatrè tutto a posto va’ pure”.
Invece vien fuori che era pieno.
Beh? Non faccio il medico.
Nei giorni seguenti continua a trovarsene addosso. Una zecca, ormai abbastanza grande e gonfia, ha scavato e scorticato la gamba e c’è bisogno di una pomata antibiotica per evitare infezioni. Laura torna in azione, io leggo “Le cercatrici di pidocchi” di Rimbaud, una delle poesie preferite di Andrea Zanzotto, che racconta:

“Soprattutto mi esaltava Les Chercheuses de poux. Rimbaud tramutava la triste esperienza diffusa dell’impidocchiamento infantile in un’inenarrabile leggenda divina. […] Rimbaud stava anticipando in maniera sconvolgente qualcosa che tutti in Italia, vagamente avevano avvertito e avvertivano, e che per noi, giovani in quegli anni, era largamente futuribile: un prodigioso miscuglio di miti e realtà riscoperte con occhio incantato. La poesia s’imponeva con la potente ingenuità di un nuovo incanto, di una nuova forma di incanto”.

Oggi ci ha raggiunto Audrey, una ragazza tedesca che ha saputo del cammino, e poi un’altra coppia che vive da queste parti e cammina con noi mano nella mano.

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È quasi l’una di notte e nella palestra hanno tolto le luci, vago nel buio per cercare una presa che abbia corrente; me ne indicano una che, chissà come, ancora funziona.
Laconico, sul telefono, lampeggia il messaggio di un amico:
“Come va?”
“Una passeggiata”.
Luciana sta meglio ma passa la notte ricoverata e Luisa sta con lei.
Guida Siegfried.

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Mutavano i paesaggi, sfilavano i sindaci, le pagine dei giornali locali pian piano si accorgevano di questo lombrico, di questo vermiciattolo, di questo scollarsi di anime e corpi sulla strada; e allora leggiamo di appelli per accoglierci, e bimbi e mamme ci vengono a salutare, qualcuno che dice dalle case: “siete quelli che camminate da Parigi a Berlino?” Piccole comunità che si mettono a cucinare per noi i loro piatti tedeschi, i loro piatti indiani, e quando capiscono che non siamo degli sportivi portano via il succo di frutta e lo sostituiscono con birra scura. E allora che bello per esempio giocare a bocce in un circolo la sera con persone mai viste battendo il cinque a ogni punto mancato, a ogni punto fatto in bocciata, a ogni accostamento al pallino, a ogni cosa fresca che esce dal frigo del capannino che si sono costruiti per avere un posto dove stare insieme e ascoltare musica languida tedesca. Cazzo come giocavano bene quei tipi! Ma via, via, ogni giorno si deve andare, come Bruce Banner in quel telefilm degli anni ’80 dove, ogni volta, dopo essersi trasformato due volte per episodio in quella creatura verde, poi lui se ne andava via zitto zitto con quella musica triste, lungo la strada, da solo, con uno zainetto sulle spalle, verso un altro paesello americano…

***

A furia di parlare con Carla del personaggio di Frédéric Moreau e di teoria del romanzo abbiamo passato il distretto industriale della Ruhr, attraversato la Westfalia e siamo entrati nella bassa Sassonia. Siamo ad Hildesheim.
“Millenario”, lo chiamano così, il roseto che si abbarbica nel chiostro della cattedrale. In una pausa prima di entrare in città, Luisa ci legge la storia su Wikipedia. Nel 1945 venne bombardato come tutto il resto, ma le radici, dopo un po’ di anni, hanno ricominciato a gettare fuori e alla fine qualcosa è ripartito. E adesso è lì, verde, il roseto rampicante più antico d’Europa. Tante spine nuove contro la pietra insensibile delle navate.

***

Leggo l’inizio del nuovo libro di Dario Voltolini, che tutti aspettiamo da decenni…

“Dentro ciascuno di noi c’è un territorio
non sappiamo quanto sia segreto
ma è simile a un midollo
appare dopo l’ultima difesa dura dell’osso
in questo spazio nasce continuamente
non sai cosa
e non ha un centro forse
forse è il centro.
Quel territorio è dove si nasce di continuo.
Chi lo raggiunge può farne razzia.” _

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Come faranno tipe come Luisa a essere così toste? Come farà tutti i giorni a trovare il tempo per tutte quelle foto e quei collegamenti radio e quelle attenzioni per tutti? Come farà ad avere pazienza e a cercare di voler bene anche a quelli che rompono le palle? Avrà fatto pratica quando lavorava in banca.
E Siegfried?
Come farà Siegfried sempre così misurato, ordinato e attento, a cambiarsi di abito ogni giorno un secondo prima dell’arrivo del sindaco nei vari paesi che andiamo ad incontrare? Come farà a fare tutte quelle telefonate con Maurizio per organizzare come completare le prossime tappe di questo cammino tutto in diretta, che non sa ancora dove andrà a parare, perché a Berlino non abbiamo ancora trovato chi ci accoglierà? E come fa a sopportare questi italiani che vogliono fare la pausa ogni due ore ma poi dopo un’ora e un quarto invece vogliono fermarsi a bere il caffè, a fare la spesa, a cacare tra i boschi? Come farà a infilarsi il suo orologino al polso, a tagliarsi la barba e a tradurre per l’ennesima volta le motivazioni del nostro cammino, e a fare le conferenze stampa dopo aver guidato la tappa?
E come farà Safira a capire quando è il momento di non parlare e darsi solo un abbraccio?
Antonio prova a leggere “21 preghierine per una nuova vita”, perché di solito fa così: se le cose si fanno difficili, alza l’asticella. Dopo tanta fatica, chiede ancora attenzione.
Ma non si accorge che nessuno ha più nulla da dare?
“Non so se è una buona idea, dopo tutta questa strada… avranno sonno, vorranno farsi i cazzi loro, non credi? Chi vuoi che le voglia sentire, le tue preghierine dedicate agli animali?”
“Ma il libro l’hai pubblicato tu, credevo fossi contento!”
“Bah!”

