Midland Metro, il malessere dello sradicamento e gli attentati in Inghilterra

Carla Benedetti e Paolo Mastroianni



Carla Benedetti Ascoltando le notizie dei recenti attentati in Uk, ma soprattutto vedendo il volto delicato, sorridente quasi timido di Salman Ramadan Abedi, il ragazzo che lo scorso 22 maggio 2017 si è fatto esplodere all’Arena gremita di coetanei accorsi a un concerto a Manchester, il mio pensiero è immediatamente andato alla famiglia di immigrati indiani, naturalizzati britannici, protagonista del tuo Midland Metro. La trovi un’associazione arbitraria? Midland Metro scritto molto tempo prima e oggi così attuale, da cosa nasceva?

Paolo Mastroianni Assolutamente trovo l’associazione calzante, confesso che è un pensiero venuto anche a me. In seguito alla mia permanenza in Inghilterra tra il 1997 e il 2000, a Manchester e soprattutto a Birmingham, ho sentito la necessità di raccontare l’inquietudine che si palpava ad ogni passo. Non a caso, lo scopo della linea tramviaria cofinanziata dalla Comunità europea, cui come ingegnere lavoravo, era rivitalizzare l’area depressa in cui trent’anni prima fiorivano miniere e acciaierie che avevano attirato masse d’immigrati dalle ex colonie inglesi. Era doveroso raccontare quella rabbia, Midland Metro è nato da questa necessità. Anche se allora certo non avrei potuto mai immaginare che, a distanza di venti anni, si sarebbe incanalata nei movimenti di protesta islamici o sedicenti tali.

Carla Benedetti Vedendo anche le foto della sorella e dei familiari del giovane attentatore di Manchester, in apparenza normali e, tutto sommato, integrati ho ripensato anzitutto al fuoco che divora invece Gauri e Martin, la madre e il primogenito della famiglia indiana di Midland.

Paolo Mastroianni Devo ammettere che rappresentare la potenza dello sradicamento e quello che ne consegue era l’obiettivo. È stata una sfida raccontare la furia distruttiva e autolesionista di Gauri, l’influsso negativo sul figlio Martin, la sua resistenza ai tentativi disperati di Mohan, il marito che cerca di preservare l’unità familiare. Così come lo è stato rappresentare la rabbia talvolta disturbante di Martin, la durezza con cui usa e incontra l’altro sesso, ma era giusto e appunto doveroso raccontare quella sofferenza, rappresentare quei nodi importanti non sciolti che oggi, dopo vent’anni, sono sfociati negli attentati commessi in Germania, Francia, Belgio, l’Inghilterra.

Carla Benedetti È pure vero che accanto alla durezza di Gauri e di Martin, c’è la dolcezza poetica di Mohan e Hope, il padre e la piccola secondogenita della famiglia indiana di Midland, l’asse sereno, integrato e equilibrato della famiglia.

Paolo Mastroianni Era altrettanto giusto raccontare l’altro lato della medaglia e quindi esprimere la pazienza e la saggezza di Mohan, la consapevolezza di avere un vissuto diverso così come di essere considerato una persona venuta da fuori, per quanto brava professionalmente e affidabile. Così come era necessario rappresentare gli occhi pieni di stupore e d’incanto con cui la piccola Hope riesce a inquadrare la diversità, percependola, invece, come accrescimento e ricchezza, in un bilanciamento volto a significare che non c’è mai solo bene né male, che male e bene vanno sempre a braccetto, che zone di sole sottendono zone di ombra.

Carla Benedetti Se ne parlava in Inghilterra di quella inquietudine che percepivi “ad ogni passo”?

Paolo Mastroianni A tratti, soltanto a tratti, quando si verificavano disordini in qualche quartiere periferico, come quelli venuti nell’agosto 2011 a Tottenham e Brixton. Subito dopo la vita continuava e l’inquietudine dello sradicamento finiva sotto il tappeto.

Carla Benedetti Mentre se ne parla ancora meno in Italia…

Paolo Mastroianni …Dove la discussione si ferma ai barconi, alle traversate mortali del Mediterraneo, alla frontiera, e poco o niente si dice degli immigrati che sono da noi da vent’anni, se si sono integrati e in che modo, o se invece si sentono stranieri mal tollerati avvertendone il peso ogni giorno, un peso magari con sfumature e colori diversi rispetto a quelli dipinti in Midland Metro, che in qualche modo, presto o tardi, verrà fuori.

Carla Benedetti Per quale motivo non se ne parla in Italia?

Paolo Mastroianni Ci ho pensato parecchio, senza però riuscire a individuare motivazioni chiare ed evidenti, riuscendo ad inquadrarne soltanto un paio di plausibili. La prima giace nel fatto che l’emigrazione è una ferita troppo recente per poterne parlare serenamente: troppo fresco il dolore per gli italiani costretti ad andare lontano e ad accettare lavori spesso duri e umilianti rinunciando alle proprie radici, abbandonando amici e parenti, subendo l’ostilità dei padroni di casa; una ferita che ancora fa male che oltretutto tende a riaprirsi e non solo nelle regioni del Sud da cui scappano centinaia di migliaia di ragazzi (solo in Campania si parla di più di centomila l’anno), ma anche in quelle del Nord perché è purtroppo un dato di fatto che il nostro paese sia sempre più stagnante ed avvitato su se stesso, paralizzato dalle sue sterili polemiche, dai suoi giochetti antichi e nuovi per conservare potere e privilegi. Ecco che quindi è molto difficile parlare di una badante o cameriera polacca o ucraina venute a lavare spesso lontano dai figli le nostre lenzuola, le nostre mutande, o a occuparsi dei nostri vecchi cui noi non riusciamo a occuparci (cosa che induce senso di colpa e altra difficoltà di parlarne)… difficile e doloroso perché da un lato ci ricorderebbe la sofferenza di molti dei nostri nonni, da un altro ci restituirebbe la sensazione di emarginazione e impotenza delle famiglie che al giorno d’oggi, in un’Europa percepita opulenta, vedono i propri ragazzi costretti a emigrare.

