Mattei, De Mauro, Pasolini/Cefis

Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti



Il massacro di Pasolini resta uno dei buchi neri della notte repubblicana. Il nostro nuovo libro, nei “fiammiferi del primo amore”, fa il punto su ciò che oggi sappiamo del delitto, su cosa lo lega all’omicidio di Mattei (1962) e di De Mauro (1969), svolgendo un lavoro preciso e ragionato di controinformazione.

“Frocio e basta” si riferisce a come quel delitto è stato invece rubricato, allo scenario omosessuale che gli ha fatto da copertura, e a tutti i ricami estetici con cui una parte della cultura italiana lo ha reso credibile (la “bella morte” omosessuale, la “morte sacrificale” del poeta, la “sacra follia” che lo portò nelle braccia dell’assassino) facendosi complice di un depistaggio durato quasi quarant’anni.

Qui di seguito l’indice e le pagine iniziali del libro.

Indice

5 Il “capolavoro” di Pasolini

Come la cultura italiana reagì all’assassinio

45 Le “fonti” di Petrolio

Tra filologi e magistratura

114 Note


Il “capolavoro” di Pasolini

Come la cultura italiana reagì all’assassinio

Molti anni fa sentii dire da un critico letterario che il capolavoro di Pasolini è la sua morte. Poiché i capolavori stanno di solito tra le opere e non nella biografia dei loro autori, egli stava evidentemente enunciando un paradosso, del quale era ben consapevole. Forse in quella affermazione arguta c’era anche un pizzico di malizia, quasi un’implicita svalutazione dell’opera dello scrittore. Come dire: Pasolini è riuscito a fare morendo quel che non gli è riuscito con i versi. Ma ciò la renderebbe ancor più significativa, se persino chi non apprezzava lo scrittore non poté fare a meno di scorgere in quella morte un segno di grandezza. L’omicidio di Pasolini, nella sua tragica anomalia, in effetti colpì profondamente i contemporanei. Per molti letterati esso diventò un “segno” da interpretare, quasi fosse un testo poetico. Quasi fosse un’opera di Pasolini, l’ultima e la più singolare: il suo capolavoro, appunto.

Molti parlarono di «morte sacrificale». Altri vi scorsero un carattere «cristologico». Andrea Zanzotto vi lesse una storia di «pedagogia»:

Bisogna ripartire dai prati friulani e da quegli “alba pratalia”, la pagina di quaderno scolastico, su cui scorre la penna infantile attraverso l’antichissimo indovinello. Sarà terribilmente difficile stabilire e riconoscere l’itinerario da quei prati all’altro, calpestato dalla morte. Ma c’è un filo che li unisce [...] È una storia di pedagogie, di pedagogia.

Persino un critico-filologo come Gianfranco Contini, certamente non incline ad abbandonare la legge del testo per avventurarsi in elucubrazioni a metà tra opera e vita, non poté fare a meno di interpretare quella morte riportandola al tema della sfida al padre, ricorrente nell’opera di Pasolini:

Una disputa fondamentale con il Padre, nel genere, ma cresciuto in ferocia e degradazione, della colluttazione di Giacobbe con l’angelo, consentitemi di leggerla anche nella fine di Pasolini.

Così scivolava nell’estetico un fatto assolutamente extraestetico quale l’omicidio.

Ma proviamo a scendere nei dettagli. Che cosa in particolare colpì di quella morte? Ci sono almeno tre aspetti da prendere in considerazione: la morte violenta, il massacro e l’omosessualità.

La morte violenta già segna una drammatica singolarità nella nostra epoca: che uno scrittore venga ucciso nel cuore dell’Occidente democratico in assenza di regimi e di guerre, è già un fatto inaudito. Tanti scrittori sono stati uccisi negli ultimi decenni (ricordo quelli iraniani fatti sparire dalla Polizia di regime alla fine degli anni Novanta – e chissà quanti altri, in Cina, in Medio Oriente, in Africa…). Ma non in Europa, non a Roma! Lo stupore per questo fatto considerato improbabile nel nostro mondo riecheggia ancora oggi in molti italiani che si chiedono perplessi come sia possibile che uccidano proprio uno scrittore: perché mai, a chi e per cosa potrebbe dare fastidio un poeta o un regista cinematografico? Come se lo scrivere fosse un’attività inoffensiva per definizione. Come se la letteratura – come vuole ormai la sua rappresentazione dominante in Occidente – avesse da tempo cessato di essere un potere che incide sulle menti e agisce nel mondo.