***

Invece funziona; l’incantesimo delle zecche all’improvviso si infrange. Siamo di nuovo una cosa sola.
“Visto, Antonio, te l’avevo detto, dai retta, con un buon editore si può fare di tutto”. “Ma se tu non volevi nemmeno...” “Lascia perdere non ringraziarmi, son fatto così, generoso, altruista, e piuttosto guarda: Mariangela è commossa e chiede come trovare il libro, pensaci tu, o che si arrangi, io non ho tempo”.
Le cose ripartono.
Per domani Maurizio e Siegfried sono riusciti a combinare un incontro con il movimento federalista europeo tedesco, e alcuni esponenti cammineranno con noi. Ma soprattuto, fuori c’è una piscina con un bar e domani per favorire l’incontro federalista; la partenza è alle dieci di mattina!
“Uomini e donne dalle suole di vento, il trampolino ci aspetta!”
In sette anni di cammini, per quanto mi è dato sapere, non era mai successo! Una tappa che parte alle dieci! Le bottiglie si stappano da sole, la gioia esplode incontrollabile e al tramonto alcuni si mettono a cantare a squarciagola canzoni compromettenti per ogni persona aspiri a una carriera nel mondo della letteratura, della filosofia o dell’arte (gli 883).
Le zecche si sono scollate con il cloro di una piscina apparsa al momento giusto, proprio quando ci raggiunge Riccardo, filosofo di ventisette anni, un metro e novantasei per cento chili di massa. Una passione per il basket e un’operazione al tendine troppo fresca per ricominciare a camminare. Lui s’incaponisce. Tobia lo accudisce e lo droga: antidolorifici, pomate; su, forza.
Per fortuna è arrivato anche Alberto, uno dei miei personaggi preferiti, il nonno di cinquantacinque anni più allegro e bambino che la storia ricordi; è con noi fin dai tempi del primo cammino, sette anni fa. E questa volta ci è passato accanto correndo facendo finta di non conoscerci. Ci riabbracciamo forte dopo il cammino siciliano di fondazione della Repubblica.
“Due anni che non ci si vede, e io già devo partire!”
“Di già?”
Sì ma quanto abbiamo bisogno di voi ragazzi, forza! dateci dentro, concentratevi. Allora non ci sarà più l’uomo col sacchetto ma solo un bocciolo nascosto dentro un roseto millenario. E sotto, tre civette zitte nel folto del fogliame.
Ma prima, impazzite ancora, “cercate un sospiro d’armonica che sappia delirare”, uscite a bere qualcosa.
Quattro birre scure, quattro Ratenkiller, un liquore alla liquirizia, un liquore alla menta, un paio di giri di gin tonic, un paio di altre birre, un liquore chiamato 77,7 forse per la gradazione (ma magari non ricorderete bene). E allora le cose andranno anche così: Maurizio scatterà foto imbarazzanti per incastrare qualcuno in uno dei nostri periodici processi-farsa, Sergio guiderà il camper e terrà le cose in fresco e, soprattuto se non gli girano i cojoni, vi terrà allegri; e Lillas cucinerà, e Luciana continuerà a chiamarvi “scemi” con la “e” più larga mai sentita, e Safira vi massaggerà, e farete il bucato, e vi ricompatterete, e farete le pause calzino, e laverete i piatti e per altre due settimane brinderete sotto il cielo alto e indifferente con i gerghi sguaiati e scopati della nostra bella lingua per celebrare questa cazzo di cosa che nessun blog letterario era mai stato tanto idiota da pensare di mettere al mondo, e nessuno tanto folle da portare a compimento.
Laura e Luisa eviteranno di farvi presente che non bevono e una rosa, in sette anni decollata, una rosa come tutte le cose vive e messe al mondo, s’inerpicherà possente.
Ma tenete d’occhio anche il vecchio asino, mi raccomando, abbiate cura di quel barbone settantenne accasciato in uno degli stalli su quel materassino rosso mezzo sgonfio che ogni macchina che arriva per parcheggiare rischia di prender sotto.
Ditegli “andiamo”.
Sono certo che vi risponderà: “andiamo”.
Berlino ci aspetta.








pubblicato da a.amerio nella rubrica il Sogno dell’Europa il 27 giugno 2017