I nuovi carillon del dolore di Francesca Tini Brunozzi

Silvio Bernelli





È appena uscita la nuova raccolta di Francesca Tini Brunozzi Il grado zero della buona educazione. Poesie per spaccare. Ne parliamo con l’autrice.

Nella poesia “Se in amore vince chi fugge punto” scrivi:
La poesia sconveniente piace alla gente
solitamente piace mi ha fatto vincere in passato
non in amore no ma uno uno due tre slam ho vinto io
.
Rispetto alla raccolta Frau (ne avevamo scritto qui sul Primo Amore) sembra che in Il grado zero della buona educazione si respiri un tono un po’ meno “sconveniente”, un po’ meno arrabbiato. I tuoi piccoli carillon del dolore restano taglienti, ma sembrano girare un po’ più lenti, un po’ più consapevoli….

Più “a fuoco” che consapevoli rispetto alle precedenti, senz’altro, più lenti no, affatto. Sono versi questi che richiedono uno sforzo continuo nel mantenimento del ritmo, non c’è punteggiatura, è un continuo travalicare il limite del verso nell’enjambement, per cui il significato è sempre minacciato, reso ambiguo dalla possibilità di variazione sintattica, resa instabile a sua volta dalla mancanza di confini ortografici. Il dolore di cui parli, che riprende la tua “etichettatura” al mio Frau del 2007, è un sentimento semmai indotto dallo sforzo enunciativo di questi nuovi versi. Sono ben lontana dalla dolenza fisica e dalla sofferenza psichica dei libri precedenti perché, come ha colto Elisabetta Perfumo nella sua Postfazione, “questa poesia ama la vita, ne ama i doni inattesi, i dolori e le correnti emotive che percorrono l’esperienza individuale”. Se le mie ottave di Frau potevano suonare come “piccoli carillon del dolore”, poesie “piccole” se consideriamo la forma metrica, qui di piccolo c’è poco: ad eccezione dei versi esili in apertura, siamo di fronte a pagine che, anche dal punto di vista tipografico, sono pesantemente impattanti. Pagine piene zeppe. Poesie dove dico tanto, e tanto ancora soprattutto di nascosto, dietro al significato referenziale.

Bisogna in ogni caso avvertire il lettore che nella tua poesia resta intatto il desiderio di usare le parola nel suo significato più autentico, come scrivi in “Qualcosa che trasformi la cosa”:
Una rosa è una rosa è una rosa e
mi dispiace per te per tutti per
non aver compreso questa cosa che
un cazzo è un cazzo e basta

Sei d’accordo?

Completamente d’accordo: i versi che hai preso ad esempio potrebbero essere una sorta di manifesto metalinguistico della mia scrittura. Tuttavia - per quanto già accennato nella risposta precedente - sono in completo disaccordo perché il mio lessico, qui più che mai, è un lessico polisemico: ogni parola va letta - e questo è il mio avvertimento al lettore - per ogni possibile significato secondo, ennesimo, recondito. Ti faccio un esempio: non dico "siamo seduti" (sulle spalle dei giganti) ma "siamo assisi". Ti rivelo che questo è un testo poetico in cui ho seminato una quantità di segni, di semi appunto, come possibilità di far nascere nuove forme di vita rispetto a quanto vi è di palese. Lavoro con tenacia, ma al contempo con naturalezza, tanto sulla polisemia del significante quanto sulle variazioni offerte dalla stessa forma ortografica che gioca con gli spostamenti di accento, con le iniziali maiuscole o minuscole e artifici simili.

Nei versi di Il grado zero della buona educazione, hai incastonato interi versi di altri poeti, da Ludovico Ariosto a Charles Bukowski. È una forma di poesia “campionata” costruita con tecnica dell’hip hop?

Ho pensato spesso all’hip hop scrivendo "ad alta voce" questi miei versi, ma non pratico quella specifica tecnica ritmica della rima, che ha i suoi stilemi e le sue regole compositive. Tuttavia è proprio nella vis polemica, nel portato emotivo, nel supporto ritmico prosodico che mi sento prossima all’hip hop, verosimilmente quando l’artificio dalla citazione mi viene in soccorso non solo per riferire meri contenuti ma soprattutto per riprodurre una particolare temperie poetica ed emotiva. Non è un caso che i versi della poesia conclusiva “Sono ciò che voglio e quindi Sono”, una poesia a cui voglio mettere la parola fine in un crescendo di rabbia, non siano versi miei ma di Cecco Angiolieri: lui ha detto meglio di quanto avrei potuto dire io in quel frangente della mio stato d’animo. Ho quindi voluto che fosse proprio quella la cifra conclusiva, la chiave interpretativa finale di tutto quanto detto nelle pagine prima. Perché anche la rabbia sia trasformata, perché io ne tragga soddisfazione, divertimento in senso etimologico.

Quali poeti italiani senti più vicini alle tue corde?

A proposito delle “campionature” della domanda precedente, ho citato tra i tanti Dante Alighieri e Cecco Angiolieri. I poeti italiani che sento più vicini alle mie corde in questo lavoro sono principalmente quelli che usano il cosiddetto “volgare”, una lingua nata nell’uso parlato, passata poi all’uso scritto con la funzione di quella che oggi potremmo definire “lingua veicolare”. Una lingua adatta a comunicare facilmente che, non a caso, ha avuto le sue prime attestazioni scritte nelle testimonianze giurate dei Placiti Cassinesi, testi non propriamente letterari. In questo libro riscopro e rivelo le mie origini, la mia lingua madre - che è la lingua della mia terra di nascita e la lingua di mio padre - una lingua ritrovata, reinventata. A tratti recupero espressioni idiomatiche dell’Italia Centrale sfruttando come artificio retorico, simulandolo in realtà, il code switching dall’italiano al dialetto: cambi di registro linguistico che, solitamente nel parlato, coincidono con un cambio di registro espressivo, con una variazione del sentiment.

All’inizio della raccolta scrivi:
Se parli posso sentire solo il rumore di fondo
La distorsione delle parole
Una lingua che non comprendo

A proposito di rumore di fondo e possibili distorsioni, le bacheche di Facebook sono il più grande veicolo mai inventato per la poesia o sono il luogo in cui la poesia si consuma?

Dopo aver scritto questo libro ne ho cominciato subito un altro, che ho finito, e un altro ancora sto scrivendo. Ebbene, di questi due nuovi libri ho pubblicato molto su Facebook e mi sono resa conto che anche lì la poesia va bene se fa bene alle persone che la leggono. E i riscontri, non solo like ma anche espressioni di gratitudine, non mancano. C’è infatti sempre un grande bisogno di parole tra le persone, parole che si devono sostanziare di contenuti ma anche di toni, di gesti, di sguardi: le parole su Facebook sono spesso solo chiacchiera. Ma la poesia, nel rumore di fondo della chiacchiera a vuoto, fa ancor di più la sua bella figura, può essere attrattiva quanto la foto di un micino.

Il grado zero della buona educazione. Poesie per spaccare, edizioni Melville, pp. 80, € 15.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica poesia il 26 giugno 2017