Ma quell’omicidio aveva anche un’altra caratteristica, ancora più singolare e straziante. Basta solo aver visto la foto della salma per avere un’idea di quanto dovette essere atroce quella morte. Quel corpo picchiato, martoriato e infine schiacciato più volte dall’auto. Non fu una morte subitanea, come quelle provocate da un un’arma da fuoco o da un’esplosione, ma un pestaggio, durante il quale Pasolini sanguinante e ferito a morte fu udito invocare la madre mentre cercava di sfuggire agli assassini: un’agonia di sangue, di urla e di rantoli. Fu questo lento massacro a destare pietà e sconcerto, e a richiamare in qualche modo la passione di Cristo.

Infine c’era l’omosessualità. O meglio, la supposta matrice sessuale del delitto. Anche questa colpì profondamente l’immaginario collettivo. Ma a differenza del pestaggio, di cui si potevano vedere gli orribili segni sul corpo esanime di Pasolini, questa non fu che un’ipotesi. Non aveva né prove né evidenza. Ebbe infatti bisogno di parole per prendere consistenza: le parole di Pino Pelosi, reo confesso, e il racconto reiterato dei giornali e della televisione. E poi, come vedremo, anche quello di un buon numero di letterati.

Pasolini era solito cercare ragazzi con cui far sesso dietro pagamento. Ma che fosse quella la ragione per cui si trovava quella notte all’Idroscalo nonché il movente di quell’aggressione mortale fu e resta solo una congettura (secondo alcune testimonianze, Pasolini quella notte doveva invece incontrarsi con chi gli avrebbe restituito le bobine del film Salò, rubate nei laboratori della Technicolor). Ciononostante quella fu da subito l’unica versione del delitto diffusa dai media: «ucciso dal diciassettenne Pino Pelosi in una rissa di natura sessuale». D’ora in poi la chiameremo la versione ufficiale, del resto mai ufficialmente smentita. Una ricostruzione piena di lacune e di contraddizioni, che tuttavia fu subito accreditata dalla stampa e poi riportata anche nelle storie letterarie. Alcuni amici di Pasolini (tra cui Sergio Citti e Dacia Maraini) e alcuni giornalisti (tra cui Oriana Fallaci) parlarono diversamente, mettendo in dubbio quella versione. Ma le loro voci non furono ascoltate e non riuscirono a contrastare il coro.

Il sospetto che Pelosi non avesse agito da solo fu chiaro da subito agli inquirenti, tanto che la sentenza di primo grado lo condannò «assieme a ignoti». Eppure quella “lacuna”, quel tassello mancante nel puzzle (su cui vent’anni più tardi si incentrò il film documentario di Marco Tullio Giordana, Pasolini, un delitto italiano, uscito nel 1995), invece di incrinare la convinzione di un delitto di matrice sessuale, finì paradossalmente per confermarla, creando attorno a quella morte un alone di torbido mistero. Quel tanto di oscuro che ancora avvolgeva le circostanze dell’omicidio lasciava libertà all’immaginazione, ma dopo averla comunque indirizzata verso un certo tipo di delitto. Avevano ucciso un frocio – questo era certo. E forse ad armare la mano agli assassini era stata anche l’intolleranza diffusa verso gli omosessuali. Così, che gli esecutori del delitto fossero stati tre o cinque invece di uno non cambiava la supposizione della matrice sessuale, la quale rimase come una stella fissa nel cielo fino al 2003.

[...]

Il fascino della versione ufficiale

Lo scenario sessuale affascinò e continua a affascinare molti anche per ragioni simboliche e estetiche. Al movimento gay consentiva di fare di Pasolini l’emblema della violenza subita dagli omosessuali nella nostra società. A gran parte del mondo della cultura permise di tessere molti bei ricami sia sullo “scandalo” dell’omosessualità, sia sulla morte “sacrificale” del poeta, “bella” o “torbida” che fosse (un letterato malevolo la definì addirittura «morbosa»). Quella versione del delitto aveva del resto una sua pregnanza estetica per il suggestivo cortocircuito che creava tra la vita di Pasolini e la sua produzione artistica. Il supposto assassino, il minorenne Pino Pelosi, sembrava un personaggio uscito da una sua opera. Era uno di quei “ragazzi di vita” che il poeta delle borgate aveva rappresentato e cantato nei suoi primi romanzi e nel film Accattone, ma ormai degenerato e incarognito, proprio per quella mutazione che Pasolini stesso andava denunciando negli anni Settanta. Si creava così la storia dello scrittore omosessuale ucciso dall’oggetto del suo desiderio, cioè da uno di quei giovani sottoproletari un tempo amati e ora mutato in assassino. Quell’omicidio efferato poteva apparire anche come la riprova della nota tesi di Pasolini sulla distruzione antropologica provocata dal tardo capitalismo, verificata dall’autore nel suo stesso corpo. Una conferma tragica, o beffarda, a seconda dei punti di vista (per i letterati mal disposti verso Pasolini fu una specie di nemesi ironica).