Carla Benedetti E la seconda motivazione per cui in Italia l’immigrazione non viene esaminata con profondità, qual è?

Paolo Mastroianni A mio avviso nasce dall’incapacità di gestirla, di affrontarla con progettualità, per cui – a differenza ad esempio, dell’Inghilterra e della Francia, in Italia gli immigrati non sono confinati in determinati quartieri ma sparpagliati qua e là (cosa non necessariamente negativa, benché lasciata al caso, ma questo è un altro discorso), cosicché identificarli, parlarne come di un unico corpo con delle abitudini, aspirazioni, gioie e sofferenze…, arrivare insomma a delle generalizzazioni analizzabili, è sicuramente più difficile.

Carla Benedetti Ma torniamo a Midland Metro, puoi segnalare ai lettori qualche scena in cui è meglio espressa l’inquietudine dei suoi personaggi?

Paolo Mastroianni Ce ne sono tante: l’angoscia distruttiva di Gauri è rappresentata in moltissime scene attraverso il ricordo dei luoghi d’infanzia che le riempie ossessivamente la mente; c’è poi ad esempio la scena iniziale in cui ricorda l’aborto spontaneo, la mano del ginecologo inglese, di un bianco contrastante con la sua pelle nocciola, che si infila nel suo corpo; c’è l’incapacità di accettare il cielo grigio inglese carico sempre di pioggia. C’è la riflessione di Martin sulla dimensione in cui vive la propria famiglia, né inglesi né più indiani. L’ironia con cui interagisce con dei coetanei pakistani succubi delle tradizioni e famiglie di origine, e perciò disadattati; c’è la lucida consapevolezza con cui decide di tanto in tanto di trascorre una serata in un pub inglese, bevendo birra a litri, ridendo dello humor inglese, stuzzicando l’interessamento (superficiale) di qualche ragazza per la cultura indiana al fine di portarsela a letto. C’è il suo incontro con dei delinquentucoli inglesi di qualche anno più grandi che lo adescano con la loro spregiudicatezza per poi usarlo, senza che Martin se ne accorga, facendolo trovare nei guai, portandolo a scoprire troppo tardi il razzismo con cui lo hanno trattato. Ci sono i libri di Hope calpestati da un compagno di classe inglese, non disposto a accettare che lei sia più brava, c’è la sua consapevolezza per il razzismo latente neutralizzato (contrapposto e all’accoglienza di un altro maestro) dall’incoraggiamento del papà che la invita a andare avanti per la propria strada dando poco peso alla freddezza che l’insegnante le riserva; c’è lo stupore e l’ostilità dei familiari indiani dell’amichetta nello scoprire che i suoi genitori, Gauri e Mohan, vivono in quella via di mezzo senza religione e tradizione. C’è la saggia consapevolezza di Mohan di dovere restare al proprio posto accettando la richiesta di stare in prima fila sul palco dell’inaugurazione della linea tramviaria così da consentire al paese incarnato da politici e rappresentanti della famiglia reale, accanto a lui in prima fila, di sentirsi multiculturale ed accogliente.

Carla Benedetti Mi piacerebbe mostrare ai lettori il viaggio nei pensieri dei protagonisti in cui si snoda il romanzo, se sei d’accordo pubblicherei il pensiero di Gauri, la madre, con cui inizia il romanzo.

Paolo Mastroianni Certo, ci mancherebbe, ti ringrazio molto per questo.

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Pioggia e ancora pioggia da questo cielo d’Inghilterra… La mano dentro al guanto che s’infila e cerca e scava tra le gambe dentro al corpo steso sopra al letto: dovrei piegarmi dal dolore, dolore che dovrebbe chiudere i miei occhi, e invece il corpo non esiste, non sente quella mano, solo gli occhi spalancati attendono che esca, guardano impotenti la faccia fredda del dottore, la sua pelle così bianca, così diversa dal colore caffellatte del mio corpo, la compostezza inglese del suo sguardo, gli occhi chiari dietro gli occhialini, i suoi capelli brizzolati, la mano che finisce di scavare e tira fuori quella carne: quel corpicino insanguinato senza vita, quegli occhi nuovi e muti e spalancati senza vita che mi fissano, non chiedono, mi guardano; e io mi sento sotto accusa, schiacciata contro il letto dalla colpa e dal terrore per tutto quello che verrà: pagassi almeno col dolore del mio corpo! E invece il corpo non esiste, non mi consente di espiare la mia colpa col dolore, il gelo della colpa tutto dentro, la bocca muta che non riesce a buttar fuori neanche un piccolo lamento, i miei occhi spalancati che non si riempiono di lacrime, che non si riempiono di niente.

Paolo Mastroianni, Midland Metro, Effigie edizioni, 2015.








pubblicato da s.nelli nella rubrica il Sogno dell’Europa il 22 giugno 2017