È anche questa la “perfezione” che per tanti anni sedusse critici e scrittori, facendoli aderire, senza troppi scrupoli di verità, a ciò che la versione ufficiale narrava. Così nel corso di tre decenni quella ricostruzione dell’omicidio, pur traballante e lacunosa, ha potuto mettere radici nella credenza comune. Complice una parte della cultura italiana. A pochi venne il dubbio che fosse un po’ troppo “perfetta” e che dietro a quel suggestivo scenario potesse esserci un co-autore – o un ghost writer.

La versione ufficiale dell’omicidio si portò dietro anche un agghiacciante corollario. Essa descriveva una morte così perfettamente coerente con la figura anomala dell’ultimo Pasolini, o meglio con l’idea che se ne era fatta gran parte della cultura italiana, da indurre molti a pensare che egli l’avesse in qualche modo cercata o provocata. L’ipotesi è stata velatamente suggerita da diversi letterati. Ma apertamente l’ha sostenuta Giuseppe Zigaina, pittore e amico di Pasolini, in ben cinque libri – da Hostia. Trilogia della morte di Pier Paolo Pasolini (Marsilio 1995) a Pasolini e la morte. Un giallo puramente intellettuale (Marsilio 2005) – Zigaina ripercorre i testi di Pasolini alla ricerca di allusioni criptate al modo e al momento in cui sarebbe stato ucciso. La conclusione è che si trattò di una morte «liturgicamente» organizzata da Pasolini stesso per costruirsi il proprio mito.

Ma anche senza bisogno di questa tesi estrema, l’idea che Pasolini fosse andato incontro alla morte, magari semi-volontariamente, si era già fatta strada nel pregiudizio comune per un’altra via. Secondo quanto sostengono molti suoi interpreti, da Nico Naldini a Emanuele Trevi, la mutazione dei giovani sottoproletari, cioè la perdita del suo primo e gioioso oggetto d’amore, aveva gettato Pasolini in una cupa disperazione, spingendolo verso una sessualità violenta. Già molto tempo prima dell’omicidio egli si sarebbe aggirato come uno spettro nella notte alla ricerca di un sesso estremo, impossibile da soddisfare senza violenza. Ammesso che ciò corrisponda a verità (poiché nessuno sa con certezza quali fossero i comportamenti di Pasolini durante i suoi incontri sessuali mercenari), è evidente che non prova nulla su come sia stato ucciso. Un uomo può cercare la morte tutti i giorni guidando a velocità pazzesca in autostrada e tuttavia venire ucciso da un rapinatore nel vicolo sotto casa. Ma anche se non potevano provare nulla, quei racconti sul tipo di sessualità a cui era dedito lo scrittore negli ultimi anni della sua vita, un effetto lo ebbero sull’opinione comune: essi rendevano la morte per sesso non solo verosimile, ma anche in perfetta sintonia con la condizione morale e psichica di Pasolini nell’ultimo periodo della sua vita.

Così non ci fu solo Giulio Andreotti a dire che Pasolini quella morte se l’era cercata. Ci furono anche uomini di cultura. Anch’essi, sia pure in maniera meno triviale, finirono con l’accreditare questa sorta di correità della vittima con l’assassino. Ciò metteva gli animi tranquilli. Fu come il suggello finale posto a copertura della verità.

La versione ufficiale e l’interpretazione delle opere

L’idea della deriva violenta della sessualità di Pasolini poté prendere consistenza di racconto (cioè non restare solo un dato biografico di cui se uno vuole può tenere conto, ma diventare una figurazione produttiva, che convalidava surrettiziamente la versione ufficiale dell’omicidio) anche grazie al fatto che illustri critici e scrittori la misero in cortocircuito con le ultime opere di Pasolini. In altre parole, quella deriva si poteva già leggere nei contenuti sadomaso di Salò o nella tonalità “nera” di Petrolio. Ecco un esempio di questo genere di letture: di Salò e di Petrolio Edoardo Sanguineti disse che erano il «documento» di una disperazione privata, il cui «fondo sadomaso» era ormai esploso in una «patologia» palese.

Il film Salò e il romanzo incompiuto Petrolio sono testi assai complessi nella forma e di grande densità di pensiero. Ma alcuni esegeti li hanno semplificati al punto da vedervi solo la spia di una disperazione personale o il sintomo di una deriva sadomasochistica (ne vedremo più avanti altri esempi), passando sopra anche alle indicazioni di lettura date dallo stesso autore. Ecco le parole di Pasolini, intervistato sul set di Salò:

Il sesso che c’è nel film è il tipico sesso di De Sade, cioè un sesso la cui caratteristica è esclusivamente sadomasochistica in tutta l’atrocità dei suoi dettagli e delle sue situazioni. Ora a me interessa questo sesso appunto come interessa a De Sade, cioè per quello che è, ma nel mio film tutto questo sesso assume un significato particolare, ed è la metafora di ciò che il potere fa del corpo umano, è la mercificazione del corpo umano, la riduzione del corpo umano a cosa, che è tipica del potere, di qualsiasi potere. [...] il Manifesto di Marx dice proprio questo: cioè il potere mercifica i corpi, trasforma il corpo in merce.

È certamente buona regola della critica letteraria non prendere alla lettera le indicazioni degli autori. Ma è comunque incredibile che dei critici abbiano saputo o voluto vedere in quel film solo il documento di un’esperienza privata dell’autore. Ne vedremo altri esempi più avanti, quando parleremo dell’inusuale biografismo sessuocentrico abbattutosi sulle ultime opere di Pasolini, di cui non si è mai visto l’eguale per l’opera di nessun altro artista. Per il momento ci preme fare il punto su una cosa.

Non è dalle opere che gli interpreti di Pasolini hanno potuto dedurre la deriva disperata e violenta della sua sessualità, bensì dalle opere lette attraverso la lente della versione ufficiale dell’omicidio. È stato lo scenario di una supposta morte per sesso a indirizzare le loro antenne esegetiche verso quel tipo di “messaggio”, escludendo tutti gli altri, non solo quelli indicati esplicitamente dall’autore, ma soprattutto quelli che i testi intrinsecamente suggeriscono a una lettura non prevenuta.

Se per ipotesi Pasolini fosse morto in quella stessa data ma di morte naturale, oppure in un incidente aereo di ritorno da Stoccolma, forse la lettura di quelle opere sarebbe stata più letteraria, più storico-politica o più filosofica, certamente più fine e non così brutalmente sessuo-patologica.

(Tra parentesi. Tre giorni prima del delitto Pasolini è a Stoccolma in un viaggio di lavoro e di gratificazioni artistiche, durante il quale viene intervistato dalla televisione svedese. Quell’intervista, per tanto tempo inedita, è stata pubblicata su “L’Espresso” il 16 dicembre 2011. A leggerla non si ha l’impressione di un uomo in balia di una pulsione di morte, o che progetta il proprio assassinio. Ci rimanda al contrario l’immagine del cineasta in trasferta che fa fronte agli impegni abituali, ignaro della fine prossima, come l’acqua di un fiume che scorre verso il precipizio che la trasformerà in cascata, lenta e quieta fino a un attimo prima della catastrofe. Gli chiedono se abbia abbandonato il realismo dei suoi primi film. Pasolini si affretta a correggere con la chiarezza e la capacità di sintesi di cui dà sempre prova nell’oralità: Accattone non è realistico, è un film lirico, anzi «onirico». Se lo si è creduto realista è per un equivoco. Parla poi della «crisi di crescenza» dell’Italia che è passata rapidamente da Paese sottosviluppato a Paese sviluppato. E chiude con una battuta: «Tutto quello che ho detto, l’ho detto a titolo personale. Se voi parlerete con altri italiani vi diranno: “Quel pazzo di Pasolini”»).

Quindi, tornando alle letture sessuo-patologiche delle ultime opere di Pasolini, si può dire che da un lato esse furono stimolate dalla versione ufficiale dell’omicidio, ma dall’altro rafforzarono la credibilità di quella versione stessa. Questo “circolo ermeneutico” di convalide incrociate di fatto giocò a favore del depistaggio. Se quello della morte per sesso fu uno scenario di copertura, chi lo aveva costruito forse non si aspettava tanta efficacia.

Dopo il 2003

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pubblicato da ilprimoamore nella rubrica appello Pasolini il 3 novembre 2012